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Siria: origine della sovversione

Posted: April 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Mondo arabo, Siria | No Comments »

L’origine della sovversione in Siria

Alessandro Lattanzio 24/4/2011  – Aurorasito.wordpress.com

Il 14 Aprile 2011, la televisione di Stato siriana ha trasmesso filmati di tre giovani di una cellula terroristica, che confessavano di aver ricevuto fondi e armi dal deputato del Blocco Futuro Jamal Jarrah, al fine di compiere atti di sabotaggio in Siria. I tre giovani, Anas Kanj, Mohammed Badr Al-Kalam e Mohammed El Sokhna, hanno confessato di aver provocato le proteste nella Moschea degli Omayyadi, contro il regime, e compiuto atti di sabotaggio, come attaccare una stazione di polizia a Sbeineh. Anas Kanj ha detto di aver ricevuto soldi e armi da un intermediario di nome Ahmed Awdeh, un membro del gruppo dei Fratelli Musulmani, che lo ha collegato con Jarrah. “Ahmed mi ha detto che Jarrah è generoso e sosterrà la mia famiglia, e che ci darà armi sofisticate, trasportate dal Libano grazie alla corruzione, e che noi saremo addestrati da altre cellule che non conosciamo. Mi ha promesso di incontrare Jarrah, ma che ora non poteva a causa del suo lavoro“, aveva detto Anas. “Ahmed ha anche promesso di presentarmi a Fida’a Sayyed, il Capo della Sicurezza Generale dei Fratelli musulmani in Siria, e mi ordinò di sparare sui manifestanti e di filmarlo in modo da inserire le scene sul ‘Syrian Revolution Website’, in modo da trarre l’attenzione internazionale sulla necessità di liberarsi del regime siriano, perché è un ‘regime oppressivo’“, aggiungeva.
Jarrah ha negato le accuse dicendo: “Non abbiamo né la capacità né l’intenzione di interferire negli affari interni della Siria. Se la Siria ha un caso da discutere, può rivolgersi al governo e alla magistratura attraverso il Ministero degli Affari Esteri libanese”. (1)
Intanto a Damasco, bande armate hanno impedito i soccorsi ai feriti  delle forze di sicurezza, vittime delle proteste. Le autorità siriane hanno che “certi media hanno fatto senza fondamento dicendo che le autorità siriane avevano impedito ai feriti di essere ricoverate in ospedale”, una dichiarazione del Ministero degli Interni. “Uomini armati  hanno bloccato le ambulanze che trasportavano 34 poliziotti feriti nell’ospedale di Daraa, l’8 aprile”. Il comunicato faceva eco a un precedente comunicato del ministero, in cui si affermava che: “bande armate hanno bloccato la strada per Banias (nel nord-ovest) per impedire alle ambulanze di soccorrere i feriti e trasportarli nell’ospedale militare.”
In un comunicato ufficiale del 17 aprile, il ministero degli Interni della Siria ha avvertito che “le leggi in vigore in Siria saranno applicate per tutelare la sicurezza dei cittadini e la stabilità interna. Il corso degli eventi scorsi ha rivelato che tutto ciò è un’insurrezione armata di gruppi armati appartenenti ad organizzazioni salafite, soprattutto nelle città di Homs e Banias.” Il Ministero  invitava tutti i cittadini siriani a “contribuire efficientemente nel mantenere la stabilità e sicurezza e di assistere le autorità competenti nei loro compiti nell’attuazione di questo obiettivo“. Il Ministero ha anche chiesto ai siriani “di astenersi da ogni manifestazione di massa, o dimostrazione o sit-in a qualsiasi titolo.” In un primo momento le dimostrazioni erano poche e piccole, con richieste  limitate. Poche centinaia di persone avevano protestato a Damasco, Latakia e  Daraa, per chiedere riforme limitate, il rilascio di prigionieri politici o l’eliminazione della legge d’emergenza. Ma poi qualcosa è successo e il movimento è stato spinto a mutarsi in un’aperta rivolta. Secondo Syria News Sat, ‘gruppi di traditori e criminali armati controllati dall’estero’ avevano partecipato a una manifestazione presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Damasco, il 17 aprile.
Nonostante il governo siriano abbia promesso di applicare le riforme nei settori politici e sociali, ma seguendo solo la propria agenda, approvando un decreto legislativo per porre fine allo stato di emergenza nella Repubblica Araba di Siria, dichiarato nel 1963 e un decreto legislativo per abolire l’Alta Corte per la Sicurezza dello Stato, creata nel 1968; e dopo aver presentato un disegno di legge che regola il diritto alla protesta pacifica come diritto umano fondamentale garantito dalla Costituzione siriana, i bloggher attivisti siriani, che per la maggior parte residenti all’estero, continuano a utilizzare internet per istigare ad ulteriori dimostrazioni violente. Evidentemente, si tratta di una serie di sommosse e di manovre di destabilizzazione dirette dall’estero, e non va escluso che dietro ai tanti ‘dissidenti’ arabi, che a quanto pare esistono solo online, sul web, vi siano invece dei concreti e reali militari e agenti di potenze straniere. Come riferisce il giornale inglese The Guardian: “L’esercito statunitense sta sviluppando un programma che gli permetterà di manipolare segretamente i social media usando falsi profili per influenzare le conversazioni Internet e per diffondere propaganda pro-USA. Una società statunitense si è appena aggiudicata un contratto con il Comando Centrale dell’US Army, che sovraintende alle operazioni in Medio Oriente e Africa centrale (CENTCOM), con lo scopo di creare un ‘servizio di gestione di profili online’, permettendo a un solo militare di controllare fino a dieci identità diverse, piazzati in qualsiasi parte del Mondo. … Una volta sviluppato, il programma potrebbe permettere ai militari statunitensi, che operano su un determinato luogo e un determinato fuso orario, di interagire in varie conversazioni online, inviano in modo coordinato un certo numero di e-mail, post sui blog e nelle chat e altre azioni. La sede di questa operaizone dovrebbe essere la base dell’aeronautica statunitense di MacDill vicino Tampa, in Florida, dove risiede il centro comando delle Forze Speciali USA.”(2)
Quindi, un programma che viene indicato essere in fase di studio, ma nulla esclude che questo ‘studio’ possa anche significare una ‘sperimentazione’ dal vivo e sul campo. Dietro ai presunti bloggher dissidenti anti-sistema arabi (e di qualsiasi altra parte del Mondo), vi possono benissimo essere dei tutt’altro che anti-sistemici soldati ed agenti a stelle&strisce, che eseguono patriotticamente gli ordini dei loro superiori, generando caos e destabilizzazione negli stati-bersaglio. Il campo di battaglia viene trasferito anche su Facebook, Twitter, Youtube, ecc. Le notizie sui presunti massacri di decine e centinaia di dimostranti civili, molto probabilmente sono dei falsi tesi ad inasprire le tensioni interne in Siria, e a spianare la strada ad un intervento esterno, sul piano dei rapporti internazionali. In ciò, seguendo il piano di aggressione attuato contro la Libia.
Il 18 aprile, il ministero degli Interni aveva riferito che un gruppo armato aveva aperto il fuoco a caso, terrorizzando i cittadini e bloccando le vie pubbliche, mentre le forze di polizia disarmate mantenevano l’ordine. Il poliziotto Ahmad al-Ahmad è stato ucciso e altri 11 sono rimasti feriti, quando un gruppo di criminali armati hanno aperto il fuoco su di loro, nella città di Talbisa, vicino Homs. Una fonte ufficiale ha affermato che dopo che l’autostrada Homs-Hama-Aleppo era stata interrotta vicino la città di Talbisa, da gruppi criminali armati che terrorizzavano i civili, una unità militare è stata mobilitata per porre fine all’azione dei gruppi armati e impedirgli di bloccare nuovamente l’autostrada. Mentre l’unità si avvicinava, membri dei gruppi armati criminali, situati negli edifici vicino all’autostrada, avevano aperto il fuoco contro l’unità militare che ha risposto ed ucciso tre membri dei gruppi armati, e feriti altri 15, mentre 5 militari sono stati feriti.
Il 19 aprile, il Ministero degli Interni di Damasco osservava in un comunicato, che gli eventi in diverse province siriane, come l’assassinio di poliziotti, soldati e civili, sono parte di una terrificante rivolta armata guidata da gruppi armati salafiti. I gruppi terroristici hanno ucciso soldati, ufficiali, poliziotti e civili, mutilandone poi i corpi. Il ministero quindi invitava i cittadini a collaborare con le autorità e a non permettere ai terroristi di sfruttare l’atmosfera di libertà per spargere sangue e colpire le proprietà pubbliche e private. Il ministero ha annunciato che questi gruppi armati avevano commesso dei crimini allo scopo di creare il caos e terrorizzare il popolo siriano, sfruttando il processo di riforma e di libertà lanciato all’interno del programma annunciato dal presidente Bashar al-Assad, durante il suo discorso al nuovo governo.
Damasco dichiarava, il 19 aprile, che un gruppo di criminali armati, ad Homs, aveva assassinato il colonnello Mohammad Abdo Khaddour, sparandogli in testa e all’addome, mentre si dirigeva al lavoro, e poi ha anche mutilato il viso del Col. Khadour. Anche il Sergente Maggiore Ghassan Mehrez è stato ucciso mentre guidava un minibus. Altre aggressioni contro le forze di sicurezza e singoli cittadini sono state effettuate da questi gruppi armati criminali, colpendo due stazioni di polizia ad al-Hamidiya e al-Bayyada, a Homs, ferendo sei poliziotti, mentre due membri del gruppo armato sono stati uccisi e altri cinque feriti. Il capo della polizia di Homs, generale di brigata Hamid Asa’ad Mar’ai, ha detto che i gruppi di criminali armati hanno cercato di appiccare il fuoco alla stazione di polizia di al-Bayyada, dopo averla circondata, sparando e ferendo alcuni membri del al suo personale all’interno.
Il direttore dell’ospedale nazionale di Homs, Ghassan Tannous, ha detto “Sei membri delle forze di sicurezza sono stati portati all’ospedale, Martedì all’alba, avevano subito varie lesioni dopo che essere stati aggrediti con armi da taglio e bastoni durante il loro spostamento dalla stazione di polizia di al-Bayyada a quella di al-Hamidiya. I feriti osservano che circa 50 uomini armati hanno attaccato la stazione di polizia al-Bayyada, alle 03:00, ed aperto il fuoco contro i membri della sicurezza, ed hanno attaccato uno di loro con manganelli e armi da taglio, ripetendo la stessa scena che si era svolta presso la  stazione di polizia di al-Hamidiya.”

Il 23 aprile i militari siriani hanno trovato dei telefoni cellulari che utilizzavano schede SIM non-siriano e apparecchi GPS e macchine fotografiche digitali contenente brevi video, raffiguranti atti di violenza e false scene di repressione delle proteste. I telefoni e le macchine fotografiche sono stati sequestrati a membri di un gruppo armato criminale, che avevano attaccato una posizione militare nella zona di al-Rakhem Hirak, presso Daraa. I membri del gruppo inoltre erano armati di spranghe, spade e altre armi di metallo, che sono state utilizzate contro le forze di sicurezza, durante le proteste, oltre a molotov e a bottiglie piene di sangue da utilizzare nella messa in scena di atti di violenza.
Il 20 aprile, il Generale di Brigata Khodir al-Talawi, due figli e suo nipote sono caduti in un’imboscata, feriti a morte da gruppi criminali armati della città di Homs, a circa 160 chilometri da Damasco. I corpi dei caduti sono stati brutalmente mutilati dai gruppi criminali. Altri due ufficiali dell’esercito siriano: il colonnello Moin Mihla e il maggiore Iyad Harfoush sono stati anche loro assassinati dai gruppi criminali armati di Homs. Decine di altri membri della polizia siriana sono stati feriti dai gruppi criminali armati. Il Ministero degli Interni siriano ha emesso l’ordine di divieto d’ingresso ai motocicli nela città di Homs, visto l’uso frequente da parte dei gruppi criminali di questi mezzi di trasporto. Assassinato anche l’inventore siriano Issa Abboud, di 27 anni, ucciso da bande armate criminali nel quartiere di al-Nozha di Homs. Issa era in visita da suo cugino, nel quartiere di al-Nozha, dove i gruppi criminali armati sparavano, aveva ottenuto il titolo di più giovane inventore del mondo, con più di 100 brevetti.
Intanto gli screditati media ‘liberali panarabi’ continuano a interferire e a voler sabotare l’attività politica interna degli stati-bersaglio.
Il 21 aprile, il Gran Muftì della Repubblica Araba di Siria, Dr. Ahmad Hassoun Badreddin, esprimeva rammarico per la perdita di credibilità e di onestà di alcuni mass-media arabi, che si aspettava lavorassero per preservare l’unità araba e impedissero lo spargimento di il sangue arabo, invece di istigare alla  divisione etnica e settaria. In una dichiarazione, il Gran Mufti aveva smentito le dichiarazioni che alcuni canali gli avevano attribuito, dicendo che ciò che è stato trasmesso da Alarabiya è stato fabbricato e mirava a provocare una frattura tra i dirigenti e i cittadini. Ha sottolineato che ciò che Alarabiya aveva diffuso era solo una parte di un lungo discorso dato nella città di al-Sanamin, quando vi si era recato per offrire le condoglianze alla sua gente,  dicendo che il loro sangue è il sangue della nazione e che il presidente Bashar al-Assad è addolorato per ogni goccia di sangue che si versa in Siria. Il Gran Mufti ha affermato che il popolo della Siria è consapevole della necessità di costruire il paese e ristabilire l’unità tra la dirigenza e il popolo, in particolare dopo il discorso del presidente al-Assad al Governo, sottolineando che il paese può essere costruito solo dalla modestia, dal lavoro e dall’integrità del suo popolo.
Il 19 aprile precedente, a Damasco, i vertici degli insegnanti religiosi hanno affermato che il comunicato rilasciato dall’International Union of Muslim Ulama sulla situazione in Siria, è diretta contro la sicurezza e la stabilità della Siria e non è coerente con i metodi scientifici e logici di in giudizio, ma ciò  non rappresenta per loro una sorpresa, visto che proviene da ambienti associati a schemi abbastanza chiari riguardo agli obiettivi perseguiti. In una dichiarazione gli studiosi religiosi siriani hanno detto che sebbene ‘la dichiarazione dell’Unione Internazionale degli ulema musulmani riconosca che il presidente Bashar al-Assad ha deciso di revocare lo stato di emergenza entro una settimana, e abbia dato le indicazioni riguardanti l’approvazione di una nuova legge sui partiti‘, la stessa associazione in questione, in realtà, ‘non presta attenzione a tutto questo, perché è legata a un regime straniero che cerca di destabilizzare la Siria‘. Gli studiosi hanno affermato che i membri dell’Unione degli studiosi religiosi in Siria non sono stati consultati, e nessuno di loro ha sottoscritto la dichiarazione, riferendosi agli interessi  stranieri dietro tale dichiarazione. ‘Le soluzioni proposte dal presidente al-Assad non sono parziali, come afferma la dichiarazione, le soluzioni sono radicali, incluse le leggi sui partiti, di emergenza, sui media e l’amministrazione locale… non sono semplici promesse‘, aggiungeva il comunicato. Gli studiosi hanno detto che loro, assieme al popolo della Siria, sono unanimi nel respingere la sedizione, gli omicidi e le distruzioni, e sono impegnati per l’unità nazionale. ‘I tentativi sovversivi non possono indebolire la determinazione del popolo siriano, e il costante attacco alla Siria è la testimonianza della sua ferma posizione’, conclude il comunicato.
Il Ministro delle fondazioni islamiche, Mohammad Abdul-Sattar al-Sayed, ha detto che aveva incontrato gli studiosi della Siria e che hanno rilasciato una dichiarazione, in risposta alle affermazioni emesse dall’International Union of Muslim Ulama, secondo cui tali affermazioni si basano sulla visione faziosa di una banda specifica, compromessa in un complotto che mira alla sicurezza e alla stabilità della Siria. Da parte sua, il Gran Mufti della Repubblica, Ahmad Badreddin Hassoun si chiedeva: “Chi ha consultato l’Unione internazionale degli Ulama  musulmani, e chi li autorizza a rilasciare tale dichiarazione?”, facendo notare che alcuni degli studiosi della Siria sono membri di questa unione, ma non uno di loro è stato informato di questa dichiarazione. Aggiungendo che l’Unione avrebbe dovuto pregare per la prosperità del popolo siriano, e non avrebbe dovuto rilasciare una simile provocazione contro il popolo. (3)

Note
1. Upprooted Palestinians
2. Guardian
3. Champress.net

Fonte: http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/24/lorigine-della-sovversione-in-siria/


Buona Pasqua a tutti

Posted: April 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Gesù Cristo, The Passion, Video | No Comments »


Oremus et pro perfidis Iudaeis

Posted: April 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, PDF, Preghiere | No Comments »

Oremus et pro perfidis Iudaeis

PDF completo del testo (latino-italiano) a questo link


Giulietto Chiesa: Vittorio Arrigoni assassinato dal Mossad

Posted: April 20th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Killeraggi, Mossad, Video | No Comments »

I Servizi Israeliani hanno armato e guidato l’assassinio di Vittorio Arrigoni: lo dice anche Giulietto Chiesa.


La “Primavera Araba” finanziata dagli USA

Posted: April 20th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Mondo arabo, Poteri Occulti, Video | No Comments »

E’ ufficiale: La “Primavera Araba” finanziata dagli USA


Sepolti i dubbi; le controrivoluzioni che verranno

di Tony Cartalucci – Land Destroyer

Traduzione: Dakota Jones - i lupi di einstein

Bangkok, Thailandia 15 aprile 2011 – Mentre le bombe americane piovono sulla Libia, sul presupposto che Gheddafi stava brutalizzando i protestanti indigeni pro-democrazia, le dita che accusano Libia, Iran, Cina, Siria, Bielorussia, e un numero crescente di altre nazioni,  puntano verso Washington per aver finanziato e pianificato un cambiamento di regime contro i loro rispettivi governi.
Sia per un atto di assoluta arroganza che per produrre prove emergenti che gli Stati Uniti hanno davvero finanziato e preparato il terreno per la “Primavera araba”, per anni, il New York Times ha recentemente pubblicato “Gruppi degli Stati Uniti hanno contribuito ad alimentare le Rivolte arabe

Gettando praticamente questi attivisti sotto il bus, il New York Times rivela che il Movimento Giovanile Egiziano 6 aprile, il Centro per i diritti umani del Bahrain, e l’attivista Entsar Qadhi dello Yemen tra gli altri, hanno ricevuto addestramento e finanziamento da parte dell’ International Republican Institute , il National Democratic Institute, e Freedom House allineata con i neo-conservatori.

Il New York Times continua a spiegare che queste organizzazioni sono state a loro volta finanziate dal National Endowment for Democracy , che riceve 100 milioni di dollari dal Congresso, mentre Freedom House riceve la maggior parte del suo denaro dal Dipartimento di Stato USA . Mentre il New York Times afferma “nessuno dubita che le rivolte arabe sono cresciute in casa,” i leaders dei gruppi che ora hanno ammesso apertamente di aver finanziato e addestrato dagli Stati Uniti sono tutt’altro che “cresciuti in loco.” L’esempio più importante è il Movimento egiziano 6 Aprile guidato da Mohamed ElBaradei dell’International Crisis Group . ElBaradei, seduto accanto a George Soros, Kenneth Adelman, Wesley Clark, e Zbigniew Brzezinski, all’interno di un think-tank americano di politica estera, genera  una notevole quantità di “dubbi”.

Ad ammettere il coinvolgimento è anche il Progetto per la Democrazia in Medio Oriente (POMED), presieduto da vari ex allievi del Council on Foreign Relations e dell’Istituto Brookings. Il POMED sostiene di aver aiutato i manifestanti a sviluppare competenze e una rete di comunicazioni. Tale formazione si è svolta ogni anno, sotto Movements.org, a partire dal 2008, dal quale il Movimento egiziano 6 aprile fra tanti altri, ha imparato le tecniche per sovvertire il loro governo. Movements.org, naturalmente, è sponsorizzato da un conglomerato di aziende e agenzie governative tra cui il Dipartimento di Stato americano, Google, MTV, la ditta di pubbliche relazioni Edelman, Facebook, CBS News, MSNBC, Pepsi e altri. Nonostante l’affermazione che tale ingerenza significa “promuovere la democrazia,” guardando gli sponsor e gli interessi dei guerrafondai coinvolti in questa operazione, sembra che si tratti più di una promozione dell’egemonia militare ed economica globale.

Il New York Times include nell’articolo anche il ruolo delle ONG e della cosiddetta “società civile “, utilizzato per sostenere l’agitazione, come pure il dispiacere espresso dai leaders arabi che rimproverano gli Stati Uniti per l’ingerenza nei loro affari interni. Tali accuse stanno crescendo, ora che anche Cina, Iran, Siria, Bielorussia fanno affermazioni simili.

L’articolo del New York Times  si conclude con la descrizione di rivelazioni che indicano che molti attivisti che erano venuti a conoscenza del coinvolgimento degli Stati Uniti nel finanziamento e nella direzione dei movimenti, sono stati privati del diritto di voto. Questi attivisti sono stati “cacciati”. L’addestramento è stato condotto al di fuori dei paesi di destinazione, anche in Giordania, Marocco, Serbia e Stati Uniti. Quello che il New York Times omette sono le connessioni e il coinvolgimento delle corporazioni che hanno interessi particolari a  manovrare le organizzazioni dei diritti umani, a sostegno di queste operazioni. Tali organizzazioni hanno ampiamente gettato le basi retoriche necessarie per giustificare la continua espansione della guerra in Libia.

Naturalmente, basta solo ricordare la finta ignoranza esibita dal Dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton e Barack Obama, insieme alla litania di bugie fornite dai media mainstream, per vedere il complotto in malafede che è in corso. Questo perché tutti, dal Dipartimento di Stato americano ai media di proprietà delle corporazioni, sono stati coinvolti, per anni, preparandosi al compimento della “primavera araba”. Con le aperte ammissioni fatte ora da un portavoce corporativo-finanziario globale, come il New York Times, dobbiamo prendere in considerazione le gravi conseguenze che potranno derivarne i seguito.
Ecco il circo dei media mainstream. La MSNBC finge ignoranza e confusione
sui disordini nella cui costruzione erano coinvolti almeno dal 2008.

Sicuramente questa informazione solleverà una controrivoluzione. In Egitto,si è già visto il globocrate  Mohamed ElBaradei sospettato di ingerenza, bersagliato con le pietre e la sua agenda deragliata. Molti attivisti hanno veramente creduto nella loro causa e rischiato la vita per l’idea per la quale stavano combattendo, non solo contro le loro dittature corrotte ma anche contro l’Occidente che le aveva sostenute per anni. Tale percezione è stata esasperata durante le prime fasi  delle rivolte quando l’Occidente  sosteneva generosamente i regimi in difficoltà , al fine di massimizzare la privazione dei diritti civili del popolo. Oltre ad osservare le operazioni in corso per impadronirsi della Libia con la forza, e vedere rivolte  simili appoggiate dagli Stati Uniti in Siria, Yemen, Iran, e perfino in Thailandia e Cina, sarà davvero interessante vedere come gli stati-nazione adatteranno la loro risposta a quella che è ora, chiaramente, una sovversione finanziata dall’estero.

In che modo questa realizzazione si manifesterà non è certo. Tuttavia, sarebbe saggio per gli attivisti, esperti, politici e cittadini realmente interessati alla verità, riflettere molto attentamente prima di fare la loro prossima mossa. Come George Bush una volta ha tentato di dire, “se mi inganni una volta, la vergogna ricade su di te, se mi inganni due volte, la vergogna ricade su di me”

In ultima analisi, e subito dopo aver esaminato gli architetti dietro questo stratagemma globale di destabilizzazione ingannevole, dobbiamo guardare oltre i fantocci politici e i bugiardi in malafede che pretendono di darci “le notizie”. Dobbiamo vedere l’ impero corporativo-finanziario globale come l’origine del problema e la sua rimozione e  sostituzione come la soluzione.

Per come combattere i globalisti, per raggiungere l’autosufficienza e la libertà attraverso l’indipendenza, leggete anche:

Boycotting: One Corporation at a time
Self-Sufficiency
Alternative Economics
The Lost Key to Real Revolution
Boycott the Globalists
Naming Names: Your Real Government

Fonte: Land Destroyer Report 15 Aprile 2011
Traduzione: Dakota Jones

http://ilupidieinstein.blogspot.com/2011/04/e-ufficiale-la-araba-finanziata-dagli.html


Cristiada

Posted: April 18th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Combattere con Onore, Video | No Comments »

Cristiada: fight with honor




I “salafiti” di Al-Qaeda/Cia/Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni

Posted: April 15th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Palestina, Sionismo, Video | No Comments »

I “salafiti” di Al-Qaeda/Cia/Mossad

hanno ammazzato Vittorio Arrigoni

Postato il 15 aprile 2011 da terrasantalibera

Alla fine, la sentenza di morte emessa dal Mossad nei confronti di Vittorio Arrigoni, sin dai tempi di “Piombo Fuso”, è stata eseguita.

Perchè nessuno ci può togliere la convinzione, anche se prove al momento non ne abbiamo, ma salteranno fuori, che la morte di Vittorio sia opera dei servizi israeliani infiltrati nella inesistente “rete fantasma” di Al-Qaeda: perchè sappiatelo, si scrive Al-Qaeda, ma si legge CIA e si pronuncia Mossad.

Il suo corpo privo di vita è stato trovato all’alba di oggi, venerdì 15 aprile, in una casa abbandonata, nella Strscia di Gaza.

Tre uomini armati, del gruppo jihadista salafita autodenominatosi “The Brigade of the Gallant Companion of the Prophet Mohammad Bin Muslima “, avevano rapito nel centro di Gaza l’attivista pacifista del Free Gaza Movement, membro pure dell’International Solidarity Movement, richiedendo come riscatto ad Hamas, che ha in carico il governo della Striscia di Gaza, la liberazione di alcuni salafiti detenuti nelle carceri di Hamas a Gaza, tra cui anche Sheikh Al Saidani (meglio conosciuto come Abu Walid Al Maqdisi),  leader dei gruppi Tawhid e Jihad, affiliati ad Al Qaida

Hamas nella Striscia ha la mano pesante con i terroristi, quelli veri, che sono in odore di “servizi israeliani”, e le cui gesta disumane sono sfruttate come scusa per le rappresaglie sioniste ai danni della popolazioone di Gaza.

In caso di inadempienza alle richieste dei rapitori, entro le ore 17 locali di Gaza, Vittorio sarebbe stato ucciso.

I gruppi diretti da Al Maqdisi/Al Saidani hanno mietuto decine di vittime in attacchi ad obiettivi civili e fu arrestato dalle forze egiziane poco più di un mese fa con l’imputazione di diversi attentati terroristici, tra cui quello in un albergo del Sinai dove nel 2006 persro la vita una ventina di persone.

Fin qui la cronaca (news tratte da varie agenzie arabe in rete).ù

Ora una precisazione e una riflessione.

La precisazione. Intanto, per onestà intellettuale, diciamo subito che pur condividendo la stessa passione e slancio verso la comune causa di libertà e indipendenza per la Palestina (per noi Terra Santa), i rapporti d’amicizia con Vittorio si erano da tempo interrotti, a causa di sue posizioni intransigenti e oltraggiosamente irrispettose nei confronti di chi, come noi e come chi scrive, manifestava idee o fede diversa dalla sua. Questo detto per amore della sincerità, per non voler passare come quelli che si sperticano in lodi per farsi belli nei momenti di commozione e lutto. Ciò ovviamente non incide minimamente sul giudizio riguardo alle sue doti umane e sulla sua generosità d’animo dimostrata sul campo in questi anni, che ne fanno un uomo degno di essere ricordato con l’onore che merita.

La riflessione. Quando diciamo “i salafiti di Al-Qaeda/Cia/Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni”, intendiamo dire esattamente e letteralmente quel che abbiamo detto. Che Al-Qaeda sia una creatura organica ai giochi di guerra d’occupazione americani e israeliani, anche un bambino ormai lo sa e l’ha capito. Chi parla del gruppo di Bin Laden e di Al-Qaeda come un’entità rivoluzionaria che persegue gli interessi dell’islam, o è in mala fede, o è male informato, o non è abbastanza attento a quel che succede sullo scacchiere geopolitico internazionale in concomitanza delle operazioni “al-qaediste”. Perchè sempre, dalle operazioni in Afganistan contro i russi in poi, non c’è stata una sola operazione al-qaedista che non abbia portato con se occupazione militare, escalation belliche, intensificazione di operazioni geostrategiche per riposizionare le forze sul campo, pressioni politiche per condizionare scelte nazionali maggiormente repressive e intrusive nei confronti delle libertà dei cittadini. In parole più semplici, se Al-Qaeda non ci fosse, i servizi di intelligence israelo/americani avrebbero dovuto inventarla: ed infatti Al-Qaeda fu una creatura dei servizi, denominata “the base”, o meglio “the database”.

Ora, a prescindere che a Gaza nessuno conosce questo gruppo salafita denominato “The Brigade of the Gallant Companion of the Prophet Mohammad Bin Muslima”, e a prescindere pure che fonti governative di Gaza dichiarano essere inesistente alcun gruppo operativo del genere all’interno della Striscia (vedi le dichiarazioni rilasciate qui all’Agenzia Infopal), se non come microrealtà manovrate dall’intelligence israeliana per creare e generare conflittualità/provocazioni interne, contando su manovalanza pescata tra il fanatismo jihadista, dobbiamo chiederci assolutamente una cosa: perchè, per quale motivo, fantomatici gruppi islamici in dissenso con Hamas avrebbero dovuto rapire un italiano per far pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti prigionieri nelle carceri di Gaza?

Non ha senso. Per poter fare pressioni del genere si sarebbero dovuti rapire esponenti del governo di Gaza o rappresentanti islamici vicini ad Hamas. Altrimenti si sarebbe dovuto rapire un italiano per fare pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti islamico-salafiti presenti nelle carceri italiane. Tutta questa operazione di kidnaping, ha lo stesso senso che ha rapire un tedesco, per poi chiedere il rilascio di un cinese, ma detenuto in carceri cinesi.

E perchè, tra tutti gli attivisti internazionali presenti a Gaza, rapire proprio Vittorio Arrigoni? Vogliamo fare un reload e tornare indietro di un paio d’anni?

Vittorio, a differenza di inglesi, francesi, e altri, era l’unico italiano testimone di “Piombo Fuso”: aveva visto troppo, stava testimoniando, in lingua italiana, troppo. Suoi cablo di cronaca era riportati da giornali e riviste, on-line e cartacei.

Ma soprattutto su di lui era stata emessa una condanna a morte dalle milizie israelite, che ne avevano diramato comunicazione in rete sin dall’inizio del 2009, condite di minacce e folli proclami sionisti. Questa è la verità.

A questo link http://stoptheism.com/ era visionabile la condanna emessa dalle milizie sioniste. Ovviamente ora il file è stato cancellato, ma a quest’altro link potete leggere tutta la storia che avevamo documentato, come Pino Cabras su Megachip aveva evidenziato.

Emessa la sentenza, eseguita la condanna.

Riposa in pace Vittorio, restiamo in pace, o come diresti tu, “restiamo umani”.

Per noi non finisce qui. Fino alla fine.

Filippo Fortunato Pilato, per TerraSantaLibera.org

Les « salafistes » d’Al Qaeda/Cia/Mossad ont tué Vittorio Arrigoni

Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio – Edité le Vendredi 15 avril 2011


USA & Al Qaeda porteranno la democrazia…

Posted: April 14th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerra, Interviste, Video | No Comments »

USA & Al Qaeda porteranno la democrazia in Libia…


NO FLY ZONE SU GAZA

Posted: April 11th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini di guerra, Guerra, Israele, Mondo arabo, Palestina, Sionismo | No Comments »

LA LEGA ARABA ALL’ONU:

“NO A FLY ZONE SU GAZA”

IL CAIRO – La Lega Araba chiedera’ alle Nazioni Unite di imporre un no fly zone su Gaza per gli aerei israeliani. Lo hanno reso noto fonti dell’organismo panarabo al termine di una riunione dedicata alla crisi nella Striscia di Gaza.

Medio Oriente: PROVE DI TREGUA MA ATTACCHI PROSEGUONO – Israele e Hamas sono impegnati, con l’aiuto delle Nazioni Unite, nel tentativo di mettere fine alle ostilita’ che negli ultimi giorni hanno sconvolto la vita a Gaza e nel Neghev israeliano e che nella Striscia hanno provocato la uccisione di almeno 18 palestinesi e il ferimento di decine. Ma sul terreno anche oggi, da Gaza, sono stati lanciati a piu’ riprese razzi e colpi di mortaio, che non hanno provocato vittime. Da Gaza un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha affermato che le milizie palestinesi non sono interessate ad una escalation. ”Se Israele cessera’ le aggressioni – ha affermato – in maniera naturale la calma tornera’ ”. Da parte sua anche il ministro della difesa Ehud Barak ha assicurato che Israele non e’ interessato ad estendere il conflitto e che se Hamas cessera’ le ostilita’, lo Stato ebraico fara’ altrettanto. ”Ma se gli attacchi palestinesi contro civili o militari israeliani dovessero proseguire – ha avvertito il premier Benyamin Netanyahu – Israele colpira’ Hamas in maniera ancora piu’ dura”. Secondo Israele, la maggior parte dei palestinesi rimasti uccisi ”sono miliziani di Hamas o di altre organizzazioni terroristiche”. Nel pomeriggio la situazione a Gaza sara’ discussa da Netanyahu con i ministri a lui piu’ vicini. A Gaza anche Hamas ha convocato per oggi il proprio esecutivo. Secondo radio Gerusalemme, Hamas ha fatto sapere ad Israele di essere disposto a mettere fine agli attacchi in profondita’ contro le citta’ israeliane del Neghev, ma rivendica il diritto di continuare i lanci di mortai e di razzi a corta gittata e di proseguire le attivita’ di guerriglia contro le pattuglie militari israeliane lungo le linee di demarcazione. In mattinata miliziani palestinesi hanno sparato a due riprese colpi di mortaio contro villaggi israeliani nel Neghev Occidentale (provocando seri danni alla rete elettrica locale) e hanno sparato alcuni razzi in direzione della citta’ di Ashkelon. Un missile Grad e’ stato intercettato con successo dal sistema di difesa denominato Cupola di ferro.

Domenica 10 Aprile 2011
http://www.leggo.it/articolo.php?id=115971

postato da Domenico F.  per TerraSantaLibera.org


9/4/1948 : Deir Yassin-VIDEO

Posted: April 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Sionismo, Storia, Testimonianze, Video | No Comments »

GIORNO DELLA MEMORIA

9/4/1948: massacro di Deir Yassin

9/4/2011: il massacro della Palestina continua



VIDEO PER LA MEMORIA

Commemoriamo l’anniversario dell’eccidio sionista di Deir Yassin per mano di gruppi terroristici sionisti, i nuovi colonizzatori della Terra Santa di Palestina.
La peggior risma di colonizzatori: perchè mentre gli altri si accontentavano di dominare e sfruttare la Palestina ed il suo popolo, questi pianificano ed operano su larga scala il genocidio e la pulizia etnica.
Gaza assediata e affamata, come la Cisgiordania occupata, come tutta la Palestina espropriata ai suoi legittimi proprietari arabi, cristiani e musulmani, profughi, sottomessi o morti, oggi come ieri sono sotto attacco da parte dell’entità sionista di Tel Aviv, che, forte dell’appoggio militare ed economico della israel lobby americana, sta lentamente ma implacabilmente realizzando i folli progetti messianici (spurii) dell’Eretz Israel, del Grande Israele, frutto partorito dalle menti deviate e depravate dell’elite politico-religiosa sionista, la più razzista ed esclusivista che la Palestina ed il mondo intero abbiano mai conosciuto.
Quando i popoli del mondo avranno capito e realizzato il pericolo posto da questa lobby, da questa setta di fanatici, che nei loro coloni ortodossi, i settlers, hanno la punta di sfondamento, tale pericolo sarà disinnescato e sventato.

Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=o3NvUcfCRU8


Bahrain: Western Complicity

Posted: April 9th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Emirati e Califfati, Geopolitica, Geostrategia del Petrolio, Mondo arabo | No Comments »

Bahrain: Western Complicity

in Saudi-Backed War Crimes

Civilian Killings, Disappearances, Torture,

Chemical Warfare and Organ Theft…

By Finian Cunningham – Global Research, April 6, 2011

Claims of Civilian Killings, Disappearances, Torture, Chemical Warfare Agents and Organ Theft From Victims of State Violence

When Saudi-led military forces intervened in Bahrain on March 14, it was declared by the Bahraini government and its allies among the Gulf Cooperation Council (GCC) states of Saudi Arabia, Kuwait, Qatar, Oman and the United Arab Emirates that the unprecedented move was a matter of urgency, needed to “restore order and stability” to the tiny Persian Gulf island kingdom. An arcane GCC defence pact was invoked – the Arabian Peninsula Shield – even though legal experts pointed out that such a provision was only applicable in the event of one of the six Gulf states coming under attack from an external enemy.

Three weeks later, the real nature of the Saudi-led intervention is becoming brutally clear. It can now be seen as an invasion that has led to foreign occupation, lawlessness and several categories of crimes against humanity committed by the very forces purported to bring order. In one sense, the rhetorical justification for invoking the Peninsula Shield force, “to restore order and stability”, is literally correct. The aim was to restore the order and stability of the US-backed Al Khalifa Sunni dictatorship that had sat perilously on top of an oppressed Shia majority for decades. On February 14, the Shia majority (60-70 per cent of the indigenous population) along with disenfranchised Sunni and non-religionists from working class communities rose up in numbers that had never been seen before. Inspired by revolutions in Tunisia, Egypt and elsewhere in the Arab region, Bahrain’s surging pro-democracy movement rocked the royal rulers.

Bahrain’s indigenous population is estimated at 700,000. Official figures are hard to come by because of the demographic sensitivity of the island’s Sunni ruling elite. So when daily demonstrations of up 200,000-300,000 people were flooding main roads and highways, temporarily disabling government institutions and centres of commerce – and with crowds shouting with increasing boldness “Down, down [King] Hamad” – there was a palpable sense that the regime was facing a serious existential threat. No matter that the protest movement was based on peaceful civil disobedience, the threat to the status quo had reached an unbearable threshold, from the point of view of the regime and its regional and Western backers.

During the four weeks of democracy-euphoria sweeping Bahrain, the Gulf leaders were in constant communication under the aegis of the GCC with its headquarters in the Saudi capital, Riyadh. Even when Bahrain’s rulers ordered a massacre of seven civilians during the first week of protests, the foreign ministers of the GCC defied an international outcry and rallied in staunch support of their ally in Manama. Evidently, the shaky foundations of the House of Al Khalifa were undermining the House of Al Saud and the other sheikhdoms of the Gulf, as witnessed by the beginnings of civil unrest in Saudi’s oil-rich Eastern Province and Oman. If Bahrain were to succumb to democracy, as its people were demanding, the domino effect on the rigid, autocratic power structure across the Gulf would have revolutionary repercussions.

Enter the US and Britain

The threat of democracy in the Gulf is not just a concern to regional despots fighting to maintain their anachronistic privileges over the mass of impoverished people. The threat to autocratic rule in the Gulf goes to the heart of global power domination by Western capitalist governments and their imperialist control of resources and nations. The continued flow of oil from the earth’s largest proven reserves of hydrocarbons, and perhaps more importantly the continued flow of petrodollars from the Gulf puppet states to buy Western treasury bonds and thus prop up debt-crippled economies, are hugely vital interests. Reflecting this dependence on maintaining the autocratic Gulf status quo, the Western governments every year sell billions of dollars worth of weaponry to the dictatorial regimes – weapons that are used mainly to suppress their own people from seeking democracy.

It is worth thinking about that for a while. Western governments, despite lofty rhetoric and platitudes about democracy and human rights, are, under the operation of the capitalist order, in direct conflict with such values. This fundamental contradiction of Western powers can of course be seen right across the Middle East and North Africa, having backed dictators in Egypt, Tunisia, Jordan, Yemen, and until recently Libya under Muammar Gaddafi. But the Gulf’s primary oil riches and its strategic location from which Western powers are able to launch wars of aggression to control the vast energy resources of Central Asia, including the checking of Iran, makes the Persian Gulf region a particularly inviolate vital interest.

Just when the Gulf rulers were reaching their threshold of intolerance towards the democracy movement in Bahrain, the US defence secretary Robert Gates made an unscheduled over night visit to Bahrain’s King Hamad Al Khalifa on March 11-12. Only days before, Britain’s top national security advisor, Sir Peter Ricketts, also had a closed meeting with the Bahraini monarch conveying, it was reported, “a special message” from UK prime minister David Cameron.

Two days after Gates left the Bahraini royal household, on March 14, several thousands-strong armed forces entered Bahrain across the 25-kilometre causeway connecting Saudi Arabia. Two days after that again, on March 16, Bahrain’s rulers declared martial law, beginning with a full military attack on peaceful, pro-democracy protesters camped at the capital’s Pearl Square.

As Middle East analyst Ralph Schoenman points out: “This level of coordination does not result in full-scale invasion 48 hours later by virtual puppet regimes without taking their cues and instruction from their military suppliers and political overseers.”

Pointing to the strategic importance of Bahrain, where the US Fifth Fleet is based, Schoenman added: “Bahrain is the linchpin of imperial control of the entire region and, indeed of global capitalist ‘stability’ through hegemony over oil and seething populations chafing under the heel of feudal, autocratic, semi-colonial and country-selling regimes.”


That the US government must have given a green light to the Saudi-led invasion and ongoing repression in Bahrain is corroborated by Pepe Escobar in Asia Times on April 2. He writes: “Two diplomatic sources at the United Nations independently confirmed that Washington, via secretary of state Hillary Clinton, gave the go-ahead for Saudi Arabia to invade Bahrain and crush the pro-democracy movement in their neighbor in exchange for a ‘yes’ vote by the Arab League for a no-fly zone over Libya – the main rationale that led to United Nations Security Council resolution 1973. [1]

On the morning of March 16, around 5.30am, Bahrain’s mobile telecommunication networks were abruptly shut down. Minutes later, members of the Bahraini Defence Forces and police, supported by Saudi-led GCC troops, fired on civilians with machineguns, tanks and US-made Cobra helicopter gunships.

One of those killed, Jaffar Maioof, from A’ali village, was shot in the back and the legs. Thirty-two-year-old Jaffar had been earlier entreating the armed soldiers who came to crush the pro-democracy movement camped for nearly a month at the Pearl Square.

“We only want peace and democracy,” Jaffar told the soldiers of the Peninsula Shield. “The rights we are fighting for are rights for you too… the right to vote, to work, to have a good house, health and education.”
The soldiers didn’t want to listen, recalled Jaffar’s cousin, Abdulllah, who was with him on that fatal morning.
“They starting firing machineguns from helicopters and tanks,” said Abdullah. “Jaffar was hit in the back and then in the legs. He fell to the ground, but we couldn’t help him because the soldiers were firing at us and they wouldn’t let an ambulance near Jaffar. They shot at the tyres of one ambulance vehicle that tried to reach my cousin.”

The total number of dead civilians since the February 14 uprising in Bahrain is estimated between 25 and 30. It is hard to put an exact figure on the numbers murdered on March 16 and subsequently because of the second violation of international law committed by the Peninsula Shield forces – the immediate targeting of hospitals, medics and the injured in the hospitals.

The prime target was Salmaniya Medical Centre, Bahrain’s biggest public hospital and only a few kilometers from Pearl Square, which had defied ministerial orders in previous weeks to keep its doors open to treat the thousands injured by state violence involving shotguns, high-velocity weapons, tear gas, and rubber bullets fired at point-blank range.

Several of the doctors and nurses at Salmaniya were physically abused when the military attacked the hospital – crimes against humanity on two counts. One senior consultant, Dr Ali Al-Ekri, was arrested while he was conducting surgery. His whereabouts remain unknown. In total, nine doctors and senior nursing staff have been unlawfully detained, accused of being “disloyal” by the regime simply because they adhered to medical ethics to treat dying and injured protesters.

Injured among up to 400 missing

Added to the detained medics, it is estimated by human rights groups that between 200 and 400 injured patients were and continue to be detained by military forces that commandeered Salmaniya and all other public hospitals following the crackdown on March 16.

A spokeswoman for US-based Human Rights Watch said: “We are deeply alarmed by the number of disappeared. And we are even more concerned by the number of people who had been reported missing and who are now being found dead. There seems to be a blatant campaign to silence people by fear,” she added.

In recent days, at least four people have been reported dead after they went missing during the military crackdown. One of them was named as Abdulrazul Al Hujairi (38), from Burri village. He worked as a cleaner at Salmaniya Hospital in Manama and was taken into custody on March 19, according to witnesses. His badly beaten body, including a broken neck, was found the next day near the remote oil fields of Awaali. (His body also bore evidence of deep surgery on his torso – unrelated to the cause of death. See more on this below).

The father of another man Hani Abdulaziz (32), from Belad Al Qadeem, west of Manama, described how he saw his badly injured son being taken away by military police while he was being treated at the International Hospital on March 19. Abdulaziz is believed to have been tortured after he was snatched by a police squad earlier that day. [2] He was taken to a nearby construction site and shot in the legs and arms, said witnesses. The bare concrete room where he is said to have been shot four times at close range bore the evidence of massive blood loss. His father said subsequent inquires with the police failed to produce any information on the whereabouts of his son. His body was eventually released five days later – the same day he was buried. Abdulaziz’s family rejected the official death certificate, which claimed that he was killed in a car accident.

Chemical warfare agents cleared by Washington?

Another violation of international law concerns the alleged use of chemical warfare agents by the Peninsula Shield forces.

One Bahraini senior consultant said: “We are sure that nerve agents are being used against protesters. Hundreds of people have been treated for severe symptoms of nerve poisoning that are quite distinct from exposure to teargas.”

This diagnosis of nerve gas poisoning was verified independently by other senior doctors. One toxicologist said: “I am 100 per cent sure that these people were suffering from nerve gas poisoning. All the symptoms match those of poisoning with organophosphate chemicals that are used as chemical warfare weapons.”

The toxicologist went on to explain that the effects of teargas are relatively mild and shortlived, causing coughing and streaming of eyes for 15-60 minutes. However, the medic noted:  “People were being brought into the hospitals suffering from unconsciousness, severe convulsions, spasms in their hands and limbs, memory loss, vomiting, the loss of voluntary muscle function, leading to urination and diarrhea. These symptoms match closely those of poisoning with organophosphate neurotoxins. Furthermore, we treated people with the drug, atropine, which is an antidote specific to this organophosphate toxicology.”

It should be pointed out that the use of such nerve agents is illegal under the 1993 UN Convention against Chemical weapons, to which the Bahrain state and its Western allies are signatories. It should also be noted that the same toxicology and claims of neuro toxins being deployed against civilian protesters have been reported in the US-backed Yemeni regime. That such a grave violation of international law was conducted contemporaneously by two US-backed regimes strongly suggests that these states were given clearance from Washington.

Claims of organ theft

To the catalogue of crimes against humanity committed by the Peninsula Shield forces are allegations that the bodies of victims of state violence are being used to harvest organs. According to pro-democracy sources, as many as 17 bodies of victims released from military custody show signs of deep surgery from the neck to the abdomen. One of those cases is that of Abdulrazul Al Hujairi, mentioned above.

Another case is that of 15-year-old Sayed Ahmed Saeed Shams, who was shot dead on the night of March 30.in a drive-by shooting by police, say witnesses. The youth was killed by a single bullet entry above the left eye. When his body was returned to the family for burial the next day, the entire upper body had been subjected to deep surgery – surgery that was unrelated to the cause of death. This and several other cases of inexplicable surgery on victims of state violence are fuelling claims of illegal organ theft, claims that at least deserve an international independent inquiry.

Finally, it should be noted that while the US and other Western powers have mounted robust military and diplomatic intervention in Libya in the name of “humanitarian concern”, no such action has been taken for protection of civilians in Bahrain despite clear evidence of multiple violations under international law and notwithstanding the fact that thousands of US military personnel are stationed only kilometers from the scenes of appalling violence. Despite condemnations from the UN’s Human Rights Commissioner and rights groups such Human Rights Watch and Amnesty, Western governments have conspicuously failed to voice unequivocal concern to halt the ongoing repression against unarmed civilians in Bahrain. This is not just a case of hypocrisy and double standards. It points to Western government complicity at the highest level in crimes against humanity. And the glaring Western contradiction between Bahrain and Libya also shows the much-vaunted

Western humanitarian concern in Libya as being nothing but a cynical cover for alterior motives.

Finian Cunningham is a journalist and musician: [email protected], www.myspace.com/finiancunninghammusic

Notes

[1] http://atimes.com/atimes/Middle_East/MD02Ak01.html

[2] http://www.youtube.com/verify_controversy?next_url=http%3A//www.youtube.com/watch%3Fv%3DLzj0UsLrwQE

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Libia: una questione africana

Posted: April 9th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Giornalismo storico, Guerre & Strategie, Libia | No Comments »

La Libia: soprattutto una questione africana

intervista a Jacques Borde, storico e giornalista francese

Geostrategie 8 aprile 2011 – Traduzione di Alessandro Lattanzio


D – Come giudica il coinvolgimento dell’Europa?
Jacques Borde – Francamente: Un valzer ipocrita tra barili di petrolio! Con Cameron e Sarkozy debuttanti, sperando qualcosa di diverso da quatto soldi dal loro mentore degli Stati Uniti. Mentore che, ovviamente, non farà nulla e li farà  rotolare nella farina. Ma si sa, con i nostri leader eurolandesi, eredi degni del colonial- socialismo avviata da Jules Ferry, si vede subito il lupo uscire dal bosco… Per quanto riguarda l’epica libica, l’Europa, a subito rivelato la sostanza del suo pensiero, dichiarandosi pronta a comprare il petrolio dei ribelli. “Se il reddito [dal petrolio e dal gas] non va al regime di Gheddafi, allora non abbiamo alcun problema con le operazioni commerciali col petrolio e il gas libici.” Questo è stato ammesso, a sua somma vergogna, dal caro Michael Mann, niente di meno che il portavoce del capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.

D – A suo parere, si va  verso una risoluzione della crisi?
Jacques Borde – Per nulla proprio. Il problema principale dei ribelli è la loro mancanza di efficacia sul campo. La motivazione in prima linea. E ancora. Le capacità tattiche vicino allo zero assoluto. L’apice è stato raggiunto da questi ribelli che sparano in aria al passaggio di una pattuglia aerea dell’asse atlantico, provocando al tempo stesso la sua risposta al lancio di traccianti, interpretato come ostile. Tragico e stupido assieme. Per quanto riguarda la strategia di queste persone, è difficile comprenderne gli arcani. Inoltre, sembra, i mezzi cominciano a mancare.

D – I ribelli continuano ad appellarsi all’Occidente per gli aiuti…
Jacques Borde – Sì. A ragione. Ma con risultati alterni. Se si (ri)cita Michael Mann, il buon uomo ha detto, facendo eco ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique, che l’UE “non aveva cambiato la sua posizione in merito all’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle forze della NATO.” Quindi, se aiuta, non sembra farlo in modo molto massiccio. E non risolve il fatto che l’arma non fa il soldato! Con tali pietosi combattenti, il loro addestramento può richiedere mesi…

D – Gheddafi può davvero vincere?
Jacques Borde – Nulla è scritto, quando si parla di guerra. Chi credeva che i miliziani somali sulle loro ‘Tecniche’ avrebbero ottenuto la partenza di corsa delle forze statunitensi nel 1993?
Ma Washington, che da qualche parte ricorda la lezione di Mogadiscio, riguardo al caso libico – iniziato dalle sue spalle di Parigi e Londra, ricordiamocene – ci ha mostrato un curioso esempio di: “trattenetemi, o farò un macello.” Chiaramente, dalle 22:00 GMT di Lunedì, 4 Aprile 2011, nessun aereo ha fatto delle sortite. Certo, le forze di Gheddafi, come riferito, avrebbero perso un terzo del loro potenziale da quando le incursioni aeree dell’asse atlantico sono iniziate. Al costo di 851 sortite dal 31 marzo 2011. Un rapporto piuttosto deludente in termini di prestazioni. Il che, visto da l’altra estremità del telescopio, significa che Gheddafi ha ancora due terzi dei mezzi militari che ora utilizza con una maggiore intelligenza tattica. In realtà, il tempo è piuttosto a favore di Gheddafi.

D – In che senso?
Jacques Borde – non riesco a vedere gli insorti vincere da soli. Ovviamente, le forze lealiste le erodono lentamente. Leggendo Warden, ancora più eloquente sui limiti della guerra aerea in generale, e dei suoi Cinque Cerchi, e alcuni altri, i nostri tristi napoleoni hanno appreso che la strategia solo aerea non è sufficiente per vincere un conflitto. Una guerra si vince sul campo! In realtà, tutto si basa su due elementi:
1. Gli Stati Uniti continueranno a fornire – la maggioranza, ricordiamolo – degli attacchi aerei?
2. Chi si scontrerà coi Gheddafiani, per rimuoverli, mano a mano, dalle loro posizioni?
Finché non avremo una risposta a entrambe le domande, lo stallo continuerà. E la coalizione, così difficilmente costruita, potrebbe nel frattempo, disfarsi. Per iniziare – chi lo sa? – dagli Stati Uniti. Si viene, curiosamente, a sapere dell’arrivo a Tripoli di un ex parlamentare degli Stati Uniti. “Il nostro obiettivo è quello di incontrare il colonnello Gheddafi oggi, e convincerlo a lasciare il potere“, ha subito tentato di convincerci il repubblicano Curt Weldon dal The New York Times. L’amministrazione Obama ci mostra, da parte sua, il vecchio trucco dell’”iniziativa privata“. A chi credere, in questa fase?

D – Nella nostra prima intervista, lei ha parlato di “Somalizzazione”?
Jacques Borde – Assolutamente. Questo rimane valido. Come in Somalia, i nostri strateghi da sottoprefettura hanno creduto che bastasse sostituire, con un fischio, Gheddafi e la sua famiglia. Per adesso, è ciò che più ha fallito!
Inoltre, che dire di una libia affidata ai ribelli, di cui non sappiamo praticamente nulla? Sapete, in Libia, gli occidentali stanno cercando di ricreare  ancora una volta il colpo della Somalia: Mohammed Siad Barre fu rovesciato, senza considerarne le conseguenze. Il crollo del regime di Barre ha portato il paese in una terribile guerra civile tra fazioni concorrenti. Soprattutto quella che ha sostenuto il presidente ad interim, Ali Mahdi Mohamed, e quella che ha sostenuto il generale Mohamed Farah Aidid. Lo stesso uomo che ha costretto gli statunitensi ad andarsene con la coda fra le gambe, durante l’inverno del 1993. Ricordate?

D – Ma l’intervento in Libia incontra qualche accordo?
Jacques Borde – Sì. Ma non all’unanimità. E’ lontana. Prendo atto della estrema cautela dei paesi africani. Tra l’altro i primi e i più colpiti da questa crisi. Soprattutto quella di Jean Ping e Idriss Deby. Il primo presiede l’Unione africana e l’altro, il vicino Ciad! I due uomini dicono, parola per parola, quello che vado dicendo da settimane su questa crisi …

D – Vale a dire?
Jacques Borde – Prendete il Presidente Déby, che cosa ha detto ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique? Ciò che lo preoccupa, “è ciò che sta accadendo oggi in Libia e il rischio di implosione di questo paese. L’islamista al-Qaida ha approfittato del saccheggio degli arsenali nella zona ribelle per rifornirsi di armi, compresi i missili superficie-aria, che sono stati successivamente dispersi nei loro santuari nel Ténéré. Questo è molto grave. L’AQIM sta diventando un vero e proprio esercito, il più attrezzato della regione.” Più oltre, nel corso dell’intervista, il presidente Deby ha ribadito i suoi timori, affermando “che l’Aqmi ha di certo preso parte attiva alla rivolta”.

D – Credete?
Jacques Borde – E perché no? Il presidente Idriss Deby sembra un uomo più sicuro e avvertito sulla questione – non siamo al centro di una crisi che sta alle sue frontiere e che riguarda un uomo che è stato sia un nemico che un alleato del colonnello Gheddafi – del saggista mondano-sessuologo-diplomatico Lévy, BHL voglio dire!

D. – Per voi, Deby è ben posizionato nel giudicare questo caso?
Jacques Borde – Sì. E’ in prima linea, giusto? E’ anche un capo militare coscienzioso, efficace e non senza coraggio. Inoltre, i francesi sono in grado di saperlo, il Ciad ha eccellenti servizi di informazione: L’Agence Nationale de Sécurité (ANS), in particolare, che è l’equivalente alla Direzione generale per la sicurezza esterna (DGSE) francese. Il suo ruolo è – cito il Presidente Deby, “difendere il paese contro il terrorismo, gli agenti dormienti di al-Qaida e il pericolo esterno” – penso che dovremmo dargli qualche credito in questo dossier. Più della logorrea di BHL, comunque, che ci ha portato in questa sanguinosa crociata. E la parola non è mia, vi ricordo.

D – Quali sono gli argomenti del presidente Deby?
Jacques Borde – Rileggete semplicemente i suoi commenti a François Soudan di Jeune Afrique: per lui l’impegno occidentale “…è una decisione affrettata che potrebbe avere gravi conseguenze per la destabilizzazione regionale e la diffusione del terrorismo in Europa, Mediterraneo e Africa (…). Una pacifica insurrezione popolare come è successo in Tunisia e in Egitto è una cosa, mentre una ribellione armata in Libia è un’altra. Sostenere questo tipo di fenomeno, per non parlare di intraprendere un’azione militare per accompagnarla e farla riuscire, sarebbe direttamente contraria al Trattato dell’Unione africana. La nostra posizione, come avevamo già stabilito al Consiglio per la pace e di sicurezza (CPS), tenutasi ad Addis Abeba il 9 e il 10 marzo, era chiara: cinque capi di stato hanno dovuto viaggiare in Libia e ci hanno fornito la loro relazione, prima di prendere una decisione. Nel frattempo, non abbiamo avuto modo di condannare Gheddafi a priori. L’ONU, l’UE, la Francia e gli Stati Uniti non ha voluto tener conto dell’UA. Questo è sbagliato“. Non ho nulla da aggiungere.

D – Pensate che l’Occidente ha preso sottogamba l’Africa?
Jacques Borde – Peggio. E’ il puro succo del colonial-socialismo. Nella buona vecchia tradizione del costoso disprezzo di Londra e Parigi. Inoltre, il capo dell’Unione africana, Jean Ping, non ha nascosto i suoi sentimenti su ciò. In un’intervista con RFI non ha sottolineato che “quando l’Unione europea e gli altri hanno preparato la risoluzione e l’applicazione, nessuno è venuto a trovarci. Madame Ashton è andata al Cairo e non è mai venuta a trovarci. Anche il ministro degli affari esteri francese, Alain Juppé, è andato al Cairo. Nessuno è venuto a trovarci!” E ‘chiaro, no?

D – Ed è stato sbagliato non ascoltare gli africani?
Jacques Borde – Sarebbe più esatto dire che gli occidentali, mentre erano già tutti presi da loro trip guerriero, non hanno voluto ascoltare nessuno! Soprattutto non è un Jean Ping che ricorda loro, cito, “la differenza che esisteva tra gli eventi in Libia, Tunisia ed Egitto, in Tunisia c’è stata la “rivoluzione gelsomino”, una rivoluzione pacifica. Nessuno è andato con i carri armati dalla parte dei giovani rivoluzionari. In Libia ci sono due forze militari. Su ogni lato, vi sono armi pesanti! Dei carri armati! Così è molto più simile a una guerra civile. E i rischi, la divisione e la “Somaliazzazione” del paese”.

D – Cosa pensate della tesi dei mercenari africani al soldo di Gheddafi?
Jacques Borde – molte cose. La prima, che venendo dall’Occidente, è come se il bue da del cornuto all’asino! Una gigantesca stronzata…

D – Cosa volete dire?
Jacques Borde – Il perfido Muammar che assume mercenari? Ammettiamolo! Divertente, tuttavia, provenendo da potenze occupanti l’Afghanistan e l’Iraq, dove quasi o più, a seconda del caso, del 50% degli effettivi impegnati sul terreno sono contractors che lavorano per compagnie private militari (PMC). In altre parole, mercenari. Tra 120.000 e 180.000 secondo i dati, più delle truppe regolari statunitensi oggi in Iraq. E tra 80.000 e 100.000 in Afghanistan, secondo le fonti. Questa deriva dalla privatizzazione della guerra è un fenomeno abbastanza diffuso. Ognuno se ne approfitta da quasi dieci anni. E all’improvviso diventa un problema, anche un crimine, quando l’utilizza Tripoli. Che, del resto, non è stato provato in modo indipendente!

D – Avete dei dubbi?
Jacques Borde – Dopo Timisoara, ho imparato a diffidare del prêt-à-penser veciolato dal Io sono ovunque della decenza mediatica proprietà. Per ora, il minimo che possiamo dire è che ci mancano le prove. Verificabili, voglio dire. A questo proposito, il presidente del Ciad, Idriss Deby, è stato molto chiaro. Per lui, “Non c’è nessun canale, formale o informale, per reclutare mercenari per la Libia. Detto questo, centinaia di migliaia di ciadiani vivono in Libia, alcuni da tempo integrati nella società di questo paese. E’ quindi possibile che una manciata di loro abbiano, in un modo o nell’altro, partecipato individualmente a battaglie“. Su questo punto, ricordimoci che molti di questi ciadiani sono doppi cittadini suscettibili di coscrizione, come gli altri libici, nelle forze regolari.

D – E gli altri paesi africani?
Jacques Borde – Nulla di conclusivo è ancora disponibile. E dopo? Ho visto sulle nostre televisioni, forza interventista, i ministri (presumibilmente) integrati e specialisti di ogni tipo, vantarsi ampiamente dei principali accordi militari – chi Franco-Emirati Arabi Uniti, chi Franco-Qatar – che hanno consentito a queste due monarchie di arraffare la loro parte del bottino in Libia, la sua acqua e il suo petrolio. Perché Tripoli non agirebbe nello stesso modo con le capitali africane del suo ambiente geopolitico? Ma, onestamente, credo che soprattutto i malvagi mercenari africano del ribollente comandante di Tripoli, per battuti che siano, sono nella stragrande maggioranza, e più semplicemente, cittadini libici. È la caratteristica delle guerre civili vedere i cittadini di un paese, dividersi tra i due campi. Senza dubbio questo spiega, anche, la prudente attenzione degli Stati Uniti su questo tema: Civil War è un termine di cui i nostri amici statunitensi sanno, meglio di altri, il significato più profondo. Non l’imparano sui banchi di scuola?

D - Qualcosa da aggiungere?
Jacques Borde – Sì. Sembro non fare tanto caso agli insorti. Ma non è disprezzo. Il mestiere delle armi, per parlare solo di esso, non s’improvvisa. La Geopolitica, neanche. Tutti, soprattutto quelli che spingono per la guerra, sembrano avere preteso, con una sorprendente leggerezza, da questi ribelli più esperienza, saggezza politica, e quindi, risultati che non ebbero i leader, sebbene accorti, dell’esercito dell’impero di Alessandro che disputandosi il suo Impero, non poterono evitare scomparsa. Ciò che accadrà è, purtroppo, in gran parte prevedibile. É stata l’agitazione dei nostri furieri della guerra, a essere stata la cosa più criminale. Quanto al futuro, come Platone ha scritto: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/08/la-libia-soprattutto-una-questione-africana/


Criminalità Neocoloniale Francese

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Costa d'Avorio, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Crimini di guerra francesi, Guerra, Testimonianze | No Comments »

Costa d’Avorio: l’Onu e la Francia si macchiano di crimini contro l’umanità

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu


Côte d'Ivoire: Les massacres de Ouattara à Duekoue by Nzwamba

Un massacro. Non ci sono altre parole per definire l’operazione militare messa in atto nella notte tra lunedì e martedì dalla Francia e dall’Onuci per “proteggere i civili”. Si parla di 2307 morti e di migliaia di feriti tra la popolazione ivoriana. Un bilancio destinato ad aumentare a causa dell’embargo sui medicinali che rende difficile curare i feriti. Ma il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ieri ha avuto il coraggio di dichiarare con forza che l’Onuci “non partecipa al conflitto in Costa d’Avorio: in linea con il mandato conferito dal Consiglio di Sicurezza, ha agito per proteggere se stessa e per proteggere i civili”.
Secondo il segretario Onu, le forze della difesa e della sicurezza “hanno preso di mira il quartier generale dell’Onu in Costa d’Avorio all’hotel Sebroko, con cecchini che usano armi di calibro pesante, mortai e lancia-granate”. Negli attacchi “quattro caschi blu sono stati feriti”. Di fronte alla “strage” di caschi blu, Ban Ki Moon ha “chiesto il sostegno delle forze francesi” per uccidere più di duemila civili. E il presidente della Francia Nicolas Sarkozy – si legge in un comunicato dell’Eliseo – ha risposto “positivamente a questa richiesta e ha autorizzato le forze francesi a partecipare alle operazioni condotte dall’Onuci per la protezione dei civili”.
Se si trattava di un’operazione di “pace” come mai allora i bombardamenti non hanno interessato solo “obiettivi militari”, ma hanno colpito l’ospedale di Kumasi, quello di Yopougon e quello militare di Abidjan. Hanno bombardato la residenza del presidente Gbagbo e il palazzo presidenziale dove c’erano ammassati da domenica un milione di civili. Hanno distrutto la Radio e Televisione di Stato(Rti).
No, non è stata un’operazione militare mirata a proteggere la popolazione ivoriana. È stato un atto di guerra e una vera e propria carneficina. La fonte di Rinascita, che vive barricata in casa con pochi viveri da dividere con i vicini che ormai non hanno più cibo, racconta che gli elicotteri dell’Onuci hanno sparato sull’unico supermercato aperto dove si era formata una folla immensa per rifornirsi di generi alimentari.
Crimini contro l’umanità di cui la Francia e le Nazioni Unite dovrebbero rispondere davanti ad un tribunale internazionale.
Ma l’ipocrisia non ha limiti. Dopo aver bombardato indiscriminatamente su Abidjan, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Rupert Colville, ha espresso “profonda preoccupazione per la situazione dei civili in una città così importante, con milioni di abitanti”. In una conferenza stampa, Colville ha manifestato apprensione per il fatto che “armi pesanti vengano usate in zone ad alta densità abitativa e che potrebbero aver causato decine di morti negli ultimi giorni”.
Dello stesso avviso Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari che ha definito la situazione umanitaria ad Abidjan “drammatica”, precisando che la “maggior parte degli ospedali e dei servizi pubblici non sono più funzionanti”.
Prima l’Onu si schiera apertamente con Ouattara, sostiene militarmente i militari, bombarda Abidjan e poi esprime preoccupazione per i civili.
Ma la missione di pace delle Nazioni Unite non dovrebbe essere neutrale?
Come mai nel conflitto civile del 2002, subito dopo il tentativo di colpo di Stato di Ouattara, quando i ribelli delle Forze nuove ammazzavano e seviziavano la popolazione civile, causando centinaia di morti e di decine di migliaia di sfollati, la Francia e l’Onu non sono intervenuti rispondendo all’allora presidente Gbagbo, eletto democraticamente nel 2000, che era una “questione ivoriana”. Due pesi e due misure.

E come mai dopo il massacro di Duèkoué, in cui le Forze repubblicane di Ouattara hanno ucciso 800 civili, raso al suolo un villaggio, violentato le donne  e i bambini,  l’Onu non è intervenuto contro il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale?

Le prove contro i ribelli sono schiaccianti: “Sono arrivati di giorno, mentre eravamo nei campi. Non ci eravamo allarmati molto, sapevamo che sarebbero arrivati ma pensavamo che avrebbero proseguito per Abidjan. Ci eravamo detti: non sarà come durante la guerra. Vogliono solo dimostrare di avere il controllo sull’intero territorio. Invece hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi e hanno cominciato a bruciare case e granai” è la testimonianza di Simon Taye, rifugiato ivoriano raggiunto dalla Misna in un assembramento di profughi oltre il confine con la Liberia, dove è arrivato dopo un giorno e mezzo di cammino nella foresta che attraversa la frontiera tra i due Paesi.
L’intera avanzata delle Forze repubblicane, con l’ausilio delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, è stata accompagnata da massacri, sevizie e stupri. “Era il 15 marzo, non dimenticherò mai questa data. Da giorni non si vedevano forze dell’ordine in circolazione quando uomini armati di tutto punto, gente delle forze repubblicane, sono arrivati nella nostra cittadina, Toulepleau, ultima città ivoriana prima del confine, a circa 130 chilometri di Duekoué,  e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sui civili, donne e bambini disarmati. Alcuni sono stati colpiti alle mani e ai piedi e non hanno potuto scappare a nascondersi tra la vegetazione come ho fatto io” racconta un altro profugo alla Misna.
E ora il terrore ha raggiunto anche la capitale economica: “Abidjan è fuori controllo, si spara, ci sono saccheggi ovunque e cadaveri nelle strade, cominciano a scarseggiare acqua ed elettricità, i colpi d’arma da fuoco sono arrivati anche in ambasciata e non da oggi”. A parlare è l’ambasciatore italiano in Costa d’Avorio, Giancarlo Izzo, contattato dall’Ansa, che ha spiegato che “non si possono fare previsioni sui tempi” della fine della guerra. “Le forze dei due si confrontano da mesi”, osserva Izzo, e “a complicare ulteriormente le cose c’è stato l’intervento militare dei caschi blu e dei francesi, che hanno sparato dagli elicotteri contro le postazioni dei sostenitori di Gbagbo che hanno accusato i francesi di neocolonialismo”.
Intanto la situazione rimane confusa ad Abidjan. Se i media francesi parlano di una sconfitta del presidente Gbabgo, il suo portavoce assicura che le Forze di difesa e di sicurezza hanno ancora il controllo della sua residenza e del palazzo presidenziale e del più importante
accampamento militare ad Abidjan. Una versione confermata dalla fonte di Rinascita, che ha parlato di centinaia di morti invece tra le fila delle Forze repubblicane di Ouattara. Ma circola anche la voce che Gbagbo stia negoziando la resa. Lo ha affermato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che detto: “Sono a conoscenza di queste trattative”. Ma sono poco attendibili le notizie riportate dai media francesi. Tanto che il portavoce di Gbagbo ha sostenuto che il legittimo presidente della Costa d’Avorio “è vivo e non si arrende”.

Mosca: ”Attacchi illegali in Costa d`Avorio”

Gli attacchi dell’Onu e delle forze francesi ad Abidjan sono “illegali”  nonché un “tentativo di assassinio”. Lo ha affermato Alain Toussaint, il consigliere del presidente Gbagbo in Europa.
Secondo Toussaint è stata proprio la coalizione internazionale, guidata da Francia e Usa, “a gettare il Paese nel caos”. Il consigliere ha quindi accusato “l’antica potenza coloniale francese di aver equipaggiato, formato e armato la ribellione di Alassane Ouattara”.
Un’accusa che è stata smentita dal Palazzo di Vetro che assicura che anche “se gli uomini di Gbagbo parlano di illegalità” dei raid, l’intervento è invece in linea con “il sesto paragrafo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, approvata il 30 marzo scorso”. Ma tale risoluzione numero 1975 “esortava le parti a cooperare con l’alto rappresentante dell’Ua” per trovare una “soluzione pacifica”.
È un passo fondamentale perché nessun Paese dell’Unione Africana e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mai autorizzato un intervento militare in Costa d’Avorio. Pertanto l’Unione africana e la Russia hanno sollevato dubbi sulla legalità dei bombardamenti aerei della Francia e dell’Onu su Abidjan.
“Ci sono significative perdite in vite umane in Costa d’Avorio. Certamente l’Unione africana ha fatto pressioni per il riconoscimento di Ouattara ma ciò non significa dover fare la guerra e autorizzare l’intervento di un esercito straniero” ha detto da Ginevra dove si trova in visita il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang, attualmente presidente di turno dell’Ua.
Anche il Sudafrica, pur avendo votato la risoluzione sulla Costa d’Avorio, prende le distanze dall’intervento militare: “Non mi ricordo di aver dato un qualsiasi mandato per un bombardamento aereo sulla Costa d’Avorio” ha detto da Pretoria il ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, rimarcando che il Sudafrica “non sostiene ciò che non ha votato”.

Epurazioni e carneficine in Costa d’Avorio

Eccidi ed epurazioni in Costa d’Avorio. Lo hanno denunciato la Croce Rossa Internazionale e la Caritas che hanno accusato le Forze repubblicane di Alassane Ouattara di aver ucciso nei giorni dell’offensiva militare più di 800 civili, perlopiù bambini, donne e vecchi, nella città di Duékoué, nell’ovest del Paese.
“I combattimenti avvenuti fra domenica 27 e martedì 29 marzo nel corso di un’offensiva compiuta dalla Forze repubblicane nella città di Duekoué – si legge nel comunicato della Caritas – sarebbero all’origine del migliaio di morti e dispersi”.
Ma non è solo l’Ovest del Paese ad essere teatro di massacri. La fonte di Rinascita, che vive ad Abidjan, racconta che anche ad est sono cominciate le epurazioni: il villaggio di Blé Goudé, il carismatico ministro della gioventù, che si trova vicino a Guiberoua, sarebbe stato completamente distrutto. Si parla anche qui di centinaia di morti: “le donne prima di essere uccise sono state violentate, quelle incinte sventrate e poi sgozzate”.
A San Pedro, i detenuti liberati nei giorni scorsi dai ribelli di Ouattara sono entrati in una chiesa e hanno sparato facendo decine di morti.
A fronte delle denunce della Croce Rossa internazionale e della Caritas, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha chiesto al presidente Ouattara di far luce su quanto accaduto durante l’avanzata e di prendere misure severe contro quanti hanno preso al massacro.
È la prima volta dall’inizio della guerra che le Nazioni Unite fanno un’accusa del genere nei confronti del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Un atteggiamento che ha infastidito non poco il governo di Ouattara che, forte del sostegno degli Stati Uniti e della Francia, si sente intoccabile.
Ally Coulibaly, ambasciatore della Costa d’Avorio in Francia, è infatti passato al contrattacco, accusando l’Onuci di non aver fatto niente per fermare i massacri nell’ovest della Costa d’Avorio.
“L’Onuci dice che ci sono state stragi, ma dov’era l’Onuci? L’Onuci  non era sul posto quando le forze repubblicane sono arrivate, l’Onuci era assente. Pertanto, non può accusare (…), cercando  di offuscare l’immagine del presidente Alassane Ouattara” ha denunciato Coulibaly, alla radio France-Info. L’ambasciatore ha poi confermato che “ci sono stati massacri”, ma ha messo in dubbio la versione della Caritas, bollando l’organizzazione come “troppo vicina alla chiesa” che “non ha mai desiderato la vittoria di Ouattara”. Ma ieri la televisione canadese ha messo in onda un servizio sulla Costa d’Avorio nel quale si dimostra che il massacro di Duékoué è stato compiuto dalle Forze repubblicane.

Prove che hanno “costretto” l’Unione Europea, sempre più in balia del presidente francese Nicolas Sarkozy, a scendere in campo per esortare le forze dei due rivali politici, Ouattara e Gbagbo, a proteggere i civili e a salvare il Paese da “un nuovo conflitto civile”. Lo ha affermato il commissario europeo per gli aiuti umanitari Kristalina Georgieva che appare poco informata sulla situazione ivoriana: la guerra c’è già in Costa d’Avorio. E pure da mesi.
Lo sa bene invece la Francia che ha ieri ha inviato altri 150 soldati ad Abidjan, duemila militari della Legione Straniera, e più di 100 carri armati.
Parigi è in guerra e teme per i francesi che vivono in Costa d’Avorio. Ma la classe non è acqua e il governo di Gbagbo ha assicurato che nonostante le manovre che continuano a “seminare morte” nel Paese “non sarà fatto alcun male ai cittadini francesi”.
Questi ultimi non hanno infatti colpa della politica belligerante del presidente Sarkozy che ha piazzato cecchini sui tetti delle case di Abidjan per impedire a migliaia di persone, disarmate, di raggiungere il palazzo presidenziale di Gbagbo. È successo domenica: un cordone di ivoriani si è stanziato intorno al perimetro della presidenza, unendosi ai giovani patrioti, che hanno ripreso il controllo della Radio e Televisione di Stato (Rti).  Secondo quanto riferito dalla fonte di Rinascita, intere famiglie, giovani e vecchi, donne e uomini, si sono stesi per terra impedendo ai carri armati francesi di arrivare al palazzo presidenziale gridando “meglio morire con onore che vivere da schiavo” oppure “Sarkozy vuole la Costa d’Avorio? Ci dovrà uccidere tutti”.  Non hanno paura di morire perché è più grande il timore di essere “ricolonizzati” dalla Francia.

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7491

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7529

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7530


Primavera araba, o fine dei tempi?

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Escatologia islamica, Guerre & Strategie, Islam, Mondo arabo | No Comments »

Primavera araba, o fine dei tempi?

di Enrico Galoppini – 7 aprile 2011 – Europeanphoenix.net


… … … Si è letto di “contagio”, di “emulazione”, di “vento della libertà”. Tutte fandonie. Operazioni simili vengono pianificate da dentro e da fuori, e la massa ‘telegenica’ viene fatta confluire nelle piazze in un modo o nell’altro, per esempio facendo artatamente innalzare vertiginosamente i prezzi dei cereali, la cui “borsa valori” non certo è in mano ai contadini tunisini o egiziani, ma a gente senza scrupoli che ci propina anche gli ogm (“Monsanto”… un nome, un programma). Altri, meno rincitrulliti e/o ingenui, argomentano che si tratterebbe di un “risveglio nazionale”, quasi una seconda puntata della storia cominciata con la creazione di quel “moderno mondo arabo” al quale accennavo in nota, il quale – è bene ribadirlo – originò dalla distruzione pianificata dell’Impero Ottomano prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale (la quale ebbe lo scopo principale di cancellare tutti gli imperatori di “diritto divino” – Absburgo, Hohenzollern, Romanov, Ottomani – ed ingabbiare una parte del mondo conquistato nella democratica e contro-iniziatica Società delle Nazioni, poi proseguita nell’Onu; la Seconda guerra mondiale – una specie di seconda puntata della prima – avrebbe completato il lavoro svolto con la Prima, tant’è che sortì anche la fine dell’Impero del Sol Levante nonché l’occupazione statunitense di parte dell’Europa)……………………..(leggi tutto su -TerraSantaLibera.org-)

Fonte: http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=40&catid=8#_ftn21

Da: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm


Risorgimento e guerra civile

Posted: April 3rd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra Civile Italiana, Guerre & Strategie, Risorgimento, Storia, Testimonianze | Comments Off

Teodoro Klitsche de la Grange:

Risorgimento e guerra civile

Prefazione a cura del prof. Antonio Caracciolo (CiviumLibertas)

RISORGIMENTO E GUERRA CIVILE

Sette tesi per ripensare il passato ed il presente nella storia d’Italia

di Teodoro Klitsche de la Grange

Le tesi:

- 1. La rivincita del revisionismo storico nella storia del Risorgimento italiano.

– 2. Gli infausti momenti della costruzione dello stato unitario.

– 3. L’impianto ideologico della circolare Ricasoli.

– 4. La negazione in Ricasoli del carattere politico del brigantaggio.

– 5. Differenti concezioni della legittimità possibile.

– 6. Gli italiani che non divennero tali.

– 7. La costante della guerra civile nella storia d’Italia.

TESTO IN  PDF QUI



Ricerca, composizione e pubblicazione a cura del prof. Antonio Caracciolo
http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/03/teodoro-klitsche-de-la-grange.html
PDF reloaded by Espedito Gonzales http://espeditogonzales.altervista.org/


La Libia sconosciuta

Posted: April 2nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra, Libia, Testimonianze | No Comments »

La Libia che nessuno racconta

di Guido Nardo, ingegnere Gruppo Eni

su Conflittiestrategie – Tratto da Italia Oggi,  31 marzo 2011

Era un paese in sviluppo, oggi c’è chi fomenta le rivolte.

Il racconto di un italiano che ha vissuto nella terra di Gheddafi dove si viveva sempre meglio.

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti.

Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (Eni, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare.

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada cira 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata «grande fiume»; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche «democratica», era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc_ e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi paesi non si interviene_

Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Fonte: Italia Oggi, 31 marzo 2011

http://www.italiaoggi.net/news/dettaglio_news.asp?id=201103311126046539&chkAgenzie=ITALIAOGGI

Da : http://proclamaitalia.wordpress.com/2011/04/02/la-libia-sconosciuta/


Voci Veraci da Tripoli

Posted: March 22nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Video | No Comments »

Voci Veraci: 2 Interviste da Tripoli

Porta-a-Porta 21 marzo 2011 (italiano)


Le prime 2 interviste rilasciate da libici, non condizionati dalla propaganda mediatica coloniale dei “signori della guerra” euro-franco-americana.

Il portavoce di Muammar Al Qadafi (Gheddafi), il sig. Ibrahim Moussa da TRipoli, ed il giornalista Ramadan Braiky, direttore della testata “Qurina” di Bengasi, della quale facevano parte redattori oggi nelle fila dei “ribelli”, rilasciano per Porta a Porta di Bruno Vespa 2 dichiarazioni che rompono il muro del silenzio e dell’illogicità eretto a “verità bellica” favorevole a quei paesi, USA, Francia e GB in testa, scatenati in un’impresa bellica atta ad abbattere il Raiss, indipendentemente da quante tonnellate di bombe si debbano sganciare sulla popolazione libica e a quanti “danni collaterali” si provochino, invece di svolgere le “azioni umanitarie” definite dalla Risoluzione ONU n. 1973.

L’intervista è a cura del corrispondente RAI sig. Duilio Giammaria, il quale, a giudicare da come cerchi di influenzare il discorso rivolto al pubblico a casa, sembra essere sulle stesse orme del già tristemente noto Claudio Pagliara, e chi segue le vicende Palestinesi può farsene un’idea…

Le risposte dei due libici però contraddicono le palesi intenzioni, asservite agli “Alleati”, del Giammaria, e ci rivelano invece una verità che ci vorrebbe a tutti i costi essere negata.

Come a dire che …”il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”…

FATE GIRARE QUESTO DOCUMENTO, UNA DELLE ODIERNE POCHISSIME VOCI FUORI DAL CORO


Come muoiono le Nazioni

Posted: March 22nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Israel Lobby, Poteri Occulti, Video | Comments Off

COME MUOIONO LE NAZIONI


Apocalisse mediterranea?

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Storia | No Comments »

Verso un Apocalisse mediterranea?

L’Italia ha appena festeggiato le sue menzogne unitarie per i primi 150 anni dell’era massonica italiota (vedi video al link), ed ecco che, senza perder altro tempo, i camerieri delle banche che la governano, danno immediatamente prova di servilismo nei confronti di quella stessa potenza che già 150 anni  fa si aggiudicò, a suon di ghinee d’oro e banditismo su larga scala, il controllo del Mare Nostrum.

L’Inghilterra, e la sua creatura coloniale d’oltre oceano, unitamente ad altre Nazioni, alleate o al guinzaglio, si accinge a riprendere possesso della sua vecchia ex-dipendenza: tutte le più potenti “democrazie” contro la Libia di Muammar AlQadafi. Una vergogna senza pudore.

Il Nobel per la Pace (…dei sensi altrui...), Obama, “ordina” la resa al Raiss.

Senza uno straccio di prove, rifiutando gli inviti agli ispettori ONU di verificare sul terreno l’inesistenza di carneficine di civili, spacciandoci video-notizie fasulle e veline delle SAS, vorrebbero imporre ad una Nazione Sovrana, ed al suo legittimo governo, il divieto di ripristinare l’ordine e la legalità, il lavoro e l’economia, il controllo dei confini e delle fonti energetiche della propria patria, in nome di falsi ideologici sbandierati per “rivolta per la democrazia”.

AUDIO= Libya: Saif al-Islam Gaddafi says UN resolution ‘unfair’

Ma non fateci ridere.

Sappiamo bene, noi, come moltissimi italiani ed europei pure, che quella che si prospetta è solo l’ennesima guerra di conquista delle fonti energetiche e di materie prime; per un riposizionamento strategico-militare in vista di scenari futuri di dittatura democratica globale; per strangolare le nazioni europe più deboli e riappropriarsi di quei contratti e vantaggi energetici che le stavano rendendo più forti. Nei notiziari non lo dicono mai, ma nella base sarda di Decimomannu sono operative e presenti unità dell’aviazione militare israeliana, sempre in esercitazione congiunta.

E poche sere fa alcuni rabbini mostravano orgogliosamente in televisione, su un canale nazionale italiano, le chiavi ancora in loro possesso della sinagoga di Tripoli, oggi un cumulo di macerie.

La Libia, a differenza di tutte le altre nazioni nord-africane, è l’unica, per ora, priva di presenze giudaiche sul proprio territorio. Varrebbe la pena di valutare anche tali fatti, alla luce di questa smodata ed apparentemente immotivata “guera santa” contro la Libia nata dalla rivoluzione del 1967.

La Francia scalpita, l’Inghilterra è pronta a bombardare, l’Italia, vergognosamente, presta le basi aeree per questo democratico crimine di guerra imminente.

Intanto le truppe saudite ed arabe fedeli al dio dollaro sono scatenate contro la popolazione del Bahrein, senza che nessun servizio giornalistico o politico europeo ce ne dia sufficiente notizia o chieda interventi umanitari, mentre Napolitano invoca il rispetto dei “diritti umani” in Libia: sempre lo stesso, dalla parte dei poteri forti.

VERGOGNA!

E vergogna anche su tutti quei progressisti e sinistri che vigliaccamente e stoltamente plaudono gli atti di prepotenza imperiale anglo-franco-americani: ma non sono quegli stessi che un tempo condannavano gli “imperialisti”? Oggi invece quegli “imperialisti” gli stanno bene? …sadomasochismo interessato puro, senza dignità e coerenza, con un passato fumoso e un futuro d’aria fritta, agit-prop sodomizzati nell’animo prima che nella carne.

Nel servizio di Antonio Caracciolo al seguente link troverete un buon resoconto dei fatti che si svolgono in Bahrein (Bahrein: foto-cronaca di un’invasione che non vediamo nei nostri media), dove la popolazione viene massacrata e la nazione invasa, senza che gli USA, che lì stazionano con la loro 5a Flotta Militare, oppongano la minima resistenza o trovino nulla da ridire.

Petrolio e potere, vendette e denaro, queste le direttive della Lega Araba, quella stessa che da decenni non muove un dito per aiutare gli arabi di Palestina sotto il giogo giudaico-sionista: VERGOGNA anche su di loro.

Quel che dispiace è la partecipazione libanese al “sì” onusiano. (FFP)

Fonte: http://terrasantalibera.com/wordpress/?p=93


Garibaldi ladro massone

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Massoneria, Storia, Video | No Comments »

Giuseppe Garibaldi,

ladro e massone al soldo degli inglesi



Anno 150 era massonica

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Storia | No Comments »

L’Inno Dei Briganti




Karol Katz primo santo frankista?

Posted: February 2nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Frankismo, Marranesimo, Poteri Occulti, Sette | No Comments »

WOJTYLA  SANTO ?

da: http://poteriocculti.mastertopforum.biz/


Questa lettera aperta del dott. Hamer a Papa Benedetto XVI riassume chiaramente 30 anni di storia della Medicina Germanica e non solo svelando diversi segreti.
Nel testo originale ci sono anche le foto che ben illustrano il testo.

http://universitetsandefjord.com/index.php?option=com_content&view=article&id=107:dr-hamer-an-seine-heiligkeit&catid=50:korrespondenz-2011&Itemid=132

Dr.med.Mag.theol. Ryke Geerd Hamer

19 gennaio 2011

a Sua Santità Papa Benedetto XI

Palazzo Apostolico
00120 Città del Vatticano

Lettera aperta !

Sua Santità, Papa Benedetto XVI – alias Joseph Ratzinger,
Il Suo predecessore, Papa Giovanni Paolo II verrà dichiarato beato a Maggio.
Le consiglio di prendere le distanze da tutto ciò.
La mia motivazione sarà il più semplice possibile:
Il 18 agosto 1978 mio figlio Dirk è stato ferito mortalmente dal Principe ebreo-italiano Vittorio Emanuele di Savoia (del casato ebreo Sachsen-Coburg e Gotha e membro della loggia segreta P2) con 2 colpi che durante un litigio aveva sparato intenzionalmente al dottor Nicola Pende, ma che avevano mancato il bersaglio colpendo un’altra barca dove dormiva Dirk.
Il Pricipe firmò a dire il vero una ammissione di colpevolezza che però in seguito ritrattò.
Il 7 dicembre 1978 Dirk morì dopo 19 operazioni a causa delle gravi ferite causate dalle pallottole del Principe.
Foto del funerale di Dirk
Il 18 maggio 1982 la corte suprema francese (Cour de cassation) giudicò che il Principe doveva essere accusato di omicidio intenzionale. Ma però non successe nulla.

L’agenzia stampa italiana ANSA pubblicò nel 1983 a Bonn la notizia del procuratore generale di Bastia che tutte le indagini del futuro processo contro il figlio del dell’ex Rè d’Italia sarebbero state inquinate dal primo giorno dai collaboratori, amicie corrotti della “mafia reale”.

Questa notizia fu riportata anche in quasi tutti i quotidiani italiani.
In un procedimento di revisione successivo nel 1991 un tribunale rabbinico di Parigi (giudici: Colomb, David, Jordan) condannò Vittorio Emanuele solamente per porto abusivo di armi a 6 mesidi carcere con la condizionale.

Quindi 13 anni dopo la morte di Dirk il Principe Vittorio E. di Savoia viene discolpato dalla accusa di “omicidio intenzionale” sebbene le prove degli esperti di balistica abbiano determinato esattamente la posizione da cui furono sparati i colpi che coincideva esattamente con la posizione del Principe.

Il proiettile che fu estratto a Dirk non fu analizzato e l’arma sparì già dopo pochi anni dopo l’incidente dalla camera di sicurezza del presidio della polizia francese.
Il giudice costruì un “dubium” (“in dubio pro reo”) che cioè ci fosse un secondo tiratore (rimasto sconosciuto), che i 30 testimoni presenti non avrebbero visto.
Il 16 ottobre 1978, mentre Dirk stava ancora lottando con la morte, Karol Wojtyla venne eletto Papa.
Il 7 dicembre 1978 Dirk morì tra le mie braccia.
Nonostante questo delitto il Suo predecessore Giovanni Paolo II augurò all’attentatore, Principe di Savoia, che ha sulla coscienza la vita di mio figlio, di poterlo accogliere presto in piazzaS. Pietro come Rè d’Italia.
Nel maggio del 1981 anche Karol Wojtyla viene colpito e ferito gravemente da Mehmet Alì Agca.
Egli però ha lasciato in prigione per 19 anni il suo attentatore – nonostante fosse sopravvissuto – prima di perdonarlo generosamente.
Ma il peggio deve ancora arrivare:
Io stesso mi sono ammalato, dopo la morte di mio figlio, di tumore ad un testicolo. E siccome fino a quel momento non ero mai stato seriamente ammalato, mi sono chiesto se la morte di Dirk non vic’entrasse qualcosa.

Esaminai (nel luglio del 1981) 200 pazienti e scoprìi che il cancro si forma effettivamente da un evento choc che chiamai DHS (Dirk Hamer Syndrom). Anche mia moglie fece le stesse ricerche e constatazioni in una clinica italiana.
In ottobre del 1981 consegnai le mie scoperte presso la mia Università di Tübingen come tesi di abilitazione (1° e 2° legge biologica) e la comunicai anche pubblicamente sulla Report-Monaco e sulla RAI italiana.
Queste sono state confermate nel 2005 anche dal prof, israeliano Joav Merrick della Ben Gurion University di Beer Sheva, Israele, in uno studio scientifico:
“Le prime 2 tesi fondamentali del lavoro di Hamer, cioè la psicosomatica “legge ferrea del cancro” (1° “legge”) e il principio di conversione da patogenesi a salutogenesi (2° “legge”)sono da ritenersi, in tutta la medicina odierna, come valide.
(The Scientific World Journal, VOL: 5, p. 93-102, 20050128)
Karol Wojtyla aveva già perso 7 chili di peso dall’attentato (come si poteva facilmente vedere). Sapevo cosa questo significasse e volevo aiutarlo con la mia scoperta. E così mia moglie, la dott.ssa Sigrid Hamer, portò la mia tesi di abilitazione a Josef Ratzinger, che già soggiornava a Roma, insieme alla richiestadi promuovere una verifica accurata. Ma non successe nulla.
In dicembre 1981 mia moglie si recò per la terza volta dal Cardinale Ratzinger, “l’Aslatus” del nuovo Papa e chiese di riavere indietro il lavoro dato che il Papa evidentemente non voleva fare nessuna verifica nella clinica papale Gemelli. Viene detto però a mia moglie per tre volte che il Santo Padre sarebbe ancora impegnato nella lettura. Ora – la tesi si trova ancora oggiin Vaticano.
Nel luglio 1982 il Papa aveva già perso 20 chili di peso. Doveva ormai sapere, leggendo, che aveva un cancro. E così fu operato per cancro all’intestino crasso. Ma si mascherò il tutto lasciando trapelare ufficialmente che non era un cancro (ridicolo – con 20 kg di perdita di peso!!).
Il mondo tira un sospiro di sollievo: Papa Giovanni Paolo II (72) non ha, secondo il portavoce del Vaticano Joaquin Navarro Valls “nessun inizio di cancro”. Tuttavia, il tumore che gli è stato asportato dall’intestino, avrebbe avuto “una piccola quantità di cellule, che iniziavano a diventare maligne.”
Egli si è fatto curare quindi secondo la mia Medicina Germanica con successo del 100%: solo operazione chirurgica, niente chemioterapia, niente morfina – e dopo 2 mesi era di nuovo sano.

Come si fa del resto con tutti i pazienti ebrei.
Secondo una pubblicazione della ambasciata israeliana a Berlino, gli ebrei in Israele hanno una mortalità da cancro di meno dell’ 1%.
Ma adesso arriva il più grande crimine della Chiesa della storia:
Papa Giovanni Paolo II ha constatato dalla lettura della mia tesi e dalla esperienza diretta, del trattamento avuto secondo la Medicina Germanica sulla propria pelle, che essa è esatta.
Ciò nonostante egli lascia freddamente che i pazienti di tutto il mondo – in malafede – muoiano letteralmente di chemio e morfina.
Inoltre un Padre della scuola cattolica di Freiburg gli aveva scritto una lettera personale:
(…) Io stesso ho preso contatto, per via di una grave malattia, con il sig. dott. Hamer ed ho provato sul mio corpo gli effetti positivi della sua scoperta. Questa esperienza non intendo tenerla per me. Per questo Le scrivo, perché sono convinto che il dott. Hamer La possa aiutare se Lei lo desidera. Lui stesso sa di questa lettera e mi ha comunicato la sua disponibilità. Sua Santità, c’è ancora molto da dire di lui e la sua scoperta, ma non mi dilungo oltre. (…)
Nel 2005 venni rinchiuso in Francia nel più duro carcere d’Europa (Fleury-Mèrogis) e condannato a 3 anni di reclusione dal Gran Rabbino Supremo di Francia, Francois Bessy (Capo di 10 scuole talmudiche a Aix les Bains), perché 12 anni prima 4 pazienti, che non conoscevo, poco prima di morire di chemio avevano letto i miei libri e sono morti lo stesso. Il vero motivo era però che avrei dovuto firmare la cessione di tutti i diritti della Medicina Germanica per uso esclusivo dei rabbini – cosa che naturalmente rifiutai.
L’8 aprile 2006 (2005 ?) vidi in televisione dalla mia cella la trasmissione delle esequie del defunto Papa. Quando la salma fu portata nella cripta il reporter televisivo (ufficiale) e portavoce del governo, nel 1°programma disse letteralmente:

“a dire il vero il Papa non era proprio un Polacco, ma un ebreo. Entrambi i suoi genitori erano ebrei ungheresi (Attila e Emilia Kaczorowski = Katz – Gatto). Ma è stato meglio così. Per questo i rapporti della chiesa cattolica con Israele sono stati così cordiali”.
Credetti di scoppiare sulla sedia. Ciò che avevo sempre sospettato veniva confermato ufficialmente e pubblicamente.
Già nel 1986 avevo saputo che il Rabbino di più alto rango del mondo di allora, Menachem Schneerson, insieme ai suoi medici ebrei, aveva fatto esaminare le mie scoperte, se fossero scientificamente giuste ed aveva constatato che era così.

Allora M. Schneerson annunciò a tutti i Rabbini del mondo che dovevano curare sé stessi e i loro pazienti secondo queste scoperte, ma che dovevano tenerle segrete per i non ebrei.
Da quel momento venni perseguitato dalla stampa e da tutti i media (anche diversi attentati), calunniato e cacciato – con l’aiuto di tutti i complici: medici, professori, università, autorità, giuristi, tribunali, ecc. – i cui rappresentanti evidentemente appartengono tutti ad una “certa comunità di fede.”
Nessuna meraviglia, se il Papa era ebreo, che egli non abbia mosso un dito.
Quando il principe nel 2006 venne arrestato e rinchiuso in prigione per una settimana per essere implicato in sporchi affari di giochi clandestini e truffe, nonché sfruttamento della prostituzione, ha ammesso lì la sua colpevolezza per la morte di Dirk (in un colloquio – intercettato -in cella con il suo coinquilino) ed ha confessato di aver preso in giro la giustizia francese. Questo significa che il tribunale di Rabbini (Colomb, David e Jordan) è stato una farsa, una truffa.

Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo Re d’Italia, secondo notizie delle autorità italiane, ha preso in giro la giustizia francese durante il processo per la morte di uno studente tedesco 28 anni fa. Questa rivelazione è stata fatta(mentre veniva intercettato) dal nobile,di recente agli arresti, al suo compagno di cella, ha reso noto il giudice delle indagini preliminari di Potenza, Rocco Pavese.
“Avevo torto, ma devo dire che li ho corrotti tutti” ha detto il Principe che nel frattempo è stato scarcerato, secondo il comunicato del giudice delle indagini.
Nessuna meraviglia quindi che il Principe ebreo di Savoia non sia mai stato condannato.
Nel libro di Israel Shahak (storia degli ebrei, religione ebraica) si legge quanto segue:
(Lühe Verlag, ISBN: IS-92 6328-25-8 ), capit. assassinio e genocidio, pag. 140:
“Se la vittima é un non ebreo la situazione è completamente diversa. Un ebreo che uccide un non ebreoè colpevole solamente di aver commesso un peccato contro “la legge celeste” che però non è punibile da un tribunale. Provocare la morte indirettamente di un non ebreo non è nemmeno un peccato.”
Però una chiesa che si lascia guidare da criminali della storia si è già squalificata. Questa Shoha ai danni dei non ebrei – e quale ruolo il Vaticano ha avuto in questa faccenda – sarà presto fiutabile, come è già successo per tutta la pedofilia nella Sua istituzione.
La prego, non finga adesso stupore o inconsapevolezza.
Lei era l’uomo di fiducia del Suo amico ebreo Karol Wojtyla.
Lei sapeva e sa tutto!
La questione è solamente questa:
Vuole adesso continuare così oppure ha il coraggio e di porre fine a questo Holoschächt*– il più grande crimine della storia??
In questo senso
Dottor Hamer

Fonte: http://poteriocculti.mastertopforum.biz/export.php?mode=txt&t=2579

Fonte in PDF (1 Mega) di questa lettera aperta (in lingua originale tedesca)

PS.
Anche in merito al miracolo – che la suora Marie Simon-Pierre sarebbe guarita dal Parkinson 2 mesi dopo la morte di Giovanni Paolo II – (ma che avrebbe avuto una ricaduta, secondo fonti di agenzie stampa) c’è una spiegazione semplice, secondo la Medicina Germanica:
Il cosiddetto morbo di Parkinson (tremore, tremito, per lo più delle mani) è una crisi epilettica all’interno di una fase di guarigione di un conflitto motorio, di non poter trattenere o non aver potuto trattenere (la madre, il padre, la nonna, ecc). Se un tale conflitto viene definitivamente risolto, allora il Parkinson scompare.
Io ne ho già visto molti di questi “guariti” provvisori o definitivi. Ma di “miracoloso” qui non c’è nulla, solo leggi biologiche naturali, come le descrive la Medicina Germanica – che si basa solo su 5 leggi biologiche della natura.

*(schächten = sacrificio rituale ebraico, Holo = in questo caso di masse, ndt)


Io sono Eric Priebke

Posted: February 1st, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Complotti, Guerra, Storia, Testimonianze | No Comments »

Io sono Eric Priebke (SS-Hauptsturmführer)


«Al di là del significato dei singoli eventi della vita, un uomo che si avvia alla fine del suo percorso deve tirare le somme. Forse la cosa più difficile è proprio accettare con serenità il proprio destino. Io credo, dopo tanti travagli, di aver capito il significato del mio:

- lottare fino alla fine per tenere alto il mio onore di uomo,

- l’orgoglio di appartenere al mio popolo,

- il popolo tedesco che con i suoi pregi e i suoi difetti non posso e non voglio cessare di amare.»

«A mie spese ho dovuto imparare che dietro la maschera della legalità democratica spesso si celano gli interessi e gli intrighi di lobby potenti, che calpestano il diritto e manipolano l’informazione pur di raggiungere i loro torbidi scopi.»

«Su tutte le sentenze che mi riguardano non si è mai processato l’uomo Priebke, innocente o colpevole che fosse, ma l’ideologia che si voleva a tutti i costi che egli incarnasse. Si è giudicato non secondo i canoni del diritto ma all‘unico scopo di inscenare un processo mediatico che avrebbe imposto all’attenzione dell’opinione pubblica il solito pacchetto emozionale, confezionato per suggestionare le masse con la figura di un mostro a uso e consumo dei giochi di potere dei potenti.»
Se le manette, la deportazione di un vecchio, il carcere, la lontananza dalla mia sposa malata, sono oggi la croce della mia vita, l‘incredibile lato positivo di questa esperienza è stato trovare tanti amici sinceri; è stato scoprire un tesoro.

Fratelli che da tutte le parti del mondo si sono prodigati nell’aiutarmi. Il mio impegno di novantenne che anche dietro le sbarre non si è mai arreso, è quello di un uomo che anche se terribilmente stanco, cerca di stare in piedi per lasciare in eredità ad altri il significato vero della sua vita.

Il caso Priebke doveva essere l’ennesima occasione per riaffermare e giustificare i principi su cui si fondano le suggestioni politiche e sociali del mondo attuale. Un mondo programmato nella conferenza di Yalta, autolegittimato con i processi farsa di Tokio, Norimberga e gli altri, inscenati via via contro chi non voleva allinearsi alle logiche del nuovo corso.

Doveva essere l’ultima occasione per usare il soldato tedesco come simbolo del male, contrapposto a tutto ciò che in termini sempre più categorici viene imposto ai popoli della terra come il bene: il nuovo ordine mondiale, quello globalizzato da un ristretto gruppo di plutocrati cosmopoliti e dai politicanti al loro servizio.
Probabilmente le generazioni attuali, quelle che non hanno fatto la guerra non possono capire.

Noi abbiamo dovuto sparare alle Ardeatine; non lo abbiamo fatto per un sentimento di odio.

L’abbiamo dovuto fare in seguito ad un ordine irrifiutabile venuto direttamente da Hitler.

Ciò che posso dire è che la rappresaglia era ed è ancora oggi una pratica legale in guerra. Non ubbidire sarebbe stato impossibile, come è dimostrato dalle vicende terribili di Hiroshima, di Dresda e di tutti i molteplici massacri e rappresaglie avvenuti nella seconda guerra mondiale, dove al contrario di quanto successe alle Ardeatine, si uccisero molto spesso indiscriminatamente anche donne e bambini.
La mia coscienza di uomo si sente libera.

Per nessuno motivo vorrei essere al posto dei miei persecutori, senza vincoli nello spazio ma prigionieri nell’animo.

Mi hanno tolto la libertà, mai, però, mi toglieranno la dignità.

Le invenzioni di alcuni falsi testimoni sulle mie responsabilità in atti malvagi, torture e cose del genere sono un male veramente gratuito e quindi per me più doloroso. E’ propria questa cosa che più di ogni altra, ancora oggi mi fa soffrire. La ingiustizia della condanna all’ergastolo, rientra tutto sommato nella logica della vendetta, meccanismo questo che anche se aberrante è comprensibile alla mia mente. Le menzogne diffamanti però manipolano l’immagine della persona snaturandola agli occhi dei suoi simili, dei suoi amici e parenti, sono un’onta insopportabile, un male veramente raffinato contro il quale non mi stancherò mai di lottare.

Erich Priebke


Pubblicato da

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_Vari_101031_EPriebke_Io-sono-Eric-Priebke.htm
Fonte originale
http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/07/01/io-sono-eric-priebke-ss-hauptsturmfuhrer.html


Verità sul Regno delle Due Sicilie

Posted: January 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Storia | No Comments »

Il declino del Sud comincia con la fine del Regno delle Due Sicilie

di Domenico Bonvegna

Devo a Tommaso Romano la presentazione del suo libro (che gentilmente mi ha inviato), Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, edizioni Thule di Palermo (2a edizione settembre 2010). Un agile testo di poche pagine ben documentato.

Non conosco personalmente Tommaso Romano ma per il suo impegno poliedrico, ne ho sentito parlare un gran bene negli ambienti di Alleanza Cattolica in Sicilia, infatti Romano è stato Consigliere e quattro volte assessore alla Cultura della provincia di Palermo (di cui è stato vicepresidente per quattro anni) e del Comune di Palermo. Docente di filosofia, Italiano e Storia, docente all’Accademia di Belle Arti e di scienza della Comunicazione. Ha fondato l’Archivio Biografico Comunale della Città di Palermo.  Infine è autore di numerose opere di saggistica e poesia.

Nonostante tutte queste esperienze socio culturali, Tommaso Romano come lui stesso scrive, non si sente di essere uno storico togato anche perché ama occuparsi degli studi filosofici-letterari. Tuttavia il libro può dare un ottimo contributo a comprendere le insorgenze antigiacobine, il risorgimento, la tradizione nel Sud e in Sicilia, lo stato in cui versa il meridione, anche se il testo non ha la pretesa di esaustività degli argomenti.

Dal Regno delle Due Sicilia al declino del Sud, denuncia come tanti altri libri, tra l’altro presenti nelle 5 pagine della bibliografia, il modo violento dell’unificazione del nostro paese ai danni del popolo meridionale, gli effetti perniciosi che noi siciliani e meridionali abbiamo patito, senza però invocare il revanscismo sterile, o la nostalgia incapacitante, oppure il ‘primato’ supposto di un sistema sull’altro, attento a non cadere, nella contrapposizione Nord-Sud, che favorisce le follie della parte più estrema del leghismo detto padano, di quella pseudo-antropologia che classifica come ‘inferiori’ le donne e gli uomini del Sud.

Il merito del testo di Tommaso Romano è di collegare gli eventi passati alla realtà odierna che si affretta a scrivere: ilmio Meridione non esclude né il Nord né tantomeno l’Europa e ancor di più l’intero Mediterraneo. Il libro non manca di esaltare la civiltà, l’accoglienza solare, autenticamente umana della terra di Sicilia, anche se paga e continua a pagare la sua atavica incapacità di apparire protagonista; uno  dei frutti  più evidenti è la tragedia di una gioventù che continua ad emigrare malgrado diplomi e lauree, intelligenze e meriti.

Il Sud resta da 150 anni sempre drammaticamente al palo - scrive Romano – Certo anche per le sue incongruenze e per l’incapacità di scuotersi come dovrebbe e forse potrebbe. In ogni caso - continua Romano – riflettere sul passato non appare pratica antichista né esercizio filologico, né tanto meno banale esaltazione dell’ Ancien Regime, del bel tempo andato. In pratica studiare la nostra Storia significa comprendere e rimuovere la radice della crisi, in questo caso dei popoli meridionali.

Da buon politico l’autore sostiene che i problemi del meridione, tra l’altro ancora irrisolti, non sono nati per caso, ma non ci potrà essere futuro migliore, di reale integrazione senza riconoscere le cause storiche dei nostri problemi, senza studiare attentamente gli avvenimenti, non obliando la memoria.

Romano comincia il libro sostenendo la tesi che l’unità del popolo italiano c’era già ed è da ascrivere all’ethos della ‘nazione spontanea’, a quella dimensione profonda, ‘transpolitica’ secondo la definizione di Augusto Del Noce, che sedimenta nella coscienza determinando i tratti della tradizione di un popolo. Lo spirito italiano è dunque pre-politico, genetico e linguistico affonda le sue radici nella romanità, nella cultura greco-latina e nel medioevo cristiano da san Tommaso a san Bonaventura, da Dante a Petrarca, fino a Leonardo e Galilei, Vico e Rosmini, e non coincide certamente con la nascita dello stato unitario.

Nel II capitolo Romano ricorda con dati alla mano la profonda ricchezza del Regno delle Due Sicilie nel momento in cui viene barbaramente conquistato. Per evidenziare le ricchezze del Regno napoletano, Romano parte dall ‘opera poderosa di revisione compiuta da Francisco Elias de Tejada nella sua monumentale Napoles Hispanica, edita da Controcorrente di Napoli, sulla presenza della corona spagnola, sul concetto missionario confederale e cristiano delle Hispanidad, a Napoli e nel Meridione.

Romano ci invita pacatamente a ripartire dalle condizioni sociali dell’Antico Regno prima dell’unità d’Italia. Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Il libro di Romano snocciola una serie di dati, con riferimento alla cultura, l’arte, l’economia, la finanza, la politica, dove risulta che il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga superiore al piccolo regno sardo, il Piemonte, riportando a pagina 25, le cifre del bilancio commerciale degli Stati italiani preuniti, tutti attivi tranne il Piemonte.

Addirittura all’Esposizione internazionale di Parigi nel 1856 il Regno delle Due Sicilie era premiato per il livello raggiunto e giungeva al terzo posto fra gli Stati, dopo Inghilterra e Francia.

Nel III capitolo Romano tratta della cosiddetta leggenda risorgimentale, sfatando i miti, i soliti schemi, che purtroppo ancora imperano nelle scuole e anche intorno ai festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Dai re Borboni sempre inetti e pavidi, ai lealisti divenuti pessimi briganti da sterminare, malgrado la loro resistenza durerà fino al 1870. Alle  vaste insurrezioni delle masse, come risvegli della volontà popolare, fino a scoprire che si è trattato di un movimento risorgimentale sempre sotto l’impulso di minoranze selezionate, di élite intellettuali, gruppi sparsi e sconnessi, spesso personaggi fantastici. Occorre sgombrare la storia del Risorgimento dalle tinte rosee, dall’oleografia demagogica. Le grandi masse furono estranee a questo movimento, il famoso ‘grido di dolore’, fu una vera e propria invenzione. Bisogna, scrive Romano, soffiarne via tutta la la teologia demo-massonica e umanitarista che gli storici impeciati di radicalismo vi hanno appiccicato.

Il Regno di Francesco II fu rapinato da un manipolo di uomini, per gran parte, bande armate provenienti dal malaffare (i cosiddetti “picciotti”), grazie ai tradimenti e alla corruzione dei capi militari, di aristocratici e politici. Romano fa riferimento allo stesso La Farina che in una lettera rivelatrice evidenzia di che pasta erano fatti i cosiddetti volontari di Garibaldi. Anche il testo di Romano descrive il mito Garibaldi, creato ad arte nelle logge massoniche d’Inghilterra. Colpisce la faccenda della morte della compagna Anita, pare per strangolamento, naturalmente tutto insabbiato.

Nel IV capitolo, Romano affronta il costo altissimo della conquista militare del Sud italiano. Alla fine si conteranno dopo dieci anni dall’unificazione, in tutto l’ex Reame, un milione di morti, fra civili, briganti e militari, 54 paesi rasi al suolo, 500. 000 prigionieri politici e una economia totalmente distrutta, con un carico fiscale aumentato dell’87 per cento.

Il professore Romano chiede, per tutti giustizia, pietà, pacificazione ma nella verità storica e nella chiarezza e non oblio in nome di una retorica lontana dal comune sentire, e neanche si pretende impossibili restaurazioni.

In Romano trapela appena qualche critica nei confronti della Lega e forse una certa sfiducia nella politica, ma certamente sono d’accordo con lui quando scrive che sono patetici certi esponenti di governi regionali del Sud che inneggiano al Risorgimento e a Garibaldi. Senza una profonda revisione culturale, a vecchi sistemi di potere se ne sostituiscono soltanto altri di pari matrice e non cambierà un bel nulla. Non bastano pertanto le dichiarazione e gli intenti - scrive Romano – bisogna risanare dalle menzogne, scuotere le coscienze, reagire, creare una cultura seria di governo non propagandistica o ad effetto e quindi obiettiva e documentata, in grado di rimettere a posto prima le idee e poi i mali della sanità, dell’istruzione, le infrastrutture, le industrie locali, la qualità della spesa pubblica, le grandi incompiute (a cominciare dalle ferrovie e dalle strade interne, specie in Sicilia).

Rozzano MI, 17 gennaio 2011
Festa di S. Antonio Abate, patrono degli animali

Domenico Bonvegna
domenicobonvegna[chiocciola]alice.it
http://www.miradouro.it/node/23102

Pro memoria per cattolici “turbati”

Posted: January 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Etica | No Comments »

Tangentopoli ultimo atto: qualche pensiero turbato

a cura di Assuntina Morresi
Tratto da Stranocristiano.it il 21 gennaio 2011

UNO: il primo pensiero turbato è per i cattolici “turbati” dalla vita privata di Berlusconi, ai quali vorrei rinfrescare la memoria. Ricordo per esempio che la legge 194 è stata approvata da un parlamento con molti più cattolici di quanti ce ne sono adesso, e votata e promulgata da “specchiati” politici cattolici. Ricordo poi che la legge 40 – una delle più restrittive in occidente – è stata emanata da un precedente governo Berlusconi. Ricordo pure che cattolici dalla vita personale integerrima come Romano Prodi e Rosi Bindi (che con Lele Mora non hanno niente a che fare) ci stavano regalando le coppie di fatto anche omosessuali, con i DICO, anticamera di Zapatero, e al referendum sulla 40 non si sono astenuti. E ricordo che Silvio Berlusconi ha rischiato il più grave scontro istituzionale della storia della Repubblica, cercando di salvare Eluana Englaro con un decreto. Scusatemi: quali sarebbero i valori non negoziabili?

Non è questione di approvare certi comportamenti: sto parlando d’altro. Quando voto, io cerco chi ha una linea politica condivisibile, che per me non c’entra col fatto che un uomo adulto a casa sua va a letto con donne consenzienti (e se questo fosse reato, l’Italia sarebbe un’immensa galera…). Per rispondere ai reati che gli sono contestati, il Presidente del Consiglio deve poter andare davanti ai tribunali legittimi, e quindi non certo alla procura di Milano.

Lui chiede di difendersi davanti al tribunale competente, quello dei Ministri. Per chi non lo sapesse, il Tribunale dei Ministri è un tribunale fatto da normali giudici in normale carriera, ma tirati a sorte. Questo proprio per evitare accanimenti di tipo politico: estrarli a sorte è una garanzia in più. Per chi veramente ha fiducia nella giustizia, vanno bene i magistrati tirati a sorte. Chi vuole invece che Berlusconi vada davanti ai giudici di Milano, non ha fiducia nella magistratura, ma solo nella Procura di Milano, evidentemente perché dal 1994 imbastisce continuamente processi contro Berlusconi.

DUE: il secondo pensiero turbato è dedicato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lui è preoccupatissimo perché il paese è turbato. Io però ricordo che in un’altra occasione il nostro paese è stato molto più turbato di adesso, ma lui sembrò – diciamo così – molto meno sensibile. Mi riferisco al suo rifiuto di firmare il decreto – proposto dal governo Berlusconi, da QUESTO governo –che avrebbe salvato Eluana. Un rifiuto che motivò dicendo che non c’erano le condizioni per l’urgenza …. non c’erano festini a “turbare” il paese, ma una donna che stava morendo disidratata. Come è andata a finire lo sappiamo: i “turbamenti” altrui non gli fecero cambiare idea. Due anni prima invece era stato tanto turbato dal fatto che Piergiorgio Welby non riuscisse a ottenere l’eutanasia.

Ma per molti anni, prima, non era parso turbato dai gulag dell’Unione Sovietica o dalle dittature sovietica, polacca e negli altri paesi dell’Est, quando Woityla era ancora cardinale, e chiedeva libertà per il suo popolo e per la Chiesa perseguitata. Per quanto mi riguarda, sono anche questi episodi a definire l’uomo Giorgio Napolitano.

TRE: terzo pensiero turbato. Oggi le 14 ragazze coinvolte nelle intercettazioni hanno ricevuto una lettera di sfratto dall’amministratore del condominio dove abitano, V. Olgettina 65, con la seguente motivazione: danno al decoro del condominio. Siamo ansiosi di conoscere la vita immacolata dei rimanenti condomini, e aspettiamo pure di vedere che cosa faranno i paladini dei diritti che si battono contro le discriminazioni. Da parte mia, un consiglio alle ragazze: visto che siete in numero pari, dichiarate di essere sette coppie omosessuali conviventi. Vedrete che non vi sfratteranno più: sicuramente riterranno caduta la motivazione.

Fonte con più commenti e analisi disincantate a questo link:

http://www.stranocristiano.it/2011/01/tangentopoli-ultimo-atto-segnalazioni-e-una-lettera/