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Italiani, codardi inutili e schiavi: Mario Monti ha vinto! – Merlino (Movimento della Rete) fuori dai denti – (7 Video)

Posted: March 6th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Appelli, Archivio generale, Complotti, Denunce, Guerra finanaziaria, Massoneria, Merlino, Movimento della Rete, NWO, Poteri Occulti, Resistenza, Ribellioni popolari, Usura & Usurocrazia, Video | Tags: , , , , , | No Comments »

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Merlino: Movimento della Rete

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Disobbedienza Civile! Civil disobedience! Desobediencia Civil!

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Gli italiani sono inutili e schiavi Mario Monti ha vinto!

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Italiani PIZZA MAFIA E MANDOLINO..Antonio Pappalardo che fine ha fatto?

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Governo massone delle Banche-Riunione di gabinetto

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Signoraggio Bancario Un enorme truffa

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MOVIMENTO DELLA RETE manifestazione del 25 marzo 2012

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Giorgio Napolitano, Mario Monti, il Mercato delle Armi, la Germania gode!

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Terra Santa Libera Network
supporta Mauro Merlino ed il Movimento della Rete

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Published by TerraSantaLibera.org

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Reloaded by Espedito Gonzales

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Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Posted: June 25th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Complotti inglesi, Garibaldi massone, Garibaldi mercenario, Guerre & Strategie, Massoneria, Risorgimento, Storia | No Comments »

Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Per mettere un pietra tombale sul ‘mito’ Garibaldi

giugno 25, 2011 – sitoaurora


I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, eper il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e apologeti, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.
Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General Intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.
La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà’? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei cantori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi.
La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation),venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito‘ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentandola guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite.” Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo (1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse.” Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato,
che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Tra l’altro, l”anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’‘emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)
Coloro che richiesero l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente furono due siciliani, Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi‘. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, la Argus e l‘Intrepid, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi. In realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati, per lo più mercenari anglo-franco-piemontesi, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti ‘in congedo’ o ‘disertori’ riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi, che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn. Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e l’8.vo battaglione cacciatori napoletani, del 15 maggio, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di feriti, i garibaldini vennero letteralmente sbaragliati, subendo circa 30 morti e 100 feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero sì abbandonare il campo, ma perché il comandante di Palermo, generale Landi, aveva loro negato l’invio di rifornimenti e di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo. L’armata di Landi, di circa 16000 uomini, era accampato nei pressi di Calatafimi, ma il generale napoletano preferì ritirarsi e rinchiudersi a Palermo.
A Palermo, il 28 maggio 1860, dopo due gironi di scontri presso Porta Termini, nell’allora periferia della capitale siciliana, contro un centinaio di soldati napoletani, i garibaldini entrarono in città. Il comandante della guarnigione borbonica, Generale Lanza, sebbene avesse il comando di ben 24000 uomini e fosse sostenuto dall’artiglieria della pirofregata Ercole, li fece invece asserragliare nel palazzo del governatore, e quando parte delle truppe napoletane respinsero i garibaldini, arrivando a cento metri dal posto di comando di Garibaldi, ricevettero l’ordine di ritirata dal Lanza stesso, che l’8 giugno decise di consegnare la città agli anglo-garibaldini. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo. Il 31 maggio, a Catania, sebbene i garibaldini occupassero la città, nell’arco di ventiquattrore vennero sloggiati dalle truppe napoletane comandate da Ruiz-Ballestreros. Ma anche costui ricevette l’ordine di ritirata dal comandante della piazza di Messina, generale Clary, che a sua volta, col pieno appoggio del corrotto e fellone ministro della guerra di Napoli, Pianell, abbandonò Messina il 24 luglio. Rimase a resistere la cittadella, che cadde quando cedette anche Gaeta.
L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva,  incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui, il 20 luglio, la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 120 morti tra i napoletani guidati dal Colonnello Beneventano del Bosco, le ‘camicie rosse’ al comando del primo luogotenente di Garibaldi, Medici, subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario, e dopo che la pirocorvetta ex-napoletana Veloce, ribattezzata Tukory, al comando del disertore Amilcare Anguissola, bombardasse parte delle truppe napoletane schierate sulla spiaggia. Inoltre, le navi napoletane, lasciarono che il corpo anglo-piemontese sbarcasse alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana (pirofregata Ettore Fieramosca, pirocorvette L’Aquila e Fulminante) evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio, a bordo dei piroscafi Torino e Franklin (battente bandiera statunitense), di sbarcare il 18 agosto, a Mileto Porto Salvo, in Calabria. La guarnigione di Reggio si arrese senza sparare un colpo, mentre il generale napoletano Briganti venne fucilato a Mileto dalla sua truppa, per fellonìa. Dal reggino in poi, fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 300000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subita qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo forse legato al battaglione Vega della X.ma MAS, e che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia’ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro come afferma Lucy Riall, Garibaldi era una aderente alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo londinese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’ Garzanti, a pag. 38 si può leggere:
Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì a introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR) , il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri paesi, condusse a un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra il 1861 e il 1866, praticamente tutti i paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di SaintSimon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie, con il preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sia sul piano geo-economico che geo-strategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella rete di Cobden. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc., è solo fuffa patriottarda italidiota.

Alessandro Lattanzio, 24/6/2011

http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/25/giuseppe-garibaldi-mercenario-dei-due-mondi-2/

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex comandante della marina napoletana, che aveva tradito consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai soliti inglesi.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!


Abominio e depravazione umana

Posted: June 17th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Corruzione dell'etica, Depravazioni contro natura, Etica, Massoneria, Sodomiti | No Comments »

Avanti tutta verso il peggio…

di Francesco Lamendola – 14/06/2011 -  Arianna Editrice

Domenica 12 giugno si è tenuto, a Roma, l’ormai abituale appuntamento con il Gay Pride, la giornata mondiale del cosiddetto orgoglio omosessuale.

E mentre barbuti giovanotti si scambiavano ostentatamente i loro baci sulla bocca, politici e amministratori intervenivano, approvavano, benedicevano: tutti insieme appassionatamente, uniti e solidali nel deprecare il razzismo e l’omofobia di ieri e nell’inneggiare alle presenti e future meraviglie della sedicente liberazione sessuale.

Il mattino del giorno dopo, alle otto (e cioè in una fascia oraria in cui si può stare ben certi che nessuno, e specialmente gli studenti, l’avrebbe seguita), andava puntualmente in onda, su Rai 3, una delle eccellenti trasmissioni di Rai Educational dirette da Giovanni Minoli, nella fattispecie dedicata al dramma della marina italiana nella seconda guerra mondiale.

Più che sotto il profilo tecnico della storia militare, nel quale venivano dette cose risapute e anche alcune delle solite versioni di comodo, il programma era eccezionalmente interessante per la presenza di alcune interviste a personaggi che fecero la guerra sul mare o a studiosi di quella generazione, che l’hanno accostata anche dal punto di vista culturale e ideale.

Sembra quasi incredibile che vi fosse una intera generazione di Italiani che, dal comandante all’ultimo marinaio, nutriva sentimenti di così profonda abnegazione, di un tale senso del dovere, di una così limpida dirittura morale: persone che preferivano andare a fondo con la propria nave, piuttosto che subire l’onta del disonore (eccezion fatta per l’umiliante pagina dell’8 settembre, quando gran parte della Regia marina si consegnò al nemico, ma in quel caso per obbedire a uno scellerato ordine del sovrano, cui aveva giurato fedeltà assoluta).

Si potrebbe dire che la classe 1925 (ossia di quanti, nel 1943, erano atti alla chiamata alle armi) sia stata l’ultima cresciuta con un forte senso del dovere, con un grosso spirito di sacrificio: senso del dovere e spirito di sacrificio che rifulsero, nonostante l’inettitudine o, peggio, il tradimento dei comandi, così per gli equipaggi delle «belle navi che non tornarono», come per i fanti delle divisioni impegnate a El Alamein, armati di bottiglie incendiarie contro i giganteschi carri armati britannici, o come per gli aviatori che salivano sui loro mediocri apparecchi per tentare di difendere, uno contro dieci, uno contro venti, i cieli della Patria e proteggere le nostre città dai selvaggi, deliberati bombardamenti dei sedicenti liberatori.

Si dirà che molto, nell’educazione ricevuta da quelle generazioni, era frutto di retorica malsana e di patriottismo esasperato: ed è vero; ma come non si deve gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, così non sarebbe giusto negare che, in quella educazione, vi fossero anche sentimenti validissimi e nobilissimi, primo fra tutti il senso del dovere da compiere, a qualunque costo, in qualsiasi circostanza, senza invocare facili scusanti e senza nascondersi dietro cavilli burocratici o scrupoli morali dell’ultima ora.

Si dirà anche che la dittatura fascista sfruttò il senso del dovere di quei ragazzi, i ragazzi di Capo Matapan e di El Alamein, nonché la loro giovanile inesperienza, per mandarli al macello; ma non si dovrebbe dimenticare che quello stesso “sfruttamento”, se c’è stato, è stato perpetrato anche sui i ragazzi del ’99 sulle sponde del Piave, o, prima ancora, ad Adua, a Custoza, a Novara: e mai nessuno si è sognato di accusare di plagio i governi dell’Italia risorgimentale, o di quella umbertina, o di quella della prima guerra mondiale.

Strano, vero? Si direbbe che i signori critici democratici si ricordino che i ragazzi sono stati mandati allo sbaraglio, a morire a vent’anni sopra i reticolati nemici, solo quando si offre l’occasione di addossare ogni colpa ed errore possibili a Mussolini e al fascismo; mentre si usa un metro totalmente diverso quando si tratta di valutare l’opera di altri governi.

E anche oggi, quando ormai già una quarantina di nostri militari hanno lasciato la vita sulle montagne o nelle valli del’Afghanistan, in una guerra di cui non si capisce il senso né lo scopo, tranne il fatto che non la si vuole nemmeno chiamare “guerra”, ma si preferisce, mentendo, definirla “operazione di pace”: anche oggi non si odono voci ad accusare il governo di aver giocato con gli ideali e con la vita dei nostri ragazzi, mandandoli allo sbaraglio…

Abbiamo fatto l’esempio dei nostri soldati in guerra perché, in guerra, vengono al pettine tutti i nodi sensibili di una società; e, in particolare, viene al pettine il tipo di educazione che i giovani hanno ricevuto in tempo di pace.

Se l’educazione, come è stato per i nostri giovani fino al 1943, viene costruita intorno ai valori basilari del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, si potrà stare ceri che quei ragazzi, anche in guerra, cercheranno dare il meglio di se stessi, così come avevano saputo dare il meglio di se stessi nella famiglia, nello studio, nel lavoro.

Non c’erano i figli di papà, allora, né i bamboccioni che si fanno mantenere fino ai trentacinque o quarant’anni: chi non aveva voglia (o, naturalmente, la possibilità) di studiare, andava in fabbrica, in bottega o nei campi; e contribuiva fin da ragazzo al mantenimento della propria famiglia, mentre imparava pure a farsi carico dei fratelli e delle sorelle più piccoli.

Il senso dell’onore era fatto anche di questo: non pretendere dalla vita più di quanto si sia disposti a dare; non scambiare i propri genitori per dei distributori automatici di soldi e di comodità; non tirare a campare nello studio e nel lavoro, ma impegnarsi quanto meglio si può, e non solo per la paura della bocciatura o del licenziamento, ma proprio per una intima esigenza morale, per potersi guardare allo specchio senza arrossire.

Altro che rivendicare sempre nuovi diritti, altro che pretendere sempre nuove libertà, come avviene oggi: senza mai dare nulla in cambio se non disprezzo per i genitori, per gli insegnanti, per la società intera; altro che sbandierare con orgoglio la propria omosessualità ed esibirsi in baci e abbracci davanti ai fotografi della stampa e della televisione, magari mezzi nudi, magari truccati come femmine di strada…

Certo, ogni società ha le generazioni che si merita: esse crescono respirando nell’aria i valori dominanti, prima ancora di riceverli sotto forma di esplicito insegnamento.

Ma oggi, c’è ancora qualcuno che stia insegnando qualcosa a qualcun altro?

A noi sembra di no.

Non i genitori, che non osano mai dire di no ai figli e che, se talvolta lo fanno, si vedono trascinati in tribunale come dei criminali, ad esempio perché si sono rifiutati di mantenere ancora i figli nullafacenti che fingono di studiare all’università, fuori corso da un decennio e oltre.

Non gli insegnanti, screditati, intimiditi, frustrati, che ormai promuovono tutti e regalano gli otto, i nove e i dieci a degli studenti che, fino a una generazione fa, avrebbero preso sì e no un sei o un sette; e che non si fanno scrupolo di diplomare sistematicamente degli asini integrali.

Non i dirigenti scolastici, ridotti a burocrati che non alzano mai il naso dalle carte (o al computer), che non entrano mai nelle classi, che non dialogano mai con gli studenti, che non si interessano minimamente di cosa e come insegnino i loro professori, purché compilino i registri con diligenza ed espletino in modo puntuale tutte le altre formalità di natura cartacea o informatica.

Non i sacerdoti, che hanno una tale paura di perdere l’ultima, tenue presa sulla società, da mandare ormai giù tutto, dalla messa rock alle fedeli in chiesa con la minigonna; che si prestano a celebrare matrimoni in un contesto sempre più farsesco, pur di non farsi sfuggire gli ultimi parrocchiani disposti a sposarsi in chiesa; che dicono sì alla pillola, alle coppie di fatto, all’aborto e all’eutanasia, per non mostrarsi da meno dei laici irriducibili, né più oscurantisti dei loro predecessori dell’epoca conciliare.

Non gli adulti, che si disinteressano totalmente dei bambini, tranne che dei loro figli, e anche quelli tendono a tenerseli buoni con innumerevoli concessioni a qualunque capriccio; che considerano più importante concentrarsi sull’acquisto dell’ultimo modello di automobile o dell’ultimo capo di moda firmato, piuttosto che ricordarsi dei nipoti, dei figliocci di battesimo o di cresima, dei figli degli amici, a parte qualche costoso regalo per i compleanni e le feste comandate.

Nessuno insegna più; e, del resto, per insegnare, nonché per trasmettere valori, ideali e buoni esempi, bisogna pur avere uno straccio di idea di cosa si dovrebbe trasmettere alle nuove generazioni: ma noi non l’abbiamo, abbiamo solo lo sguardo rivolto alla produzione, ai consumi, all’economia, insomma al portafoglio: e, per il resto, zero, il deserto più assoluto.

Gli effetti nefasti di questo vuoto educativo si vedono ovunque: dalla famiglia al lavoro, dalla politica alla cultura, dallo spettacolo allo sport.

E che cos’altro è l’ultimo scandalo di Calciopoli, con le partite addomesticate e le scommesse truccate, se non l’ennesima manifestazione di questo vuoto educativo, di questo nulla morale di cui noi siamo gli artefici?

Del resto, il fatto che non ci scandalizziamo più, che non riusciamo a indignarci, ma ci limitiamo a scuotere le spalle con rassegnazione o, peggio, con indifferenza, non è forse la prova di quanto sia ormai diffuso il male, come un tumore in piena metastasi?

Perché, in un organismo sano, una qualche reazione c’è sempre, davanti all’evidenza della malattia; quando l’organismo non reagisce più, allora vuol dire che la partita è persa.

Eppure, non possiamo rassegnarci a sprofondare sempre di più nella palude del nulla, di un edonismo idiota, di un nichilismo distruttivo.

Abbiamo bisogno di un nuovo ethos; abbiamo bisogno di ricostruire, là dove per decenni abbiamo solamente abbattuto, calpestato e deriso ciò che esisteva prima.

È toppo facile ironizzare sulla seriosità di un libro come «Cuore», accusando De Amicis di retorica patriottarda; irridere il tono apodittico del «Catechismo» di Pio X, sostenendo che era solo una forma di indottrinamento becero, di lavaggio del cervello; scherzare perfino sulla stampella di Enrico Toti, dicendo che l’Italia non ha bisogno di simili erori.

Di che cosa avrebbe bisogno, allora, l’Italia, secondo questi signori che sanno solamente gettare nel cestino della storia tutto ciò che è tradizione, senso dell’onore, rispetto della parola data e degli impegni presi, culto dell’onestà e ripudio del suo contrario?

Non si è inneggiato abbastanza ai diritti più sfrenati, alle libertà più demenziali, perfino all’orgoglio verso ciò di cui ci si dovrebbe piuttosto vergognare?

Non si è ancora ubriachi di parole d’ordine sempre più logore e vuote, sempre più simili a dei mantra per esorcizzare la propria cattiva coscienza?

Siamo arrivati a un bivio e dobbiamo scegliere.

O ci poniamo l’obiettivo di ricostruire il senso e la dignità della persona umana; il rispetto per l’altro e per la natura tutta; la gioia di accordare la nostra libertà con ciò che è giusto, buono e necessario non per noi soli, ma per il mondo in cui viviamo: oppure continuiamo la nostra pazza corsa verso il dissolvimento e l’autodistruzione.

Non resta molto tempo da perdere; ne abbiamo perso anche troppo; e non è più ora di chiacchiere, ma di agire.

A chiacchiere sono tutti bravi, tutti intelligenti, tutti convincenti; intanto, però, la casa sta andando a fuoco e non c’è nessuno che corra con un secchio d’acqua in mano.

Fin dove vogliamo arrivare?

Vogliamo scoprire se si può scendere ancora più in basso, quando pareva proprio che avessimo ormai toccato il fondo?

Ricominciare da zero è cosa che richiede non solo coraggio e tenacia, ma anche un profondo senso di umiltà: l’umiltà di chi sa di aver sbagliato.

Saremo capaci di trovare questo coraggio, questa tenacia e, soprattutto, questa umiltà che nasce dalla consapevolezza dell’errore?

Non sarà facile: non siamo stati abituati allo spirito di sacrificio, né al senso dell’onore; peggio ancora: siamo stati abituati a ridere di queste cose e a considerarci furbi quando correvamo dietro al successo ad ogni costo, ai piaceri prima di tutto il resto.

Ma si può sempre imparare: si dice che, quando l’acqua arriva a bagnare il sedere, o si impara a nuotare o si va a fondo.

Dobbiamo imparare a nuotare, se vogliamo salvarci.

E se vogliamo lasciare qualcosa in eredità ai nostri figli, dando loro almeno qualche ragionevole prospettiva per il futuro.

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39159


Garibaldi ladro massone

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Massoneria, Storia, Video | No Comments »

Giuseppe Garibaldi,

ladro e massone al soldo degli inglesi