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Happy Birthday Brother, Leader, Hero!

Posted: June 8th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Combattere con Onore, Guerre & Strategie, Libia, Resistenza, Storia | Tags: , , , | No Comments »

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To wit, match Muammar Gaddafi’s record up against that of your favorite candidate:

• Gadhafi nationalized his nation’s oil reserves and used the revenue to build schools, universities, hospitals, and infrastructure.

• Money from Libya’s oil revenue is deposited into the bank account of every citizen.

• He raised the literacy rate from 20 per cent to 83 per cent.

• He built one of the finest health care systems in the “Third World.”

All people have access to doctors, hospitals, clinics and medicines—free of charge. If a Libyan needs surgery that is unavailable in Libya, funding is provided for the surgery overseas.

• He raised the life expectancy from 44 to 75 years of age.

Basic food items were subsidized and electricity was made available throughout the country.

• He developed huge irrigation projects in order to support a drive towards agricultural development and food self-sufficiency.

• Recognizing that water, not oil, would be the scarcest resource of the future, Gaddafi initiated the construction of the Great Man Made River, which took years to complete.

Referred to as a wonder of the modern world, this river pumps millions of gallons of water daily from the heart of the Sahara desert to the coast, where the land is suitable for agriculture.

• Any Libyan who wanted to become a farmer was and still is given free use of land, a house, farm equipment, livestock and seed.

• Gaddafi vowed that his own parents, who lived in a tent in the desert, would not be housed untilevery Libyan was housed.

He fulfilled that promise.

• Under Gaddafi, Libya has now attained the highest standard of living in Africa.

• Gaddafi put up a communications satellite—the first in Africa—to bring the continent of Africa into the 21st century of technology.

This also interrupted the massive fees that European companies had been charging the Africans.

• He gave women full access to education and employment, and he has enabled women to serve in the armed forces.

• Gaddafi started and financed the African Union to tie all of the Mother continent into an eventual body with a common purpose called the “United States of Africa.”

Gaddafi did so much to develop Africa that even Obama’s arrogant Caucasian cohort Hillary Clinton had to admit as she stood before the African Union:

“I know it is true over many years, Gadhafi played a major role in providing financial support for many African nations and institutions…”

She could not claim America did ANYTHING but exploit, exploit, exploit—and murder!

• He was the first and only leader in the Arab world to formally apologize for the Arab role in the trade of African slaves.

He acknowledged that Blacks were the true owners of Libya and proclaimed in his Green Book, “the Black race shall prevail throughout the world.”

Nelson Mandela called Muammar Gaddafi one of the 20th century’s greatest freedom fighters, and insisted that the eventual collapse of South Africa’s apartheid system owed much to Gaddafi and Libyan support.

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Published by The Final Call and LibyaSOS

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Posted by Ryuzakero on 07 June 2012 by LibyanFreePressNetwork

at http://wp.me/p1DGte-1WI

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Reloaded by Espedito Gonzales

http://espeditogonzales.altervista.org/?p=313

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Majer-Zlitan Massacre by NATO (Eng-Ita-Esp)

Posted: August 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Guerre & Strategie, Libia, Massacri, Mondo arabo, Video | No Comments »

Riceviamo da LibyanFreePress e pubblichiamo
http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/08/10/zlitan-massacre-by-nato/

Press Conference by Moussa Ibrahim

on Majer-Zlitan Massacre by NATO (August 9, 2011)

Libia, Majer-Zlitan: la NATO massacra 85 civili, di cui 33 bambini, 32 donne, 20 uomini. “Per motivi umanitari” come ci spiegano i nostri “politici-burattini” nelle mani dell’usurocrazia finanziaria e bancaria mondiale.

Il popolo della Libia di Jamahiriya e di Tripoli sappia però che non tutti in Europa sono così stupidi da non aver capito il complotto/cospirazione contro la Libia ed i popoli/Nazioni del mondo, e faremo il possibile per diffondere la Verità sul crimine che si sta compiendo ai danni della Libia e di tutti noi.

Ognuno ha il suo ruolo, ognuno fa la sua parte: buona fortuna fratelli della Jamahiriya ancora libera (Nota redazionale di LibyanFreePress)

Libia acusa a la OTAN de asesinar a 85 civiles a Majer-Zlitan


Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Posted: June 25th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Complotti inglesi, Garibaldi massone, Garibaldi mercenario, Guerre & Strategie, Massoneria, Risorgimento, Storia | No Comments »

Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Per mettere un pietra tombale sul ‘mito’ Garibaldi

giugno 25, 2011 – sitoaurora


I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, eper il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e apologeti, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.
Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General Intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.
La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà’? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei cantori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi.
La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation),venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito‘ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentandola guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite.” Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo (1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse.” Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato,
che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Tra l’altro, l”anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’‘emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)
Coloro che richiesero l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente furono due siciliani, Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi‘. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, la Argus e l‘Intrepid, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi. In realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati, per lo più mercenari anglo-franco-piemontesi, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti ‘in congedo’ o ‘disertori’ riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi, che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn. Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e l’8.vo battaglione cacciatori napoletani, del 15 maggio, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di feriti, i garibaldini vennero letteralmente sbaragliati, subendo circa 30 morti e 100 feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero sì abbandonare il campo, ma perché il comandante di Palermo, generale Landi, aveva loro negato l’invio di rifornimenti e di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo. L’armata di Landi, di circa 16000 uomini, era accampato nei pressi di Calatafimi, ma il generale napoletano preferì ritirarsi e rinchiudersi a Palermo.
A Palermo, il 28 maggio 1860, dopo due gironi di scontri presso Porta Termini, nell’allora periferia della capitale siciliana, contro un centinaio di soldati napoletani, i garibaldini entrarono in città. Il comandante della guarnigione borbonica, Generale Lanza, sebbene avesse il comando di ben 24000 uomini e fosse sostenuto dall’artiglieria della pirofregata Ercole, li fece invece asserragliare nel palazzo del governatore, e quando parte delle truppe napoletane respinsero i garibaldini, arrivando a cento metri dal posto di comando di Garibaldi, ricevettero l’ordine di ritirata dal Lanza stesso, che l’8 giugno decise di consegnare la città agli anglo-garibaldini. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo. Il 31 maggio, a Catania, sebbene i garibaldini occupassero la città, nell’arco di ventiquattrore vennero sloggiati dalle truppe napoletane comandate da Ruiz-Ballestreros. Ma anche costui ricevette l’ordine di ritirata dal comandante della piazza di Messina, generale Clary, che a sua volta, col pieno appoggio del corrotto e fellone ministro della guerra di Napoli, Pianell, abbandonò Messina il 24 luglio. Rimase a resistere la cittadella, che cadde quando cedette anche Gaeta.
L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva,  incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui, il 20 luglio, la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 120 morti tra i napoletani guidati dal Colonnello Beneventano del Bosco, le ‘camicie rosse’ al comando del primo luogotenente di Garibaldi, Medici, subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario, e dopo che la pirocorvetta ex-napoletana Veloce, ribattezzata Tukory, al comando del disertore Amilcare Anguissola, bombardasse parte delle truppe napoletane schierate sulla spiaggia. Inoltre, le navi napoletane, lasciarono che il corpo anglo-piemontese sbarcasse alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana (pirofregata Ettore Fieramosca, pirocorvette L’Aquila e Fulminante) evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio, a bordo dei piroscafi Torino e Franklin (battente bandiera statunitense), di sbarcare il 18 agosto, a Mileto Porto Salvo, in Calabria. La guarnigione di Reggio si arrese senza sparare un colpo, mentre il generale napoletano Briganti venne fucilato a Mileto dalla sua truppa, per fellonìa. Dal reggino in poi, fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 300000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subita qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo forse legato al battaglione Vega della X.ma MAS, e che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia’ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro come afferma Lucy Riall, Garibaldi era una aderente alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo londinese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’ Garzanti, a pag. 38 si può leggere:
Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì a introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR) , il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri paesi, condusse a un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra il 1861 e il 1866, praticamente tutti i paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di SaintSimon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie, con il preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sia sul piano geo-economico che geo-strategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella rete di Cobden. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc., è solo fuffa patriottarda italidiota.

Alessandro Lattanzio, 24/6/2011

http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/25/giuseppe-garibaldi-mercenario-dei-due-mondi-2/

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex comandante della marina napoletana, che aveva tradito consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai soliti inglesi.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!


Le Guerre Saud-Israeliane

Posted: May 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerre & Strategie, Israel Lobby | No Comments »

Le guerre segrete dell’alleanza saudita-israeliana

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 28 maggio 2011

Un vecchio proverbio cinese dice: la crisi può essere un’opportunità per qualcuno.

Tel Aviv, Washington e la NATO stanno approfittando degli sconvolgimenti nel mondo arabo. Non solo lottano contro le legittime aspirazioni del popolo arabo, ma stanno manipolando la geopolitica del mondo arabo nella loro strategia per il controllo dell’Eurasia.

Conflitti settari in Egitto: un mezzo per indebolire lo stato egiziano
L’Egitto è governato da una giunta contro-rivoluzionaria. Nonostante la crescente ostilità del popolo egiziano, il vecchio regime è ancora in vigore. Eppure, le sue fondamenta stanno diventando sempre più instabili, mentre il popolo egiziano diventa sempre più radicale nelle sue richieste.
Come nell’era Mubarak, il regime militare di Cairo permette il diffondersi del settarismo in Egitto, nel tentativo di creare divisioni nella società egiziana. Nei primi mesi del 2011, quando gli egiziani hanno preso d’assalto gli edifici governativi, si scoprirono i documenti segreti che dimostrano come il regime fosse dietro gli attacchi contro la comunità cristiana in Egitto.
Recentemente, i cosiddetti  estremisti salafita hanno attaccato le minoranze egiziane, tra cui i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Attivisti e leader della comunità copta e sciita egiziani puntano il dito contro la giunta militare di Cairo, Israele e Arabia Saudita.
La giunta militare egiziana, Tel Aviv e Al-Saud fanno tutti parte di una minacciosa alleanza. Questo raggruppamento è la spina dorsale della struttura imperiale degli Stati Uniti nel mondo arabo. Sono al servizio di Washington. Prevarranno fin quando gli Stati Uniti domineranno nel sud-ovest dell’Asia e in Nord Africa.
Gli al-Saud cooperano con Washington in Egitto, per instaurare un governo apparentemente islamico. Ciò avviene tramite i partiti politici che gli al-Saud hanno finanziato e contribuito ad organizzare. I cosiddetti nuovi movimenti salafiti ne sono gli esempi principali. Sembra, inoltre, che i Fratelli Musulmani o almeno branche di essi, siano stati cooptati.

L’alleanza saudita-israeliana e la politica della divisione
I legami degli al-Saud con Tel Aviv sono diventati, negli ultimi anni, sempre più visibili e pervasivi. Questa alleanza segreta israelo-saudita esiste nel contesto della più ampia alleanza Khaliji-Israele. L’alleanza con Israele è stata instaurata attraverso la cooperazione strategica tra le famiglie regnanti dell’Arabia Saudita e degli sceiccati arabi del Golfo Persico.
Insieme, Israele e le famiglie dominanti Khaliji, formano la prima linea di Washington e della Nato contro l’Iran e i suoi alleati regionali. L’alleanza agisce anche per la destabilizzazione della regione per conto di Washington. Le radici del caos nell’Asia del sud-ovest e in Nord Africa è sempre questa alleanza Israele-Khaliji.
In linea con gli USA e l’UE, l’alleanza formata da Israele e dai governanti Khaliji ha operato per creare divisioni etniche tra arabi e iraniani, divisioni religiose tra musulmani e cristiani e divisioni confessionali tra sunniti e sciiti. E’ la “politica della divisione” o “fitna“, che è anche servita a mantenere al potere le famiglie dominanti Khaliji, e Israele al suo posto. Israele e la famiglie dominanti Khaliji non potrebbero sopravvivere senza la fitna regionale. Gli al-Saud e Tel Aviv sono gli autori della divisione tra Fatah ed Hamas e dell’allontanamento di Gaza dalla Cisgiordania. Hanno cooperato nella guerra del 2006 contro il Libano, al fine di schiacciare Hezbollah e i suoi alleati politici. Arabia Saudita e Israele hanno, inoltre, collaborato nel diffondere il settarismo e la violenza settaria in Libano, Iraq, Golfo Persico, Iran e ora l’Egitto.
Israele e le monarchie Khaliji aiutano Washington nel perseguire il suo obiettivo di neutralizzare, in ultima analisi, l’Iran e i suoi alleati, così come qualsiasi forma di resistenza contro gli Stati Uniti, in Asia sud-occidentale e in Nord Africa. Ecco perché il Pentagono ha pesantemente armando Tel Aviv e gli sceiccati Khaliji. Washington  sta anche creando, in Israele e nei sceiccati arabi, gli scudi anti-missili volti contro l’Iran e la Siria.

Iranofobia
L’alleanza tra gli sceiccati Khaliji e Israele è stato strumentale nella creazione dell’ondata di Iranofobia nel mondo arabo. L’obiettivo finale dell’Iranofobia è trasformare l’Iran, agli occhi dell’opinione pubblica araba, in un nemico del popolo arabo, in modo da distrarre l’attenzione dai veri nemici del mondo arabo, ossia le potenze neo-coloniali che occupano e controllano territori arabi.
L’Iranofobia è un’operazione psicologica, uno strumento della propaganda. L’obiettivo strategico è isolare l’Iran e riconfigurare il panorama geo-politico dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Inoltre, l’Iranofobia è stata utilizzata dalle famiglie regnanti Khaliji, dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita e al Bahrain, come pretesto per la repressione dei loro popoli, che chiedono libertà e diritti democratici negli sceiccati.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano, un insieme di clienti dei Khaliji-USA e alleati di Israele, ha anch’essa usato l’Iranofobia e la “politica della divisione“, per cercare di aggredire Hezbollah e i suoi alleati politici libanesi. L’obiettivo è  indebolire e minare i legami libanese-iraniano e siriano-libanese. L’Alleanza del 14 Marzo, controllata soprattutto dal Movimento Futuro di Hariri, ha importato in Libano i cosiddetti combattenti salafiti di Fatah al-Islam, con l’obiettivo di usarli per attaccare Hezbollah. Il Movimento Futuro ha anche avuto un ruolo nel progetto israelo-saudita-statunitense di destabilizzazione della Siria e del suo allontanamento dal Blocco della Resistenza.

Mahdi Darius Nazemroaya è specializzato in Medio Oriente e Asia Centrale. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG).

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/05/28/le-guerre-segrete-dellalleanza-saudita-israeliana/


Libia: una questione africana

Posted: April 9th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Giornalismo storico, Guerre & Strategie, Libia | No Comments »

La Libia: soprattutto una questione africana

intervista a Jacques Borde, storico e giornalista francese

Geostrategie 8 aprile 2011 – Traduzione di Alessandro Lattanzio


D – Come giudica il coinvolgimento dell’Europa?
Jacques Borde – Francamente: Un valzer ipocrita tra barili di petrolio! Con Cameron e Sarkozy debuttanti, sperando qualcosa di diverso da quatto soldi dal loro mentore degli Stati Uniti. Mentore che, ovviamente, non farà nulla e li farà  rotolare nella farina. Ma si sa, con i nostri leader eurolandesi, eredi degni del colonial- socialismo avviata da Jules Ferry, si vede subito il lupo uscire dal bosco… Per quanto riguarda l’epica libica, l’Europa, a subito rivelato la sostanza del suo pensiero, dichiarandosi pronta a comprare il petrolio dei ribelli. “Se il reddito [dal petrolio e dal gas] non va al regime di Gheddafi, allora non abbiamo alcun problema con le operazioni commerciali col petrolio e il gas libici.” Questo è stato ammesso, a sua somma vergogna, dal caro Michael Mann, niente di meno che il portavoce del capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.

D – A suo parere, si va  verso una risoluzione della crisi?
Jacques Borde – Per nulla proprio. Il problema principale dei ribelli è la loro mancanza di efficacia sul campo. La motivazione in prima linea. E ancora. Le capacità tattiche vicino allo zero assoluto. L’apice è stato raggiunto da questi ribelli che sparano in aria al passaggio di una pattuglia aerea dell’asse atlantico, provocando al tempo stesso la sua risposta al lancio di traccianti, interpretato come ostile. Tragico e stupido assieme. Per quanto riguarda la strategia di queste persone, è difficile comprenderne gli arcani. Inoltre, sembra, i mezzi cominciano a mancare.

D – I ribelli continuano ad appellarsi all’Occidente per gli aiuti…
Jacques Borde – Sì. A ragione. Ma con risultati alterni. Se si (ri)cita Michael Mann, il buon uomo ha detto, facendo eco ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique, che l’UE “non aveva cambiato la sua posizione in merito all’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle forze della NATO.” Quindi, se aiuta, non sembra farlo in modo molto massiccio. E non risolve il fatto che l’arma non fa il soldato! Con tali pietosi combattenti, il loro addestramento può richiedere mesi…

D – Gheddafi può davvero vincere?
Jacques Borde – Nulla è scritto, quando si parla di guerra. Chi credeva che i miliziani somali sulle loro ‘Tecniche’ avrebbero ottenuto la partenza di corsa delle forze statunitensi nel 1993?
Ma Washington, che da qualche parte ricorda la lezione di Mogadiscio, riguardo al caso libico – iniziato dalle sue spalle di Parigi e Londra, ricordiamocene – ci ha mostrato un curioso esempio di: “trattenetemi, o farò un macello.” Chiaramente, dalle 22:00 GMT di Lunedì, 4 Aprile 2011, nessun aereo ha fatto delle sortite. Certo, le forze di Gheddafi, come riferito, avrebbero perso un terzo del loro potenziale da quando le incursioni aeree dell’asse atlantico sono iniziate. Al costo di 851 sortite dal 31 marzo 2011. Un rapporto piuttosto deludente in termini di prestazioni. Il che, visto da l’altra estremità del telescopio, significa che Gheddafi ha ancora due terzi dei mezzi militari che ora utilizza con una maggiore intelligenza tattica. In realtà, il tempo è piuttosto a favore di Gheddafi.

D – In che senso?
Jacques Borde – non riesco a vedere gli insorti vincere da soli. Ovviamente, le forze lealiste le erodono lentamente. Leggendo Warden, ancora più eloquente sui limiti della guerra aerea in generale, e dei suoi Cinque Cerchi, e alcuni altri, i nostri tristi napoleoni hanno appreso che la strategia solo aerea non è sufficiente per vincere un conflitto. Una guerra si vince sul campo! In realtà, tutto si basa su due elementi:
1. Gli Stati Uniti continueranno a fornire – la maggioranza, ricordiamolo – degli attacchi aerei?
2. Chi si scontrerà coi Gheddafiani, per rimuoverli, mano a mano, dalle loro posizioni?
Finché non avremo una risposta a entrambe le domande, lo stallo continuerà. E la coalizione, così difficilmente costruita, potrebbe nel frattempo, disfarsi. Per iniziare – chi lo sa? – dagli Stati Uniti. Si viene, curiosamente, a sapere dell’arrivo a Tripoli di un ex parlamentare degli Stati Uniti. “Il nostro obiettivo è quello di incontrare il colonnello Gheddafi oggi, e convincerlo a lasciare il potere“, ha subito tentato di convincerci il repubblicano Curt Weldon dal The New York Times. L’amministrazione Obama ci mostra, da parte sua, il vecchio trucco dell’”iniziativa privata“. A chi credere, in questa fase?

D – Nella nostra prima intervista, lei ha parlato di “Somalizzazione”?
Jacques Borde – Assolutamente. Questo rimane valido. Come in Somalia, i nostri strateghi da sottoprefettura hanno creduto che bastasse sostituire, con un fischio, Gheddafi e la sua famiglia. Per adesso, è ciò che più ha fallito!
Inoltre, che dire di una libia affidata ai ribelli, di cui non sappiamo praticamente nulla? Sapete, in Libia, gli occidentali stanno cercando di ricreare  ancora una volta il colpo della Somalia: Mohammed Siad Barre fu rovesciato, senza considerarne le conseguenze. Il crollo del regime di Barre ha portato il paese in una terribile guerra civile tra fazioni concorrenti. Soprattutto quella che ha sostenuto il presidente ad interim, Ali Mahdi Mohamed, e quella che ha sostenuto il generale Mohamed Farah Aidid. Lo stesso uomo che ha costretto gli statunitensi ad andarsene con la coda fra le gambe, durante l’inverno del 1993. Ricordate?

D – Ma l’intervento in Libia incontra qualche accordo?
Jacques Borde – Sì. Ma non all’unanimità. E’ lontana. Prendo atto della estrema cautela dei paesi africani. Tra l’altro i primi e i più colpiti da questa crisi. Soprattutto quella di Jean Ping e Idriss Deby. Il primo presiede l’Unione africana e l’altro, il vicino Ciad! I due uomini dicono, parola per parola, quello che vado dicendo da settimane su questa crisi …

D – Vale a dire?
Jacques Borde – Prendete il Presidente Déby, che cosa ha detto ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique? Ciò che lo preoccupa, “è ciò che sta accadendo oggi in Libia e il rischio di implosione di questo paese. L’islamista al-Qaida ha approfittato del saccheggio degli arsenali nella zona ribelle per rifornirsi di armi, compresi i missili superficie-aria, che sono stati successivamente dispersi nei loro santuari nel Ténéré. Questo è molto grave. L’AQIM sta diventando un vero e proprio esercito, il più attrezzato della regione.” Più oltre, nel corso dell’intervista, il presidente Deby ha ribadito i suoi timori, affermando “che l’Aqmi ha di certo preso parte attiva alla rivolta”.

D – Credete?
Jacques Borde – E perché no? Il presidente Idriss Deby sembra un uomo più sicuro e avvertito sulla questione – non siamo al centro di una crisi che sta alle sue frontiere e che riguarda un uomo che è stato sia un nemico che un alleato del colonnello Gheddafi – del saggista mondano-sessuologo-diplomatico Lévy, BHL voglio dire!

D. – Per voi, Deby è ben posizionato nel giudicare questo caso?
Jacques Borde – Sì. E’ in prima linea, giusto? E’ anche un capo militare coscienzioso, efficace e non senza coraggio. Inoltre, i francesi sono in grado di saperlo, il Ciad ha eccellenti servizi di informazione: L’Agence Nationale de Sécurité (ANS), in particolare, che è l’equivalente alla Direzione generale per la sicurezza esterna (DGSE) francese. Il suo ruolo è – cito il Presidente Deby, “difendere il paese contro il terrorismo, gli agenti dormienti di al-Qaida e il pericolo esterno” – penso che dovremmo dargli qualche credito in questo dossier. Più della logorrea di BHL, comunque, che ci ha portato in questa sanguinosa crociata. E la parola non è mia, vi ricordo.

D – Quali sono gli argomenti del presidente Deby?
Jacques Borde – Rileggete semplicemente i suoi commenti a François Soudan di Jeune Afrique: per lui l’impegno occidentale “…è una decisione affrettata che potrebbe avere gravi conseguenze per la destabilizzazione regionale e la diffusione del terrorismo in Europa, Mediterraneo e Africa (…). Una pacifica insurrezione popolare come è successo in Tunisia e in Egitto è una cosa, mentre una ribellione armata in Libia è un’altra. Sostenere questo tipo di fenomeno, per non parlare di intraprendere un’azione militare per accompagnarla e farla riuscire, sarebbe direttamente contraria al Trattato dell’Unione africana. La nostra posizione, come avevamo già stabilito al Consiglio per la pace e di sicurezza (CPS), tenutasi ad Addis Abeba il 9 e il 10 marzo, era chiara: cinque capi di stato hanno dovuto viaggiare in Libia e ci hanno fornito la loro relazione, prima di prendere una decisione. Nel frattempo, non abbiamo avuto modo di condannare Gheddafi a priori. L’ONU, l’UE, la Francia e gli Stati Uniti non ha voluto tener conto dell’UA. Questo è sbagliato“. Non ho nulla da aggiungere.

D – Pensate che l’Occidente ha preso sottogamba l’Africa?
Jacques Borde – Peggio. E’ il puro succo del colonial-socialismo. Nella buona vecchia tradizione del costoso disprezzo di Londra e Parigi. Inoltre, il capo dell’Unione africana, Jean Ping, non ha nascosto i suoi sentimenti su ciò. In un’intervista con RFI non ha sottolineato che “quando l’Unione europea e gli altri hanno preparato la risoluzione e l’applicazione, nessuno è venuto a trovarci. Madame Ashton è andata al Cairo e non è mai venuta a trovarci. Anche il ministro degli affari esteri francese, Alain Juppé, è andato al Cairo. Nessuno è venuto a trovarci!” E ‘chiaro, no?

D – Ed è stato sbagliato non ascoltare gli africani?
Jacques Borde – Sarebbe più esatto dire che gli occidentali, mentre erano già tutti presi da loro trip guerriero, non hanno voluto ascoltare nessuno! Soprattutto non è un Jean Ping che ricorda loro, cito, “la differenza che esisteva tra gli eventi in Libia, Tunisia ed Egitto, in Tunisia c’è stata la “rivoluzione gelsomino”, una rivoluzione pacifica. Nessuno è andato con i carri armati dalla parte dei giovani rivoluzionari. In Libia ci sono due forze militari. Su ogni lato, vi sono armi pesanti! Dei carri armati! Così è molto più simile a una guerra civile. E i rischi, la divisione e la “Somaliazzazione” del paese”.

D – Cosa pensate della tesi dei mercenari africani al soldo di Gheddafi?
Jacques Borde – molte cose. La prima, che venendo dall’Occidente, è come se il bue da del cornuto all’asino! Una gigantesca stronzata…

D – Cosa volete dire?
Jacques Borde – Il perfido Muammar che assume mercenari? Ammettiamolo! Divertente, tuttavia, provenendo da potenze occupanti l’Afghanistan e l’Iraq, dove quasi o più, a seconda del caso, del 50% degli effettivi impegnati sul terreno sono contractors che lavorano per compagnie private militari (PMC). In altre parole, mercenari. Tra 120.000 e 180.000 secondo i dati, più delle truppe regolari statunitensi oggi in Iraq. E tra 80.000 e 100.000 in Afghanistan, secondo le fonti. Questa deriva dalla privatizzazione della guerra è un fenomeno abbastanza diffuso. Ognuno se ne approfitta da quasi dieci anni. E all’improvviso diventa un problema, anche un crimine, quando l’utilizza Tripoli. Che, del resto, non è stato provato in modo indipendente!

D – Avete dei dubbi?
Jacques Borde – Dopo Timisoara, ho imparato a diffidare del prêt-à-penser veciolato dal Io sono ovunque della decenza mediatica proprietà. Per ora, il minimo che possiamo dire è che ci mancano le prove. Verificabili, voglio dire. A questo proposito, il presidente del Ciad, Idriss Deby, è stato molto chiaro. Per lui, “Non c’è nessun canale, formale o informale, per reclutare mercenari per la Libia. Detto questo, centinaia di migliaia di ciadiani vivono in Libia, alcuni da tempo integrati nella società di questo paese. E’ quindi possibile che una manciata di loro abbiano, in un modo o nell’altro, partecipato individualmente a battaglie“. Su questo punto, ricordimoci che molti di questi ciadiani sono doppi cittadini suscettibili di coscrizione, come gli altri libici, nelle forze regolari.

D – E gli altri paesi africani?
Jacques Borde – Nulla di conclusivo è ancora disponibile. E dopo? Ho visto sulle nostre televisioni, forza interventista, i ministri (presumibilmente) integrati e specialisti di ogni tipo, vantarsi ampiamente dei principali accordi militari – chi Franco-Emirati Arabi Uniti, chi Franco-Qatar – che hanno consentito a queste due monarchie di arraffare la loro parte del bottino in Libia, la sua acqua e il suo petrolio. Perché Tripoli non agirebbe nello stesso modo con le capitali africane del suo ambiente geopolitico? Ma, onestamente, credo che soprattutto i malvagi mercenari africano del ribollente comandante di Tripoli, per battuti che siano, sono nella stragrande maggioranza, e più semplicemente, cittadini libici. È la caratteristica delle guerre civili vedere i cittadini di un paese, dividersi tra i due campi. Senza dubbio questo spiega, anche, la prudente attenzione degli Stati Uniti su questo tema: Civil War è un termine di cui i nostri amici statunitensi sanno, meglio di altri, il significato più profondo. Non l’imparano sui banchi di scuola?

D - Qualcosa da aggiungere?
Jacques Borde – Sì. Sembro non fare tanto caso agli insorti. Ma non è disprezzo. Il mestiere delle armi, per parlare solo di esso, non s’improvvisa. La Geopolitica, neanche. Tutti, soprattutto quelli che spingono per la guerra, sembrano avere preteso, con una sorprendente leggerezza, da questi ribelli più esperienza, saggezza politica, e quindi, risultati che non ebbero i leader, sebbene accorti, dell’esercito dell’impero di Alessandro che disputandosi il suo Impero, non poterono evitare scomparsa. Ciò che accadrà è, purtroppo, in gran parte prevedibile. É stata l’agitazione dei nostri furieri della guerra, a essere stata la cosa più criminale. Quanto al futuro, come Platone ha scritto: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/08/la-libia-soprattutto-una-questione-africana/


Primavera araba, o fine dei tempi?

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Escatologia islamica, Guerre & Strategie, Islam, Mondo arabo | No Comments »

Primavera araba, o fine dei tempi?

di Enrico Galoppini – 7 aprile 2011 – Europeanphoenix.net


… … … Si è letto di “contagio”, di “emulazione”, di “vento della libertà”. Tutte fandonie. Operazioni simili vengono pianificate da dentro e da fuori, e la massa ‘telegenica’ viene fatta confluire nelle piazze in un modo o nell’altro, per esempio facendo artatamente innalzare vertiginosamente i prezzi dei cereali, la cui “borsa valori” non certo è in mano ai contadini tunisini o egiziani, ma a gente senza scrupoli che ci propina anche gli ogm (“Monsanto”… un nome, un programma). Altri, meno rincitrulliti e/o ingenui, argomentano che si tratterebbe di un “risveglio nazionale”, quasi una seconda puntata della storia cominciata con la creazione di quel “moderno mondo arabo” al quale accennavo in nota, il quale – è bene ribadirlo – originò dalla distruzione pianificata dell’Impero Ottomano prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale (la quale ebbe lo scopo principale di cancellare tutti gli imperatori di “diritto divino” – Absburgo, Hohenzollern, Romanov, Ottomani – ed ingabbiare una parte del mondo conquistato nella democratica e contro-iniziatica Società delle Nazioni, poi proseguita nell’Onu; la Seconda guerra mondiale – una specie di seconda puntata della prima – avrebbe completato il lavoro svolto con la Prima, tant’è che sortì anche la fine dell’Impero del Sol Levante nonché l’occupazione statunitense di parte dell’Europa)……………………..(leggi tutto su -TerraSantaLibera.org-)

Fonte: http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=40&catid=8#_ftn21

Da: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm


Risorgimento e guerra civile

Posted: April 3rd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra Civile Italiana, Guerre & Strategie, Risorgimento, Storia, Testimonianze | Comments Off

Teodoro Klitsche de la Grange:

Risorgimento e guerra civile

Prefazione a cura del prof. Antonio Caracciolo (CiviumLibertas)

RISORGIMENTO E GUERRA CIVILE

Sette tesi per ripensare il passato ed il presente nella storia d’Italia

di Teodoro Klitsche de la Grange

Le tesi:

- 1. La rivincita del revisionismo storico nella storia del Risorgimento italiano.

– 2. Gli infausti momenti della costruzione dello stato unitario.

– 3. L’impianto ideologico della circolare Ricasoli.

– 4. La negazione in Ricasoli del carattere politico del brigantaggio.

– 5. Differenti concezioni della legittimità possibile.

– 6. Gli italiani che non divennero tali.

– 7. La costante della guerra civile nella storia d’Italia.

TESTO IN  PDF QUI



Ricerca, composizione e pubblicazione a cura del prof. Antonio Caracciolo
http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/03/teodoro-klitsche-de-la-grange.html
PDF reloaded by Espedito Gonzales http://espeditogonzales.altervista.org/


Voci Veraci da Tripoli

Posted: March 22nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Video | No Comments »

Voci Veraci: 2 Interviste da Tripoli

Porta-a-Porta 21 marzo 2011 (italiano)


Le prime 2 interviste rilasciate da libici, non condizionati dalla propaganda mediatica coloniale dei “signori della guerra” euro-franco-americana.

Il portavoce di Muammar Al Qadafi (Gheddafi), il sig. Ibrahim Moussa da TRipoli, ed il giornalista Ramadan Braiky, direttore della testata “Qurina” di Bengasi, della quale facevano parte redattori oggi nelle fila dei “ribelli”, rilasciano per Porta a Porta di Bruno Vespa 2 dichiarazioni che rompono il muro del silenzio e dell’illogicità eretto a “verità bellica” favorevole a quei paesi, USA, Francia e GB in testa, scatenati in un’impresa bellica atta ad abbattere il Raiss, indipendentemente da quante tonnellate di bombe si debbano sganciare sulla popolazione libica e a quanti “danni collaterali” si provochino, invece di svolgere le “azioni umanitarie” definite dalla Risoluzione ONU n. 1973.

L’intervista è a cura del corrispondente RAI sig. Duilio Giammaria, il quale, a giudicare da come cerchi di influenzare il discorso rivolto al pubblico a casa, sembra essere sulle stesse orme del già tristemente noto Claudio Pagliara, e chi segue le vicende Palestinesi può farsene un’idea…

Le risposte dei due libici però contraddicono le palesi intenzioni, asservite agli “Alleati”, del Giammaria, e ci rivelano invece una verità che ci vorrebbe a tutti i costi essere negata.

Come a dire che …”il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”…

FATE GIRARE QUESTO DOCUMENTO, UNA DELLE ODIERNE POCHISSIME VOCI FUORI DAL CORO


Apocalisse mediterranea?

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Storia | No Comments »

Verso un Apocalisse mediterranea?

L’Italia ha appena festeggiato le sue menzogne unitarie per i primi 150 anni dell’era massonica italiota (vedi video al link), ed ecco che, senza perder altro tempo, i camerieri delle banche che la governano, danno immediatamente prova di servilismo nei confronti di quella stessa potenza che già 150 anni  fa si aggiudicò, a suon di ghinee d’oro e banditismo su larga scala, il controllo del Mare Nostrum.

L’Inghilterra, e la sua creatura coloniale d’oltre oceano, unitamente ad altre Nazioni, alleate o al guinzaglio, si accinge a riprendere possesso della sua vecchia ex-dipendenza: tutte le più potenti “democrazie” contro la Libia di Muammar AlQadafi. Una vergogna senza pudore.

Il Nobel per la Pace (…dei sensi altrui...), Obama, “ordina” la resa al Raiss.

Senza uno straccio di prove, rifiutando gli inviti agli ispettori ONU di verificare sul terreno l’inesistenza di carneficine di civili, spacciandoci video-notizie fasulle e veline delle SAS, vorrebbero imporre ad una Nazione Sovrana, ed al suo legittimo governo, il divieto di ripristinare l’ordine e la legalità, il lavoro e l’economia, il controllo dei confini e delle fonti energetiche della propria patria, in nome di falsi ideologici sbandierati per “rivolta per la democrazia”.

AUDIO= Libya: Saif al-Islam Gaddafi says UN resolution ‘unfair’

Ma non fateci ridere.

Sappiamo bene, noi, come moltissimi italiani ed europei pure, che quella che si prospetta è solo l’ennesima guerra di conquista delle fonti energetiche e di materie prime; per un riposizionamento strategico-militare in vista di scenari futuri di dittatura democratica globale; per strangolare le nazioni europe più deboli e riappropriarsi di quei contratti e vantaggi energetici che le stavano rendendo più forti. Nei notiziari non lo dicono mai, ma nella base sarda di Decimomannu sono operative e presenti unità dell’aviazione militare israeliana, sempre in esercitazione congiunta.

E poche sere fa alcuni rabbini mostravano orgogliosamente in televisione, su un canale nazionale italiano, le chiavi ancora in loro possesso della sinagoga di Tripoli, oggi un cumulo di macerie.

La Libia, a differenza di tutte le altre nazioni nord-africane, è l’unica, per ora, priva di presenze giudaiche sul proprio territorio. Varrebbe la pena di valutare anche tali fatti, alla luce di questa smodata ed apparentemente immotivata “guera santa” contro la Libia nata dalla rivoluzione del 1967.

La Francia scalpita, l’Inghilterra è pronta a bombardare, l’Italia, vergognosamente, presta le basi aeree per questo democratico crimine di guerra imminente.

Intanto le truppe saudite ed arabe fedeli al dio dollaro sono scatenate contro la popolazione del Bahrein, senza che nessun servizio giornalistico o politico europeo ce ne dia sufficiente notizia o chieda interventi umanitari, mentre Napolitano invoca il rispetto dei “diritti umani” in Libia: sempre lo stesso, dalla parte dei poteri forti.

VERGOGNA!

E vergogna anche su tutti quei progressisti e sinistri che vigliaccamente e stoltamente plaudono gli atti di prepotenza imperiale anglo-franco-americani: ma non sono quegli stessi che un tempo condannavano gli “imperialisti”? Oggi invece quegli “imperialisti” gli stanno bene? …sadomasochismo interessato puro, senza dignità e coerenza, con un passato fumoso e un futuro d’aria fritta, agit-prop sodomizzati nell’animo prima che nella carne.

Nel servizio di Antonio Caracciolo al seguente link troverete un buon resoconto dei fatti che si svolgono in Bahrein (Bahrein: foto-cronaca di un’invasione che non vediamo nei nostri media), dove la popolazione viene massacrata e la nazione invasa, senza che gli USA, che lì stazionano con la loro 5a Flotta Militare, oppongano la minima resistenza o trovino nulla da ridire.

Petrolio e potere, vendette e denaro, queste le direttive della Lega Araba, quella stessa che da decenni non muove un dito per aiutare gli arabi di Palestina sotto il giogo giudaico-sionista: VERGOGNA anche su di loro.

Quel che dispiace è la partecipazione libanese al “sì” onusiano. (FFP)

Fonte: http://terrasantalibera.com/wordpress/?p=93