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USA & Al Qaeda porteranno la democrazia…

Posted: April 14th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerra, Interviste, Video | No Comments »

USA & Al Qaeda porteranno la democrazia in Libia…


NO FLY ZONE SU GAZA

Posted: April 11th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini di guerra, Guerra, Israele, Mondo arabo, Palestina, Sionismo | No Comments »

LA LEGA ARABA ALL’ONU:

“NO A FLY ZONE SU GAZA”

IL CAIRO – La Lega Araba chiedera’ alle Nazioni Unite di imporre un no fly zone su Gaza per gli aerei israeliani. Lo hanno reso noto fonti dell’organismo panarabo al termine di una riunione dedicata alla crisi nella Striscia di Gaza.

Medio Oriente: PROVE DI TREGUA MA ATTACCHI PROSEGUONO – Israele e Hamas sono impegnati, con l’aiuto delle Nazioni Unite, nel tentativo di mettere fine alle ostilita’ che negli ultimi giorni hanno sconvolto la vita a Gaza e nel Neghev israeliano e che nella Striscia hanno provocato la uccisione di almeno 18 palestinesi e il ferimento di decine. Ma sul terreno anche oggi, da Gaza, sono stati lanciati a piu’ riprese razzi e colpi di mortaio, che non hanno provocato vittime. Da Gaza un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha affermato che le milizie palestinesi non sono interessate ad una escalation. ”Se Israele cessera’ le aggressioni – ha affermato – in maniera naturale la calma tornera’ ”. Da parte sua anche il ministro della difesa Ehud Barak ha assicurato che Israele non e’ interessato ad estendere il conflitto e che se Hamas cessera’ le ostilita’, lo Stato ebraico fara’ altrettanto. ”Ma se gli attacchi palestinesi contro civili o militari israeliani dovessero proseguire – ha avvertito il premier Benyamin Netanyahu – Israele colpira’ Hamas in maniera ancora piu’ dura”. Secondo Israele, la maggior parte dei palestinesi rimasti uccisi ”sono miliziani di Hamas o di altre organizzazioni terroristiche”. Nel pomeriggio la situazione a Gaza sara’ discussa da Netanyahu con i ministri a lui piu’ vicini. A Gaza anche Hamas ha convocato per oggi il proprio esecutivo. Secondo radio Gerusalemme, Hamas ha fatto sapere ad Israele di essere disposto a mettere fine agli attacchi in profondita’ contro le citta’ israeliane del Neghev, ma rivendica il diritto di continuare i lanci di mortai e di razzi a corta gittata e di proseguire le attivita’ di guerriglia contro le pattuglie militari israeliane lungo le linee di demarcazione. In mattinata miliziani palestinesi hanno sparato a due riprese colpi di mortaio contro villaggi israeliani nel Neghev Occidentale (provocando seri danni alla rete elettrica locale) e hanno sparato alcuni razzi in direzione della citta’ di Ashkelon. Un missile Grad e’ stato intercettato con successo dal sistema di difesa denominato Cupola di ferro.

Domenica 10 Aprile 2011
http://www.leggo.it/articolo.php?id=115971

postato da Domenico F.  per TerraSantaLibera.org


Criminalità Neocoloniale Francese

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Costa d'Avorio, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Crimini di guerra francesi, Guerra, Testimonianze | No Comments »

Costa d’Avorio: l’Onu e la Francia si macchiano di crimini contro l’umanità

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu


Côte d'Ivoire: Les massacres de Ouattara à Duekoue by Nzwamba

Un massacro. Non ci sono altre parole per definire l’operazione militare messa in atto nella notte tra lunedì e martedì dalla Francia e dall’Onuci per “proteggere i civili”. Si parla di 2307 morti e di migliaia di feriti tra la popolazione ivoriana. Un bilancio destinato ad aumentare a causa dell’embargo sui medicinali che rende difficile curare i feriti. Ma il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ieri ha avuto il coraggio di dichiarare con forza che l’Onuci “non partecipa al conflitto in Costa d’Avorio: in linea con il mandato conferito dal Consiglio di Sicurezza, ha agito per proteggere se stessa e per proteggere i civili”.
Secondo il segretario Onu, le forze della difesa e della sicurezza “hanno preso di mira il quartier generale dell’Onu in Costa d’Avorio all’hotel Sebroko, con cecchini che usano armi di calibro pesante, mortai e lancia-granate”. Negli attacchi “quattro caschi blu sono stati feriti”. Di fronte alla “strage” di caschi blu, Ban Ki Moon ha “chiesto il sostegno delle forze francesi” per uccidere più di duemila civili. E il presidente della Francia Nicolas Sarkozy – si legge in un comunicato dell’Eliseo – ha risposto “positivamente a questa richiesta e ha autorizzato le forze francesi a partecipare alle operazioni condotte dall’Onuci per la protezione dei civili”.
Se si trattava di un’operazione di “pace” come mai allora i bombardamenti non hanno interessato solo “obiettivi militari”, ma hanno colpito l’ospedale di Kumasi, quello di Yopougon e quello militare di Abidjan. Hanno bombardato la residenza del presidente Gbagbo e il palazzo presidenziale dove c’erano ammassati da domenica un milione di civili. Hanno distrutto la Radio e Televisione di Stato(Rti).
No, non è stata un’operazione militare mirata a proteggere la popolazione ivoriana. È stato un atto di guerra e una vera e propria carneficina. La fonte di Rinascita, che vive barricata in casa con pochi viveri da dividere con i vicini che ormai non hanno più cibo, racconta che gli elicotteri dell’Onuci hanno sparato sull’unico supermercato aperto dove si era formata una folla immensa per rifornirsi di generi alimentari.
Crimini contro l’umanità di cui la Francia e le Nazioni Unite dovrebbero rispondere davanti ad un tribunale internazionale.
Ma l’ipocrisia non ha limiti. Dopo aver bombardato indiscriminatamente su Abidjan, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Rupert Colville, ha espresso “profonda preoccupazione per la situazione dei civili in una città così importante, con milioni di abitanti”. In una conferenza stampa, Colville ha manifestato apprensione per il fatto che “armi pesanti vengano usate in zone ad alta densità abitativa e che potrebbero aver causato decine di morti negli ultimi giorni”.
Dello stesso avviso Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari che ha definito la situazione umanitaria ad Abidjan “drammatica”, precisando che la “maggior parte degli ospedali e dei servizi pubblici non sono più funzionanti”.
Prima l’Onu si schiera apertamente con Ouattara, sostiene militarmente i militari, bombarda Abidjan e poi esprime preoccupazione per i civili.
Ma la missione di pace delle Nazioni Unite non dovrebbe essere neutrale?
Come mai nel conflitto civile del 2002, subito dopo il tentativo di colpo di Stato di Ouattara, quando i ribelli delle Forze nuove ammazzavano e seviziavano la popolazione civile, causando centinaia di morti e di decine di migliaia di sfollati, la Francia e l’Onu non sono intervenuti rispondendo all’allora presidente Gbagbo, eletto democraticamente nel 2000, che era una “questione ivoriana”. Due pesi e due misure.

E come mai dopo il massacro di Duèkoué, in cui le Forze repubblicane di Ouattara hanno ucciso 800 civili, raso al suolo un villaggio, violentato le donne  e i bambini,  l’Onu non è intervenuto contro il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale?

Le prove contro i ribelli sono schiaccianti: “Sono arrivati di giorno, mentre eravamo nei campi. Non ci eravamo allarmati molto, sapevamo che sarebbero arrivati ma pensavamo che avrebbero proseguito per Abidjan. Ci eravamo detti: non sarà come durante la guerra. Vogliono solo dimostrare di avere il controllo sull’intero territorio. Invece hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi e hanno cominciato a bruciare case e granai” è la testimonianza di Simon Taye, rifugiato ivoriano raggiunto dalla Misna in un assembramento di profughi oltre il confine con la Liberia, dove è arrivato dopo un giorno e mezzo di cammino nella foresta che attraversa la frontiera tra i due Paesi.
L’intera avanzata delle Forze repubblicane, con l’ausilio delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, è stata accompagnata da massacri, sevizie e stupri. “Era il 15 marzo, non dimenticherò mai questa data. Da giorni non si vedevano forze dell’ordine in circolazione quando uomini armati di tutto punto, gente delle forze repubblicane, sono arrivati nella nostra cittadina, Toulepleau, ultima città ivoriana prima del confine, a circa 130 chilometri di Duekoué,  e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sui civili, donne e bambini disarmati. Alcuni sono stati colpiti alle mani e ai piedi e non hanno potuto scappare a nascondersi tra la vegetazione come ho fatto io” racconta un altro profugo alla Misna.
E ora il terrore ha raggiunto anche la capitale economica: “Abidjan è fuori controllo, si spara, ci sono saccheggi ovunque e cadaveri nelle strade, cominciano a scarseggiare acqua ed elettricità, i colpi d’arma da fuoco sono arrivati anche in ambasciata e non da oggi”. A parlare è l’ambasciatore italiano in Costa d’Avorio, Giancarlo Izzo, contattato dall’Ansa, che ha spiegato che “non si possono fare previsioni sui tempi” della fine della guerra. “Le forze dei due si confrontano da mesi”, osserva Izzo, e “a complicare ulteriormente le cose c’è stato l’intervento militare dei caschi blu e dei francesi, che hanno sparato dagli elicotteri contro le postazioni dei sostenitori di Gbagbo che hanno accusato i francesi di neocolonialismo”.
Intanto la situazione rimane confusa ad Abidjan. Se i media francesi parlano di una sconfitta del presidente Gbabgo, il suo portavoce assicura che le Forze di difesa e di sicurezza hanno ancora il controllo della sua residenza e del palazzo presidenziale e del più importante
accampamento militare ad Abidjan. Una versione confermata dalla fonte di Rinascita, che ha parlato di centinaia di morti invece tra le fila delle Forze repubblicane di Ouattara. Ma circola anche la voce che Gbagbo stia negoziando la resa. Lo ha affermato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che detto: “Sono a conoscenza di queste trattative”. Ma sono poco attendibili le notizie riportate dai media francesi. Tanto che il portavoce di Gbagbo ha sostenuto che il legittimo presidente della Costa d’Avorio “è vivo e non si arrende”.

Mosca: ”Attacchi illegali in Costa d`Avorio”

Gli attacchi dell’Onu e delle forze francesi ad Abidjan sono “illegali”  nonché un “tentativo di assassinio”. Lo ha affermato Alain Toussaint, il consigliere del presidente Gbagbo in Europa.
Secondo Toussaint è stata proprio la coalizione internazionale, guidata da Francia e Usa, “a gettare il Paese nel caos”. Il consigliere ha quindi accusato “l’antica potenza coloniale francese di aver equipaggiato, formato e armato la ribellione di Alassane Ouattara”.
Un’accusa che è stata smentita dal Palazzo di Vetro che assicura che anche “se gli uomini di Gbagbo parlano di illegalità” dei raid, l’intervento è invece in linea con “il sesto paragrafo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, approvata il 30 marzo scorso”. Ma tale risoluzione numero 1975 “esortava le parti a cooperare con l’alto rappresentante dell’Ua” per trovare una “soluzione pacifica”.
È un passo fondamentale perché nessun Paese dell’Unione Africana e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mai autorizzato un intervento militare in Costa d’Avorio. Pertanto l’Unione africana e la Russia hanno sollevato dubbi sulla legalità dei bombardamenti aerei della Francia e dell’Onu su Abidjan.
“Ci sono significative perdite in vite umane in Costa d’Avorio. Certamente l’Unione africana ha fatto pressioni per il riconoscimento di Ouattara ma ciò non significa dover fare la guerra e autorizzare l’intervento di un esercito straniero” ha detto da Ginevra dove si trova in visita il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang, attualmente presidente di turno dell’Ua.
Anche il Sudafrica, pur avendo votato la risoluzione sulla Costa d’Avorio, prende le distanze dall’intervento militare: “Non mi ricordo di aver dato un qualsiasi mandato per un bombardamento aereo sulla Costa d’Avorio” ha detto da Pretoria il ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, rimarcando che il Sudafrica “non sostiene ciò che non ha votato”.

Epurazioni e carneficine in Costa d’Avorio

Eccidi ed epurazioni in Costa d’Avorio. Lo hanno denunciato la Croce Rossa Internazionale e la Caritas che hanno accusato le Forze repubblicane di Alassane Ouattara di aver ucciso nei giorni dell’offensiva militare più di 800 civili, perlopiù bambini, donne e vecchi, nella città di Duékoué, nell’ovest del Paese.
“I combattimenti avvenuti fra domenica 27 e martedì 29 marzo nel corso di un’offensiva compiuta dalla Forze repubblicane nella città di Duekoué – si legge nel comunicato della Caritas – sarebbero all’origine del migliaio di morti e dispersi”.
Ma non è solo l’Ovest del Paese ad essere teatro di massacri. La fonte di Rinascita, che vive ad Abidjan, racconta che anche ad est sono cominciate le epurazioni: il villaggio di Blé Goudé, il carismatico ministro della gioventù, che si trova vicino a Guiberoua, sarebbe stato completamente distrutto. Si parla anche qui di centinaia di morti: “le donne prima di essere uccise sono state violentate, quelle incinte sventrate e poi sgozzate”.
A San Pedro, i detenuti liberati nei giorni scorsi dai ribelli di Ouattara sono entrati in una chiesa e hanno sparato facendo decine di morti.
A fronte delle denunce della Croce Rossa internazionale e della Caritas, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha chiesto al presidente Ouattara di far luce su quanto accaduto durante l’avanzata e di prendere misure severe contro quanti hanno preso al massacro.
È la prima volta dall’inizio della guerra che le Nazioni Unite fanno un’accusa del genere nei confronti del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Un atteggiamento che ha infastidito non poco il governo di Ouattara che, forte del sostegno degli Stati Uniti e della Francia, si sente intoccabile.
Ally Coulibaly, ambasciatore della Costa d’Avorio in Francia, è infatti passato al contrattacco, accusando l’Onuci di non aver fatto niente per fermare i massacri nell’ovest della Costa d’Avorio.
“L’Onuci dice che ci sono state stragi, ma dov’era l’Onuci? L’Onuci  non era sul posto quando le forze repubblicane sono arrivate, l’Onuci era assente. Pertanto, non può accusare (…), cercando  di offuscare l’immagine del presidente Alassane Ouattara” ha denunciato Coulibaly, alla radio France-Info. L’ambasciatore ha poi confermato che “ci sono stati massacri”, ma ha messo in dubbio la versione della Caritas, bollando l’organizzazione come “troppo vicina alla chiesa” che “non ha mai desiderato la vittoria di Ouattara”. Ma ieri la televisione canadese ha messo in onda un servizio sulla Costa d’Avorio nel quale si dimostra che il massacro di Duékoué è stato compiuto dalle Forze repubblicane.

Prove che hanno “costretto” l’Unione Europea, sempre più in balia del presidente francese Nicolas Sarkozy, a scendere in campo per esortare le forze dei due rivali politici, Ouattara e Gbagbo, a proteggere i civili e a salvare il Paese da “un nuovo conflitto civile”. Lo ha affermato il commissario europeo per gli aiuti umanitari Kristalina Georgieva che appare poco informata sulla situazione ivoriana: la guerra c’è già in Costa d’Avorio. E pure da mesi.
Lo sa bene invece la Francia che ha ieri ha inviato altri 150 soldati ad Abidjan, duemila militari della Legione Straniera, e più di 100 carri armati.
Parigi è in guerra e teme per i francesi che vivono in Costa d’Avorio. Ma la classe non è acqua e il governo di Gbagbo ha assicurato che nonostante le manovre che continuano a “seminare morte” nel Paese “non sarà fatto alcun male ai cittadini francesi”.
Questi ultimi non hanno infatti colpa della politica belligerante del presidente Sarkozy che ha piazzato cecchini sui tetti delle case di Abidjan per impedire a migliaia di persone, disarmate, di raggiungere il palazzo presidenziale di Gbagbo. È successo domenica: un cordone di ivoriani si è stanziato intorno al perimetro della presidenza, unendosi ai giovani patrioti, che hanno ripreso il controllo della Radio e Televisione di Stato (Rti).  Secondo quanto riferito dalla fonte di Rinascita, intere famiglie, giovani e vecchi, donne e uomini, si sono stesi per terra impedendo ai carri armati francesi di arrivare al palazzo presidenziale gridando “meglio morire con onore che vivere da schiavo” oppure “Sarkozy vuole la Costa d’Avorio? Ci dovrà uccidere tutti”.  Non hanno paura di morire perché è più grande il timore di essere “ricolonizzati” dalla Francia.

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7491

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7529

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7530


La Libia sconosciuta

Posted: April 2nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra, Libia, Testimonianze | No Comments »

La Libia che nessuno racconta

di Guido Nardo, ingegnere Gruppo Eni

su Conflittiestrategie – Tratto da Italia Oggi,  31 marzo 2011

Era un paese in sviluppo, oggi c’è chi fomenta le rivolte.

Il racconto di un italiano che ha vissuto nella terra di Gheddafi dove si viveva sempre meglio.

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti.

Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (Eni, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare.

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada cira 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata «grande fiume»; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche «democratica», era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc_ e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi paesi non si interviene_

Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Fonte: Italia Oggi, 31 marzo 2011

http://www.italiaoggi.net/news/dettaglio_news.asp?id=201103311126046539&chkAgenzie=ITALIAOGGI

Da : http://proclamaitalia.wordpress.com/2011/04/02/la-libia-sconosciuta/


Io sono Eric Priebke

Posted: February 1st, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Complotti, Guerra, Storia, Testimonianze | No Comments »

Io sono Eric Priebke (SS-Hauptsturmführer)


«Al di là del significato dei singoli eventi della vita, un uomo che si avvia alla fine del suo percorso deve tirare le somme. Forse la cosa più difficile è proprio accettare con serenità il proprio destino. Io credo, dopo tanti travagli, di aver capito il significato del mio:

- lottare fino alla fine per tenere alto il mio onore di uomo,

- l’orgoglio di appartenere al mio popolo,

- il popolo tedesco che con i suoi pregi e i suoi difetti non posso e non voglio cessare di amare.»

«A mie spese ho dovuto imparare che dietro la maschera della legalità democratica spesso si celano gli interessi e gli intrighi di lobby potenti, che calpestano il diritto e manipolano l’informazione pur di raggiungere i loro torbidi scopi.»

«Su tutte le sentenze che mi riguardano non si è mai processato l’uomo Priebke, innocente o colpevole che fosse, ma l’ideologia che si voleva a tutti i costi che egli incarnasse. Si è giudicato non secondo i canoni del diritto ma all‘unico scopo di inscenare un processo mediatico che avrebbe imposto all’attenzione dell’opinione pubblica il solito pacchetto emozionale, confezionato per suggestionare le masse con la figura di un mostro a uso e consumo dei giochi di potere dei potenti.»
Se le manette, la deportazione di un vecchio, il carcere, la lontananza dalla mia sposa malata, sono oggi la croce della mia vita, l‘incredibile lato positivo di questa esperienza è stato trovare tanti amici sinceri; è stato scoprire un tesoro.

Fratelli che da tutte le parti del mondo si sono prodigati nell’aiutarmi. Il mio impegno di novantenne che anche dietro le sbarre non si è mai arreso, è quello di un uomo che anche se terribilmente stanco, cerca di stare in piedi per lasciare in eredità ad altri il significato vero della sua vita.

Il caso Priebke doveva essere l’ennesima occasione per riaffermare e giustificare i principi su cui si fondano le suggestioni politiche e sociali del mondo attuale. Un mondo programmato nella conferenza di Yalta, autolegittimato con i processi farsa di Tokio, Norimberga e gli altri, inscenati via via contro chi non voleva allinearsi alle logiche del nuovo corso.

Doveva essere l’ultima occasione per usare il soldato tedesco come simbolo del male, contrapposto a tutto ciò che in termini sempre più categorici viene imposto ai popoli della terra come il bene: il nuovo ordine mondiale, quello globalizzato da un ristretto gruppo di plutocrati cosmopoliti e dai politicanti al loro servizio.
Probabilmente le generazioni attuali, quelle che non hanno fatto la guerra non possono capire.

Noi abbiamo dovuto sparare alle Ardeatine; non lo abbiamo fatto per un sentimento di odio.

L’abbiamo dovuto fare in seguito ad un ordine irrifiutabile venuto direttamente da Hitler.

Ciò che posso dire è che la rappresaglia era ed è ancora oggi una pratica legale in guerra. Non ubbidire sarebbe stato impossibile, come è dimostrato dalle vicende terribili di Hiroshima, di Dresda e di tutti i molteplici massacri e rappresaglie avvenuti nella seconda guerra mondiale, dove al contrario di quanto successe alle Ardeatine, si uccisero molto spesso indiscriminatamente anche donne e bambini.
La mia coscienza di uomo si sente libera.

Per nessuno motivo vorrei essere al posto dei miei persecutori, senza vincoli nello spazio ma prigionieri nell’animo.

Mi hanno tolto la libertà, mai, però, mi toglieranno la dignità.

Le invenzioni di alcuni falsi testimoni sulle mie responsabilità in atti malvagi, torture e cose del genere sono un male veramente gratuito e quindi per me più doloroso. E’ propria questa cosa che più di ogni altra, ancora oggi mi fa soffrire. La ingiustizia della condanna all’ergastolo, rientra tutto sommato nella logica della vendetta, meccanismo questo che anche se aberrante è comprensibile alla mia mente. Le menzogne diffamanti però manipolano l’immagine della persona snaturandola agli occhi dei suoi simili, dei suoi amici e parenti, sono un’onta insopportabile, un male veramente raffinato contro il quale non mi stancherò mai di lottare.

Erich Priebke


Pubblicato da

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_Vari_101031_EPriebke_Io-sono-Eric-Priebke.htm
Fonte originale
http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/07/01/io-sono-eric-priebke-ss-hauptsturmfuhrer.html