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Bossi: “Era tutto preparato, è un Paese di m…

Posted: April 24th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Lega Nord, Politica Italiana, Poteri Occulti | Tags: , , | No Comments »

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Tre procure insieme non si era mai visto, qualcosa non quadra…

Como, 24 apr. (TMNews) – Per Umberto Bossi le inchieste che riguardano la Lega sono “preparate”.

Parlando a un comizio a Como, Bossi in un passaggio ha detto: “Poi, che non sia tutto preparato… Mah. Basta vedere. Tre procure insieme, non si era mai visto. Napoli, Reggio Calabria, Milano si mettono insieme per vedere le cose dentro la Lega. Figurati un po’”.

“Evidentemente – ha aggiunto – qualcosa non quadra… oppure è un Paese di merda. Paese in cui a Reggio Calabria avanzano il tempo di pensare alle beghe della Lega, con tutta la mafia che hanno. Questa roba puzza”.

“Adesso dicono – ha detto poco prima riferendosi, senza nominarlo, all’ex tesoriere Francesco Belsito – che era legato alla ‘ndrangheta, ma allora i servizi segreti che ci stanno a fare? Possibile che nessuno si sia sentito in dovere di dire cambia l’amministratore? Invece tutti zitti zitti. E’ chiaro che uno pensa che l’han tenuto dentro per fare pasticci, non potendo agganciare me”.

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Link originalea TMNews – Agenzia Giornalistica Multicanale

Reloaded by EspeditoGonzales

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Italiani, codardi inutili e schiavi: Mario Monti ha vinto! – Merlino (Movimento della Rete) fuori dai denti – (7 Video)

Posted: March 6th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Appelli, Archivio generale, Complotti, Denunce, Guerra finanaziaria, Massoneria, Merlino, Movimento della Rete, NWO, Poteri Occulti, Resistenza, Ribellioni popolari, Usura & Usurocrazia, Video | Tags: , , , , , | No Comments »

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Merlino: Movimento della Rete

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Disobbedienza Civile! Civil disobedience! Desobediencia Civil!

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Gli italiani sono inutili e schiavi Mario Monti ha vinto!

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Italiani PIZZA MAFIA E MANDOLINO..Antonio Pappalardo che fine ha fatto?

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Governo massone delle Banche-Riunione di gabinetto

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Signoraggio Bancario Un enorme truffa

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MOVIMENTO DELLA RETE manifestazione del 25 marzo 2012

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Giorgio Napolitano, Mario Monti, il Mercato delle Armi, la Germania gode!

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Terra Santa Libera Network
supporta Mauro Merlino ed il Movimento della Rete

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at http://terrasantalibera.wordpress.com/2012/03/06/gli-italiani-sono-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-video/

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at http://espeditogonzales.altervista.org/2012/03/06/italiani-codardi-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-%e2%80%93-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-%e2%80%93-6-video/

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No allo Stato di Palestina. Firmato: oltre 150 parlamentari italiani

Posted: August 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Israel Lobby, Palestina, Sionismo, Terra Santa | No Comments »

I PARLAMENTARI ITALIANI DANNO DIMOSTRAZIONE ANCORA UNA VOLTA DI VILTA’, SERVILISMO E DISUMANITA’.

MENTRE I NOSTRI AEREI BOMBARDANO LA LIBIA ED ISRAELE BOMBARDA GAZA, L’ITALIA E’ IN PRATICA UNA PORTAEREI EURO-YANKEE, ED I NOSTRI PARASSITI DI STATO DECIDONO PURE PER LE ALTRUI SORTI.

CI AUGURIAMO CHE LE LORO ONOREVOLI TERGA VENGANO PRESTO ADOPERATE DAGLI ITALIANI PER QUELCHE SERVONO REALMENTE: LUSTRAR SCARPE

muro di Betlemme


No allo Stato di Palestina. Firmato: i parlamentari italiani

di Emma Mancini – AIC

Lo Stato Palestinese è un pericolo per la pace. Firmato: i parlamentari italiani. Sono oltre 150, tra deputati e senatori, quelli che hanno sottoscritto la petizione lanciata dall’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele contro il riconoscimento dello Stato di Palestina il prossimo settembre alle Nazioni Unite.

Un documento che mette tutti d’accordo: gli oltre 150 firmatari coprono l’intero arco politico, dal Pdl alla Lega, dal Partito Democratico ai Radicali. Nella lettera, promossa dal direttivo dell’associazione (i deputati Enrico Pianetta – Pdl, Fiamma Nirenstein – Pdl, Gianni Verdetti – Api e la senatrice Rossana Boldi – Lega Nord) i politici italiani chiedono a Onu e Paesi europei di non procedere alla dichiarazione unilaterale dell’indipendenza dello Stato Palestinese.

“Noi, parlamentari italiani, riaffermiamo con forza il nostro impegno per una risoluzione pacifica e negoziata del conflitto tra israeliani e palestinesi, fondata sul principio di due Stati per due popoli che convivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Una prematura dichiarazione unilaterale, invece, non solo minerebbe il processo di pace, ma costituirebbe un affronto permanente all’integrità delle Nazioni Unite, dei trattati esistenti e del diritto internazionale. Crediamo che l’unilateralismo violi la legalità internazionale e metta in discussione il principio delle trattative tra i popoli”.

Secondo l’associazione, una dichiarazione unilaterale metterebbe a rischio l’impegno internazionale per la pace e in particolare le risoluzioni 242, 338 e 1850 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e cancellerebbe con un colpo di spugna gli attuali accordi di pace tra Israele e Palestina: “Una dichiarazione unilaterale violerebbe gli accordi già esistenti tra israeliani e palestinesi, tra cui gli Accordi di Oslo II in cui si afferma che: ‘Nessuna parte può prendere iniziative che cambino lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa del risultato dei Negoziati Permanenti’ (articolo 31)”.

Inoltre, secondo i parlamentari italiani, l’indipendenza della Palestina si tradurrebbe in un mutuo riconoscimento della legittimità di un partito come Hamas, considerato organizzazione terroristica: “Se una dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovesse essere approvata, ciò costituirebbe un riconoscimento di Hamas, oggi parte dell’esecutivo palestinese e tuttavia un’organizzazione terroristica fuorilegge nell’ Unione Europea, Stati Uniti e Canada. Tutto ciò mentre Hamas continua a opporsi ai principi base stabiliti dalla comunità internazionale: il riconoscimento del diritto di Israele a esistere, la rinuncia del terrorismo e il rispetto dei precedenti accordi internazionali”.

Per la precisione, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza fu redatta dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e stabiliva, come condizioni per il raggiungimento di una pace giusta e duratura, il ritiro militare israeliano dai Territori Palestinesi Occupati e il reciproco riconoscimento dei due Stati. La 338, dell’ottobre 1973, emessa in risposta alla Guerra del Kippur, chiedeva l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati tra le parti.

Infine, la risoluzione Onu n. 1850 del 16 dicembre 2008 chiedeva alle parti di “astenersi da ogni azione che possa minare la fiducia o pregiudicare i negoziati”. Di lì ad una settimana Israele avrebbe lanciato un attacco militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza, l’Operazione Piombo Fuso: in 22 giorni di bombardamenti ininterrotti e di azioni via terra, cielo e mare, i palestinesi uccisi saranno 1366, tra cui 430 bambini.

Appare poco chiaro come un riconoscimento d’indipendenza possa mettere a repentaglio risoluzioni Onu mai applicate e costantemente violate dallo Stato d’Israele: il ritiro militare dalla Cisgiordania e da Gaza non si è mai verificato, la colonizzazione prosegue selvaggia, la  costruzione del Muro va avanti nonostante le stesse Nazioni Unite e la Corte Suprema israeliana abbiano dichiarato la barriera illegale sia secondo il diritto internazionale che secondo la legge interna di Tel Aviv, Gaza vive bombardamenti quotidiani. (AIC)


I parlamentari che hanno sottoscritto la petizione contro la Palestina

Camera dei Deputati
ADERENTI Irene – Lega Nord; ADORNATO Ferdinando – Udc; ARACU Sabatino –Pdl; BERNARDIO Maurizio – Pdl; BERTOLIN Isabella – Pdl; BIANCOFIORE Michaela – Pdl; BOCCHINO Italo – Fli; BOCCIARDO Mariella – Pdl; BONCIANI Alessio – Pdl; BONIVER Margherita – Pdl; CALDERISI Giuseppe – Pdl; CARFAGNA Mara – Pdl; CASINI Pierferdinando – Udc; CASTIELLO Giuseppina – Pdl; CAZZOLA Giuliano – Pdl; CERONI Remigio – Pdl; CICCIOLI Carlo – Pdl; CROSETTO Guido – Pdl; D’AMICO Claudio – Lega Nord; D’ANNA VINCENZO – Popolo e Territorio; D’ANTONA Olga – Pd; DELFINO Teresio – Udc; DELL’ELCE Giovanni – Pdl; DELLA VEDOVA Benedetto – Fli; DI BIAGIO Aldo – Fli; DI CATERINA Marcello – Pdl; DI CENTA Manuela – Pdl; DI VIRGIGLIO Domenico – Pdl; EPOSITO Stefano – Pd; FARINA Renato – Pdl; FAVA Giovanni – Lega Nord; FORMICHELLA Nicola – Pdl; FUCCI Benedetto – Pdl; GARASSANO Maurizio – Popolo e Territorio; GERMANA’ Antonio Salvatore – Pdl; GIRLANDA Rocco – Pdl; GOISIS Paola – Lega Nord; GOTTARDO Isidoro – Pdl; GRIMOLDI Paolo – Lega Nord; HOLZMANN Giorgio – Pdl; LA LOGGIA Enrico – Pdl; LAFFRANCO Piero – Pdl; LAINATI Giorgio – Pdl; LANDOLFI Mario – Pdl; LEHNER Giancarlo – Popolo e Territorio; LORENZIN Beatrice – Pdl; MAGGIOLI Marco – Lega Nord; MALGIERI Gennario – Pdl; MANCUSO Gianni – Pdl; MANTINI Pierluigi – Udc; MARINI Giulio – Pdl; MERLO Giorgio – Pd; NAPOLI Osvaldo – Pdl; NASTRI Gaetano – Pdl; NICOLUCCI Massimo –Pdl; NIRENSTIN Fiamma – Pdl; NUCARA Francesco – Pri; ORSINI Andrea – Popolo e Territorio; PAGANO Alessandro – Pdl; PANIZ Maurizio – Pdl; PETRENGA Giovanna – Pdl; PIANETTA Enrico – Pdl; PICCHI Guglielmo – Pdl; PIZZOLANTE Sergio – Pdl; POLLEDRI Massimo – Lega Nord; RAISI Enzo – Fli; RIVOLTA Erica – Lega Nord; ROCCELLA Eugenia – Pdl; SAVINO Elvira – Pdl; CAPAGNINI Umberto – Pdl; SISTO Francesco Paolo – Pdl; SPECIALE Roberto – Pdl; TERRANOVA Giacomo – Pdl; TORAZZI Alberto – Lega Nord; TORRISI Salvatore – Pdl; VENTUCCI Cosimo – Pdl; VERNETTI Gianni – Api; ZACCHERA Marco – Pdl

Senato della Repubblica
ALLEGRINI Laura – Pdl; AMATO Paolo – Pdl; BALBONI – Alberto – Pdl; BALDASSARRI Mario – Fli; BALDINI Massimo – Pdl; BARBIERI Emerenzio – Pdl; BIANCONI Laura – Pdl; BODEGA Lorenzo – Lega Nord; BOLDI Rossana – Lega Nord; CAGNIN Luciano – Lega Nord; CALABRO’ Raffaele – Pdl; CARRARA Valrio – Io Sud; CARUSO Antonio – Pdl; CASELLI Esteban Juan – Pdl; CASOLI Francesco – Pdl; CASTELLI Roberto – Lega Nord; COMPAGNA Luigi – Pdl; COSTA Rosario Giorgio – Pdl; CURSI Cesare – Pdl; D’ALI’ Giampiero – Udc; DE FEO Diana – Pdl; DELOGU Mariano – Pdl; DIGILIO Egidio – III polo; DIVINA Sergio – Lega Nord; ESPSOSITO Giuseppe – Pdl; FLERES Salvo – Coesione Nazionale Forza del Sud; FLUTTERO Andrea – Pdl; FOSSON Antonio – Udc; GALLONE Maria Alessandra – Pdl; GARAVAGLIA Massimo – Lega Nord; GASPARRI Maurizio – Pdl; GERMONTANI Mario Ida – III polo; LATRONICO Cosimo – Pdl; LEONI Giuseppe – Lega Nord; MALAN Lucio – Pdl; MARITATI Alberto – Pd; MASSIDDA Piergiorgio – Pdl; MONTI Cesarino – Lega Nord; MORRA Carmelo – Pdl; MURA Roberto – Lega Nord; NESSA Pasquale – Pdl; OLIVA Vincenzo – gruppo misto; PALMIZIO Elio Massimo – Pdl; PARAVIA Antonio – Pdl; PICCHETTO FRATIN Gilberto – Pdl; PICCIONI Lorenzo – Pdl; PINZGER Manfred – Udc; PISCITELLI Salvatore – Io Sud; PISTORIO Giovanni – gruppo misto; PITTONI Mario – Lega Nord; POSSA Guido – Pdl; QUAGLIARIELLO Gaetano – Pdl; RAMPONI Luigi – Pdl; RIZZI Fabio – Pdl; RIZZOTTI Maria – Pdl; SACCOMANNO Michele – Pdl; SALTAMARTINI Filippo – Pdl; SANTINI Giacomo – Pdl; SCARABOSIO Aldo – Pdl; SCARPA BONAZZA Aldo – Pdl; SERAFINI Gianmarco – Pdl; SPEZIALI Vincenzo – Pdl; STIFFONI Piergiorgio – Lega Nord; THALER AUSSERHOFER Helga – Udc; TOMASSINI Antonio – Pdl; VACCARI Gianvittore – III polo; VALDITARA Giuseppe – Pdl; ZANETTA Valter – Pdl; ZANOLETTI Tomaso – Pdl

Fonte originale: The Alternative Information Center

Fonte lista parlamentari: Campoantimperialista


Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Posted: June 25th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Complotti inglesi, Garibaldi massone, Garibaldi mercenario, Guerre & Strategie, Massoneria, Risorgimento, Storia | No Comments »

Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Per mettere un pietra tombale sul ‘mito’ Garibaldi

giugno 25, 2011 – sitoaurora


I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, eper il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e apologeti, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.
Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General Intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.
La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà’? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei cantori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi.
La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation),venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito‘ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentandola guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite.” Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo (1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse.” Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato,
che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Tra l’altro, l”anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’‘emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)
Coloro che richiesero l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente furono due siciliani, Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi‘. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, la Argus e l‘Intrepid, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi. In realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati, per lo più mercenari anglo-franco-piemontesi, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti ‘in congedo’ o ‘disertori’ riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi, che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn. Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e l’8.vo battaglione cacciatori napoletani, del 15 maggio, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di feriti, i garibaldini vennero letteralmente sbaragliati, subendo circa 30 morti e 100 feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero sì abbandonare il campo, ma perché il comandante di Palermo, generale Landi, aveva loro negato l’invio di rifornimenti e di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo. L’armata di Landi, di circa 16000 uomini, era accampato nei pressi di Calatafimi, ma il generale napoletano preferì ritirarsi e rinchiudersi a Palermo.
A Palermo, il 28 maggio 1860, dopo due gironi di scontri presso Porta Termini, nell’allora periferia della capitale siciliana, contro un centinaio di soldati napoletani, i garibaldini entrarono in città. Il comandante della guarnigione borbonica, Generale Lanza, sebbene avesse il comando di ben 24000 uomini e fosse sostenuto dall’artiglieria della pirofregata Ercole, li fece invece asserragliare nel palazzo del governatore, e quando parte delle truppe napoletane respinsero i garibaldini, arrivando a cento metri dal posto di comando di Garibaldi, ricevettero l’ordine di ritirata dal Lanza stesso, che l’8 giugno decise di consegnare la città agli anglo-garibaldini. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo. Il 31 maggio, a Catania, sebbene i garibaldini occupassero la città, nell’arco di ventiquattrore vennero sloggiati dalle truppe napoletane comandate da Ruiz-Ballestreros. Ma anche costui ricevette l’ordine di ritirata dal comandante della piazza di Messina, generale Clary, che a sua volta, col pieno appoggio del corrotto e fellone ministro della guerra di Napoli, Pianell, abbandonò Messina il 24 luglio. Rimase a resistere la cittadella, che cadde quando cedette anche Gaeta.
L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva,  incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui, il 20 luglio, la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 120 morti tra i napoletani guidati dal Colonnello Beneventano del Bosco, le ‘camicie rosse’ al comando del primo luogotenente di Garibaldi, Medici, subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario, e dopo che la pirocorvetta ex-napoletana Veloce, ribattezzata Tukory, al comando del disertore Amilcare Anguissola, bombardasse parte delle truppe napoletane schierate sulla spiaggia. Inoltre, le navi napoletane, lasciarono che il corpo anglo-piemontese sbarcasse alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana (pirofregata Ettore Fieramosca, pirocorvette L’Aquila e Fulminante) evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio, a bordo dei piroscafi Torino e Franklin (battente bandiera statunitense), di sbarcare il 18 agosto, a Mileto Porto Salvo, in Calabria. La guarnigione di Reggio si arrese senza sparare un colpo, mentre il generale napoletano Briganti venne fucilato a Mileto dalla sua truppa, per fellonìa. Dal reggino in poi, fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 300000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subita qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo forse legato al battaglione Vega della X.ma MAS, e che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia’ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro come afferma Lucy Riall, Garibaldi era una aderente alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo londinese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’ Garzanti, a pag. 38 si può leggere:
Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì a introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR) , il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri paesi, condusse a un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra il 1861 e il 1866, praticamente tutti i paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di SaintSimon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie, con il preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sia sul piano geo-economico che geo-strategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella rete di Cobden. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc., è solo fuffa patriottarda italidiota.

Alessandro Lattanzio, 24/6/2011

http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/25/giuseppe-garibaldi-mercenario-dei-due-mondi-2/

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex comandante della marina napoletana, che aveva tradito consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai soliti inglesi.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!


Siria. Si infittisce il giallo della blogger lesbica Amina Arraf

Posted: June 8th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Siria | No Comments »

Siria. Si infittisce il giallo della blogger lesbica Amina Arraf

8 Giugno 2011 – di Federico Cenci – AgenziaStampaItalia

La foto di Jelena Lecic, rubata dalla sua utenza facebook, è stata spacciata dai media internazionali per quella di Amina Arraf, personaggio probabilmente di fantasia dei servizi occidentali (ndr).
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(ASI) Negli ultimi due giorni i media internazionali riprendevano una notizia iniziata a circolare con insistenza ma della quale si ignora la fonte: un commando armato e composto da tre uomini a volto coperto avrebbe rapito nella notte tra lunedì e martedì scorsi, in pieno centro di Damasco, una tale Amina Arraf, blogger siriana dichiaratamente omosessuale che – si è detto e scritto – sarebbe sgradita al Presidente Bashar Al-Assad.
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Prima di esser costretta dal commando a salire a bordo di un’auto dell’azienda romena Dacia - su un cui finestrino campeggiava un adesivo con il ritratto del Presidente (mossa non propriamente strategica da parte di uomini che, si presume stando ai passamontagna, volevano nascondere la propria identità) - Amina Arraf sarebbe riuscita a gridare all’indirizzo del padre (anche se altri media sostengono di un amico), il quale avrebbe poi dato l’allarme.
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La vicenda inizia in queste ore, tuttavia, ad assumere sempre più i contorni di un giallo, alimentando dubbi sulla veridicità del rapimento e persino dell’esistenza di questa giovane dissidente anti-Assad. Andy Carvin, giornalista della National Public Radio statunitense ed esperto di Internet, sospetta che nessuno di quelli che hanno scritto del caso abbia mai conosciuto la blogger o l’abbia intervistata.
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Egli ha chiesto a tutti i suoi contatti su Twitter (quasi 50 mila, tra i quali molti professionisti dell’informazione) se qualcuno l’avesse mai conosciuta di persona, ottenendone solo risposte negative. Inoltre, l’unica persona – sedicente amica di Amina Arraf - intervistata da alcuni organi di informazione (Times, BBC e Al Jazeera), di nome Sandra Bagaria, ha voluto precisare di aver avuto con la donna esclusivamente contatti tramite posta elettronica (l’importante dettaglio non era emerso in precedenza).
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Ad infittire il caso, le dichiarazioni alla stampa di un pubblicitario inglese, Julius Just, per informare che la ragazza ritratta nelle foto uscite sui giornali non è Amina Arraf, bensì la sua ex moglie: Jelena Lecic. La stessa donna ha contattato il suo ex marito quando ha sfogliato i giornali, pregandolo di intervenire per sciogliere l’equivoco. “Voglio solo specificare che quella donna ritratta nelle foto sono io”, le dichiarazioni di Jelena Lecic, che ha inoltre sottolineato che quelle immagini erano contenute nella sua utenza Facebook.
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Inspiegabilmente, quelle stesse foto sono poi apparse sulla pagina Facebook di Amina, qualche ora dopo il presunto rapimento di cui sarebbe stata vittima.
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E’ proprio da qui, infatti, che il Guardian (primo mezzo stampa a farle circolare) pare abbia preso le discusse foto.
Un altro caso di macchinazione mediatica occidentale applicata nei turbolenti territori del Medio Oriente?
Cui prodest?
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Le Guerre Saud-Israeliane

Posted: May 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerre & Strategie, Israel Lobby | No Comments »

Le guerre segrete dell’alleanza saudita-israeliana

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 28 maggio 2011

Un vecchio proverbio cinese dice: la crisi può essere un’opportunità per qualcuno.

Tel Aviv, Washington e la NATO stanno approfittando degli sconvolgimenti nel mondo arabo. Non solo lottano contro le legittime aspirazioni del popolo arabo, ma stanno manipolando la geopolitica del mondo arabo nella loro strategia per il controllo dell’Eurasia.

Conflitti settari in Egitto: un mezzo per indebolire lo stato egiziano
L’Egitto è governato da una giunta contro-rivoluzionaria. Nonostante la crescente ostilità del popolo egiziano, il vecchio regime è ancora in vigore. Eppure, le sue fondamenta stanno diventando sempre più instabili, mentre il popolo egiziano diventa sempre più radicale nelle sue richieste.
Come nell’era Mubarak, il regime militare di Cairo permette il diffondersi del settarismo in Egitto, nel tentativo di creare divisioni nella società egiziana. Nei primi mesi del 2011, quando gli egiziani hanno preso d’assalto gli edifici governativi, si scoprirono i documenti segreti che dimostrano come il regime fosse dietro gli attacchi contro la comunità cristiana in Egitto.
Recentemente, i cosiddetti  estremisti salafita hanno attaccato le minoranze egiziane, tra cui i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Attivisti e leader della comunità copta e sciita egiziani puntano il dito contro la giunta militare di Cairo, Israele e Arabia Saudita.
La giunta militare egiziana, Tel Aviv e Al-Saud fanno tutti parte di una minacciosa alleanza. Questo raggruppamento è la spina dorsale della struttura imperiale degli Stati Uniti nel mondo arabo. Sono al servizio di Washington. Prevarranno fin quando gli Stati Uniti domineranno nel sud-ovest dell’Asia e in Nord Africa.
Gli al-Saud cooperano con Washington in Egitto, per instaurare un governo apparentemente islamico. Ciò avviene tramite i partiti politici che gli al-Saud hanno finanziato e contribuito ad organizzare. I cosiddetti nuovi movimenti salafiti ne sono gli esempi principali. Sembra, inoltre, che i Fratelli Musulmani o almeno branche di essi, siano stati cooptati.

L’alleanza saudita-israeliana e la politica della divisione
I legami degli al-Saud con Tel Aviv sono diventati, negli ultimi anni, sempre più visibili e pervasivi. Questa alleanza segreta israelo-saudita esiste nel contesto della più ampia alleanza Khaliji-Israele. L’alleanza con Israele è stata instaurata attraverso la cooperazione strategica tra le famiglie regnanti dell’Arabia Saudita e degli sceiccati arabi del Golfo Persico.
Insieme, Israele e le famiglie dominanti Khaliji, formano la prima linea di Washington e della Nato contro l’Iran e i suoi alleati regionali. L’alleanza agisce anche per la destabilizzazione della regione per conto di Washington. Le radici del caos nell’Asia del sud-ovest e in Nord Africa è sempre questa alleanza Israele-Khaliji.
In linea con gli USA e l’UE, l’alleanza formata da Israele e dai governanti Khaliji ha operato per creare divisioni etniche tra arabi e iraniani, divisioni religiose tra musulmani e cristiani e divisioni confessionali tra sunniti e sciiti. E’ la “politica della divisione” o “fitna“, che è anche servita a mantenere al potere le famiglie dominanti Khaliji, e Israele al suo posto. Israele e la famiglie dominanti Khaliji non potrebbero sopravvivere senza la fitna regionale. Gli al-Saud e Tel Aviv sono gli autori della divisione tra Fatah ed Hamas e dell’allontanamento di Gaza dalla Cisgiordania. Hanno cooperato nella guerra del 2006 contro il Libano, al fine di schiacciare Hezbollah e i suoi alleati politici. Arabia Saudita e Israele hanno, inoltre, collaborato nel diffondere il settarismo e la violenza settaria in Libano, Iraq, Golfo Persico, Iran e ora l’Egitto.
Israele e le monarchie Khaliji aiutano Washington nel perseguire il suo obiettivo di neutralizzare, in ultima analisi, l’Iran e i suoi alleati, così come qualsiasi forma di resistenza contro gli Stati Uniti, in Asia sud-occidentale e in Nord Africa. Ecco perché il Pentagono ha pesantemente armando Tel Aviv e gli sceiccati Khaliji. Washington  sta anche creando, in Israele e nei sceiccati arabi, gli scudi anti-missili volti contro l’Iran e la Siria.

Iranofobia
L’alleanza tra gli sceiccati Khaliji e Israele è stato strumentale nella creazione dell’ondata di Iranofobia nel mondo arabo. L’obiettivo finale dell’Iranofobia è trasformare l’Iran, agli occhi dell’opinione pubblica araba, in un nemico del popolo arabo, in modo da distrarre l’attenzione dai veri nemici del mondo arabo, ossia le potenze neo-coloniali che occupano e controllano territori arabi.
L’Iranofobia è un’operazione psicologica, uno strumento della propaganda. L’obiettivo strategico è isolare l’Iran e riconfigurare il panorama geo-politico dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Inoltre, l’Iranofobia è stata utilizzata dalle famiglie regnanti Khaliji, dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita e al Bahrain, come pretesto per la repressione dei loro popoli, che chiedono libertà e diritti democratici negli sceiccati.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano, un insieme di clienti dei Khaliji-USA e alleati di Israele, ha anch’essa usato l’Iranofobia e la “politica della divisione“, per cercare di aggredire Hezbollah e i suoi alleati politici libanesi. L’obiettivo è  indebolire e minare i legami libanese-iraniano e siriano-libanese. L’Alleanza del 14 Marzo, controllata soprattutto dal Movimento Futuro di Hariri, ha importato in Libano i cosiddetti combattenti salafiti di Fatah al-Islam, con l’obiettivo di usarli per attaccare Hezbollah. Il Movimento Futuro ha anche avuto un ruolo nel progetto israelo-saudita-statunitense di destabilizzazione della Siria e del suo allontanamento dal Blocco della Resistenza.

Mahdi Darius Nazemroaya è specializzato in Medio Oriente e Asia Centrale. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG).

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/05/28/le-guerre-segrete-dellalleanza-saudita-israeliana/


Obama, la guerra finanziaria e l’eliminazione di Dominique Strauss-Kahn

Posted: May 28th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra finanaziaria, Poteri Occulti | No Comments »

Obama, la guerra finanziaria

e l’eliminazione di Dominique Strauss-Kahn

di Thierry Meyssan – 26/5/011

DSK, lo zimbello della farsa.

Non si può capire la caduta di Dominique Strauss-Kahn senza inserirlo nel contesto del progetto che incarnava la creazione di una nuova valuta di riserva internazionale, in programma per oggi 26 maggio 2011. Paradossalmente, un progetto atteso dagli stati emergenti, come pure dalla finanza apolide, ma rifiutata dai complesso militar-industriale israelo-statunitense. Thierry Meyssan alza il velo sul colpo di mano di Obama, per non dovere mantenere gli impegni assunti.

I francesi hanno assistito con stupore all’arresto negli Stati Uniti del loro leader politico più popolare, Dominique Strauss-Kahn. L’ex ministro dell’Economia, l’uomo che era diventato l’alto funzionario più pagato del mondo (stipendio base annuo, bonus esclusi e spese: 461510 USD) e che era sul punto, si diceva, di avvicinarsi alla presidenza della Repubblica. Questa personalità calorosa, nota per il suo appetito a tavola e a letto, a volte accusato di fare politica con dilettantismo mentre amava prendere del tempo per godersi la vita, è accusato di aver violentato selvaggiamente una cameriera in un albergo di Manhattan.

Per sei giorni, il francesi sono rimasti attaccati ai loro teleschermi a guardare inebetiti l’accanimento giudiziaria nei confronti un uomo che erano abituati a considerare come il rimedio possibile, dopo il disastroso quinquennio di Nicolas Sarkozy. La sua caduta è stata anche la fine delle loro illusioni.

Lo spettacolo di questo destino spezzato assomiglia a una tragedia greca. Il detto romano “Arx tarpeia Capitoli proxima” torna sulle labbra: la Rupe Tarpea, dove i condannati a morte venivano lanciati nel vuoto, era così vicina al Campidoglio, luogo simbolo del potere e degli onori.

Indipendentemente da ogni considerazione sulla sua innocenza o colpevolezza, il maltrattamento di una simile elevata personalità non può che causare ansia tra i semplici cittadini: se questi non riescono a difendersi, come possiamo sperare di farlo se fossimo accusati noi come lui?

Ascesa e caduta

Ma i francesi sono un popolo politicizzato, nutrito dalle lezioni di Machiavelli, senza averlo mai letto, si sono affrettati a mettere in discussione la fondatezza delle accuse contro il loro concittadino, DSK. Il 57% di loro, secondo i sondaggi, non crede a questa sordida storia che i media statunitensi si dilettano a raccontare. Alcuni hanno cominciato a immaginare gli scenari di possibili manipolazioni, mentre altri si chiedevano “Cui bono?” (A chi giova?).

In questo gioco, il primo nome che viene in mente è quello di Nicolas Sarkozy. Come non pensare a quando ci si ricorda che è diventato presidente presentando una denuncia contro il suo principale rivale, Dominique de Villepin, e trascinandolo in un caso rocambolesco di documenti falsi. Allora perché non un nuovo complotto per far fuori un nuovo concorrente?

E non importa che i due uomini avevano bisogno l’uno dell’altro per preparare i prossimi vertici internazionali, né che erano entrambi asserviti al Signore Supremo degli Stati Uniti. Sappiamo che i peggiori crimini richiedono il sangue di amici o meglio, dei parenti.

Inoltre, i francesi ignorano i legami di DSK [1], come hanno ignorato quelli di Nicolas Sarkozy, quando l’hanno eletto [2]. Mai la stampa li aveva informati che negli anni ’90, durante la sua traversata del deserto politico, è stato assunto come professore alla Stanford University da una certa Condoleezza Rice. Non sapevano che lui e i suoi luogotenenti Pierre Moscovici e Jean-Christophe Cambadelis erano responsabili del finanziamento del partito socialista e della Fondation Jean-Jaurès dal National Endowment for Democracy la facciata legale della CIA [3]. Non hanno seguito i suoi numerosi lavori e contratti con i think tank atlantisti, la German Marshall Fund of the United States [4] o il Bilderberg Group [5]. In definitiva, non sanno nulla del suo impegno per l’integrazione della Francia e dell’Europa in un mercato unico transatlantico, dominato dagli Stati Uniti.

I francesi non conoscevano i suoi stretti legami con Israele. Guidava, in seno al Partito Socialista il Circolo Blum, dal nome di un ex primo ministro ebraico. Questa discreta e potente lobby sorveglia, lontano dalla scena politica, tutti coloro che vorrebbero contestare il progetto sionista. Così fa cadere delle teste, come il politologo Pascal Boniface, che ha evidenziato carattere elettoralmente controproducente del supporto a Tel Aviv, in un paese dove il 10% della popolazione è di cultura araba. DSK ne se cache pourtant pas. DSK non copre ancora. Afferma senza mezzi termini: “Credo che ogni ebreo della diaspora e della Francia dovrebbe fornire un aiuto a Israele. É perciò importante che gli ebrei si assumano delle responsabilità politiche. Insomma, nelle mie funzioni e nella mia vita quotidiana, attraverso tutte le mie azioni, cerco di apportare la mia modesta pietra all’edificio di Israele“. Strano per qualcuno che è in corsa per la presidenza francese. Poco importa, è così gioviale.

Tuttavia, nulla è stato risparmiato a Dominique Strauss-Khan e a coloro che lo amano: mentre lui è stato posto in custodia cautelare, poi in detenzione, senza aver mai la possibilità di parlare, il Procuratore di New York ha fatto distribuire ai media un atto d’accusa dettagliato.

Vi si legge la descrizione freddamente clinica dei reati imputati: “L’imputato ha tentato di avere, con la forza, sesso orale e anale con una terza persona; l’imputato ha cercato, con la forza, di avere rapporti vaginali con una terza persona, l’imputato ha forzato una terza persona a un contatto sessuale; l’imputato rapito una terza persona; l’imputato ha costretto una terza persona al contatto sessuale senza consenso; l’imputato ha intenzionalmente e senza giustificati motivi, toccato i genitali ed altre parti intime di una terza persona, al fine di umiliare la persona e abusare di lei, e al fine di soddisfare i desideri sessuali dell’accusato.
Questi crimini sono stati commessi nelle seguenti circostanze: Il sottoscritto dichiara di essere stato informato da qualcuno conosciuto dall’ufficio del procuratore che l’ha accusato di 1) aver chiuso la porta della stanza e impedito la denunciante di lasciare questa sala, 2) di essersi seduto sul petto della denunciante, senza il suo consenso, 3) ha cercato di rimuovere con la forza i collant di questa persona e di toccarle i genitali con la forza, 4) costretto la bocca della denunciante a toccare il suo pene per due volte, 5) aver commesso questi atti usando la forza fisica.

Tutto questo sventolato per giori sul telegiornale delle 20h, con grande dettaglio, sotto gli occhi spalancati di genitori che rientrano dal lavoro, e di fronte a bambini terrorizzati che abbassano il loro naso sul loro piatto di minestra.

Lo shock culturale

Nessuno sa chi è il più traumatizzato: l’economista brillante che avrebbe salvato l’umanità dalla crisi finanziaria, viene improvvisamente ridotto al rango di criminale infame, o le persone che aspiravano al riposo e stavano pensando a scegliere un leader, e si vedono costrette ad osservare ancora una volta la violenza degli Stati Uniti.

A questo proposito, i francesi sono in cerca della scuse al sistema giuridico anglo-sassone che scoprono. Certo, avevano già visto queste parodie di giustizia nella serie televisiva, ma non hanno mai pensato che ciò fosse vero. E il sistema extragiudiziale, Guantanamo e le prigioni segrete, di cui non hanno mai voluto saperne. Alcuni commentatori hanno tentato di spiegare la durezza della polizia e del primo giudice come il desiderio di trattare allo stesso modo i potenti e i deboli. Eppure, tutti hanno letto le opere di famosi sociologi che dimostrano che in questo sistema iniquo il denaro regna, e la giustizia è di classe.

I francesi, inoltre, hanno accettato acriticamente le critiche anglo-sassone. Tutto questo è colpa della stampa francese, si poteva leggere, che non ha mai indagato sulla vita sessuale sfrenata di Strauss-Kahn, in nome del rispetto della sua privacy. Tuttavia, continuano i puritani, colui che seduce apertamente le donne, e anche la stampa, a volte sbandano, è un potenziale stupratore. “Chi ruba un uovo, ruba un bue!“. Sulla copertina, Time Magazine presenta DSK e altri come lui, come un maiale. Nessuno ha rilevato che l’imputato era il direttore del FMI a Washington, da 3 anni senza che la stampa anglosassone, che impartisce lezioni, abbia indagato sui suoi presunti vizi occulti.

L’accusa aveva aperto il sospetto, tutti si ricordano, ma un pò più tardi, che nel 2002 DSK aveva cercato di abusare una bella giornalista, Tristane Banon. Quando lei aveva chiesto una intervista, era stata invitata in un appartamento privato, situato nel quartiere storico del Marais, a Parigi. Aveva accolto la giovane donna in un grande loft, privo di mobili ad eccezione di un letto. E siccome questa bellezza non cedeva al libertino, l’aveva picchiata.

Forse a New York, questa violenza aveva travolto l’uomo galante, e l’aveva trasformato in un criminale?

Nulla permette di immaginarlo, tanto più che DSK non è un celibe frustrato. E’ sposato con una star televisiva, Anne Sinclair, che era la giornalista favorita dai francesi, prima di abbandonare il suo lavoro per accompagnarlo nella sua carriera. I francesi l’hanno ritrovata al tribunale, quando Dominique Strauss-Kahn è apparso, ancora più bella e volitiva, nonostante gli anni in più. Nipote di un grande mercante d’arte, ha una fortuna familiare notevole. Senza esitare, è venuta da Parigi per pagare un milione di dollari di cauzione e offrire cinque milioni di dollari in garanzie bancarie aggiuntive. In quesl momento, questa donna di denari era pronta a cedere tutto per salvare il marito dalle grinfie laceranti della giustizia degli Stati Uniti. Era tanto più ammirevole. É lei che non si alterava per le sue buffonate, e che amava accompagnarlo alla Chandelle, un club per scambisti parigini.

In ogni nazione degna di questo nome, non si sarebbe sopportato vedere una celebrità che puntava ad essere eletta presidente e incarnare il paese, apparire ammanettato tra i poliziotti dell’FBI e gettato nella parte posteriore di un’auto, come un delinquente, esposto in tribunale senza essersi potuto fare la barba. Probabilmente si sarebbe assediata l’Ambasciata USA, cantando inni patriottici. Non in Francia. Qui si ammirano troppo gli “americani“. Li si contempla come il il coniglio è ipnotizzato dal cobra. Ed è difficile ammettere che non si è al centro del mondo, chese c’è complotto, non è nato sulle rive della Senna, ma sulle rive del Potomac.

Il sequestro

DSK è colpevole di stupro o è vittima di un complotto? Basta pensarci per risolvere la questione.

L’imputato avrebbe passato la notte con una ragazza squillo. Avrebbe violentato la cameriera al brunch della mattina, e poi presumibilmente è andato tranquillamente a fare colazione con sua figlia, una studentessa della Columbia University. Infine, avrebbe preso il suo aereo prenotato da alcuni giorni per incontrarsi con la Cancelliera Angela Merkel a Berlino. Era comodamente seduto in uno aereo della Air France, quando è stato arrestato, dieci minuti prima del decollo.

Secondo l’equipaggio, gli agenti del Nucleo vittime speciali (della serie Law and Order SVU [6]) non hanno chiesto ai loro omologhi dell’aeroporto di procedere all’indagine, ma hanno insistito nel farlo loro stessi, nonostante il rischio di arrivare troppo tardi. Per evitare che DSK non fosse preavvertito, hanno chiesto che si disturbassero i telefoni in quella zona dell’aeroporto, il tempo necessario al loro arrivo [7]. Tuttavia, tale interferenza non era responsabilità di una squadra normale. Questa è proprio una questione di sicurezza nazionale.

Quando l’indagato è stato preso in custodia, è stato escluso da qualsiasi contatto esterno se non con i suoi avvocati, come prevede la legge negli Stati Uniti. Ma quando la giudice Melissa Jackson l’ha preso in custodia, è stato nuovamente isolato dall’esterno. Senza motivo. Il fermo era stato spiegato necessario, perché il convenuto poteva fuggire in Francia, con la quale lo Stato di Washington non ha concluso alcun trattato di estradizione, e che ha protetto un altro imputato accusato di stupro, il regista Roman Polanski. Questa decisione non è stata presa per isolare l’imputato e impedirgli di influenzare i testimoni. Ma il giudice ha deciso di farlo rinchiudere a Rikers Island, una delle più grandi prigioni del mondo, con 14.000 detenuti, e uno delle più sordide. Un inferno sulla Terra. “Per la sua protezione”, lo si è poi premiato con una camera singola e tenuto in isolamento.

Insomma, per 10 giorni, l’amministratore delegato del FMI è stato sequestrato. Per 10 giorni, il funzionamento delle istituzioni internazionali è stato bloccato per la mancanza della sua firma. Per 10 giorni, i problemi dell’euro e del dollaro, il crollo della Grecia, e molte altre questioni, sono rimasti in sospeso a causa del capriccio di polizia, giudici e guardie carcerarie.

Secondo la giurisprudenza degli Stati Uniti DSK, che non ha precedenti penali ed è domiciliato a Washington, non avrebbe dovuto essere tenuto in custodia cautelare, ma avrebbe dovuto essergli concessa la libertà. Probabilmente ha rapidamente analizzato la situazione. Attraverso uno dei suoi avvocati, è riuscito a mandare al FMI una lettera di dimissioni. Il giorno dopo, contro ogni previsione, un nuovo giudice ha aderito alla sua richiesta di libertà vigilata. Non era, infatti, più utile tenerlo in custodia poiché il FMI aveva recuperato la sua capacità di agire.

Christine Lagarde saluta tutti coloro che hanno creduto alle promesse fatte da Washington al signor Zhou.

Christine Lagarde, Ministro francese dell’Economia, che ha fatto carriera negli Stati Uniti difendendo gli interessi del complesso militare-industriale [8], punta a succedere all’accusato nella direzione del FMI, nonostante le grida di sdegno di Russia e Cina.

In realtà, il secondo suo avvocato, Benjamin Brafman, non è venuto a vederlo in prigione e non ha partecipato alla seconda udienza. La star dei tribunali di New York si era recata precipitosamente in Israele. Ufficialmente per celebrare una festa religiosa in famiglia [9]. Ma per chiedere il suo onorario tasse, il signor Brafman non ha dovuto accontentarsi di accendere i fuochi del Lag Ba’omer, ma ha dovuto negoziare con il suo cliente.

Il progetto Zhou

Perché schierare dei mezzi hollywoodiani per bloccare il FMI per 10 giorni? Due risposte sono possibili, e possono essere collegate.

In primo luogo, il 29 marzo 2009, il governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan ha sfidato il predominio del dollaro come valuta di riserva. Deplorando che il progetto dell’economista John Maynard Keynes, di creare una moneta internazionale (il Bancor), non è stato raggiunto alla fine della seconda guerra mondiale, ha proposto di utilizzare i Diritti Speciali di Prelievo del FMI per giocare questo ruolo [10].

Zhou Xiaochuan non ha detto la sua ultima parola.

Cedendo alle pressioni, gli Stati Uniti accettano la triplicazione delle risorse del FMI e il rilascio, da parte del FMI, dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del valore di 250 miliardi dollari, nel corso del vertice del G20 a Londra, del 2 aprile, 2009. Hanno anche accettato il principio di un Consiglio di Stabilità Finanziaria, cui saranno associati i grandi stati emergenti.

Questa idea è stata discussa al vertice del G8 a L’Aquila (Italia), l’8 luglio 2009. Spingendo il pedone più lontano, la Russia propose di non accontentarsi di una moneta virtuale, ma di stamparla. Dmitrij Medevedev, che aveva fatto coniare simbolicamente prototipi di questa moneta, ne mise alcune sul tavolo. Da un lato c’erano i volti degli otto capi di Stato e dall’altra la valuta, recava la scritta in inglese “Unity in Diversity” [11].

Il progetto è presentato agli esperti della Divisione Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite. Il loro rapporto, a cui partecipa il professor Vladimir Popov della New Economic School di Mosca, è studiato il 25 aprile 2010 in una riunione congiunta del FMI e della Banca mondiale [12].

Il processo dovrebbe concludersi oggi, 26 maggio 2011, in occasione del vertice G8 di Deauville (Francia). Il dollaro ha cessato di essere la moneta di riferimento sullo sfondo dell’insolvenza del governo federale degli Stati Uniti. Washington avrebbe rinunciato al finanziamento della sua superpotenza militare con il debito, per perseguire la propria ristrutturazione interna.

Il dinaro libico, la prima (e ultima?) valuta nel mondo garantita dall’oro e dai Diritti Speciali di Prelievo del FMI. Nel 2000, il colonnello Gheddafi aveva sognato di creare una moneta pan-africana basato sull’oro, ma non era giunto a fare avanzare la sua idea. Sempre nel 2009, si era spontaneamente impadronito del progetto Zhou e l’aveva unilateralmente adattato al suo paese.

Il granello di sabbia

Purtroppo, durante gli ultimi mesi di questo processo, le iniziative politiche e militari hanno sconvolto questo piano. Alcuni stati, tra cui Russia e Cina, sono stati truffati. L’arresto di DSK dimostra che Washington ha agito in mala fede e che le sue concessioni miravano a guadagnare tempo.

Anche se i dettagli esatti dell’idea progettata da Dominique Strauss-Kahn di creare questa nuova valuta di riserva sostenuta dai Diritti Speciali di Prelievo del FMI sono segreti, sembra che la Libia stesse giocando un ruolo chiave: a titolo esperimentale, la Banca Centrale della Libia era la primo a decidere di basare la propria valuta, il dinaro, sull’oro e poi sul DSP. La cosa è tanto più importante poiché la Libia ha un fondo sovrano tra i meglio dotati del mondo (è anche un po più ricco di quello della Russia).

Tuttavia, entrando in guerra contro la Libia, Francia e Regno Unito hanno congelato teoricamente i beni non solo della famiglia Gheddafi, ma dello Stato libico. Peggio, Parigi e Londra hanno inviato dei dirigenti della banca HSBC a Bengasi, per creare una Banca Centrale dei ribelli della Libia e tentare di sequestrare dei beni nazionali [13]. Senza che si sappia se Nicolas Sarkozy e David Cameron si siano lasciati rapire dal loro potere o abbiano agito su istruzioni dai loro mandanti a Washington, il fragile edificio progettato da Dominique Strauss-Kahn è crollato.

Secondo i nostri contatti a Tripoli, al momento del suo arresto, DSK stava partendo per Berlino per trovare una soluzione con la Cancelliera Angela Merkel. Doveva poi partire con un emissario della Merkel per negoziare con i rappresentanti del colonnello Gheddafi, e forse con lui direttamente. La firma del leader libico era necessario per sbloccare la situazione.

Vi è ora una guerra finanziaria di proporzioni senza precedenti: mentre la situazione economica degli Stati Uniti vacilla e il dollaro potrebbe facilmente diventare carta straccia, l’accordo approvato al G8 e al G20, attuato dal FMI in coordinamento con la Banca mondiale e la comunità bancaria internazionale di cui DSK era il campione, è sospeso. Il predominio del dollaro è intatto anche se più artificiale che mai; questo dollaro che gli stati emergenti volevano relativizzare, ma su cui il complesso militare-industriale israelo-statunitense consolida il proprio potere.

In questo contesto chi è un uomo d’onore?

Thierry Meyssan

Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).
Fonte originale: Komsomolskaja Pravda (Russia)

Traduzione di Alessandro Lattanzio per

http://www.voltairenet.org/article170084.html

[1] «Dominique Strauss-Kahn, l’uomo “Prezzemolo” del FMI», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 5 ottobre 2007.
[2] «Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 19 luglio 2008.
[3] «La NED, vetrina legale della CIA», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 6 ottobre 2010.
[4] «Le German Marshall Fund, un reliquat de la Guerre froide?», Réseau Voltaire, 5 ottobre 2004.
[5] «Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 9 aprile 2011.
[6] Serie televisiva di Dick Wolf per la NBC, trasmesso in Italia con il titolo di Law & Order: Unità vittime speciali.
[7] «Les derniers mots de DSK avant son arrestation», Michel Colomès, Le Point, 19 maggio 2011.
[8] «Avec Christine Lagarde, l’industrie US entre au gouvernement français», Réseau Voltaire, 22 giugno 2005.
[9] «Strauss-Kahn’s lawyer to Haaretz: Former IMF chief will be acquitted», par Chaim Levinson, Haaretz, 22 maggio 2011.
[10] «La Cina inizia ad allontanarsi dal dollaro», Rete Voltaire, 22 Maggio 2009
[11] «La Russie et la Chine proposent une monnaie commune globale», Réseau Voltaire, 11 luglio 2009.
[12] «Plan de réforme du système financier international» (Estratto del rapporto «World Economic and Social Survey 2010: Retooling Global Development»), Christina Bodouroglou, Nazrul Islam, Alex Julca, Manuel Montes, Mariangela Parra Lancourt, Vladimir Popov, Shari Spiegel e Rob Vos Réseau Voltaire, 6 luglio, 2010.
[13] «La rapine del secolo: l’assalto dei volontari ai fondi sovraini libici» e «Dietro l’attacco alla Libia: le strategie della guerra economica», Manlio Dinucci, Rete Voltaire, 22 aprile e 2 maggio 2011.


Goldstone ha ritrattato sotto minaccia?

Posted: May 12th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Israel Lobby, Palestina, Sionismo | 1 Comment »

GOLDSTONE HA RITRATTATO SOTTO

MINACCIA I CRIMINI DI ISRAELE?

testo a cura di Gianluca Freda – Blogghete

Premessa del prof. Antonio Caracciolo - Redatto da Gianluca Freda, pubblichiamo il testo che segue e che appare contemporaneamente in più siti. Con la la presunta “ritrattazione” di Goldstone si mira a far ritirare dall’ONU il rapporto omonimo. Si vuol ripetere la manovra fatta dopo Durban I, quando fu equiparato sionismo e razzismo. Ma mentre a tutti resta nota (e valida) quella famosa dichiarazione, rimangono ignoti i maneggi che ne causarono il ritiro. In Londra, pochi giorni fa, si è pure tentato di intimidire un gruppo di relatori che hanno dato inizio ad un dibattito sulla natura del sionismo e sull’essenza dell’ebraicità, partendo proprio dalle pressioni esercitate su Goldstone. Noi crediamo che sia giunto il tempo di interrogarci seriamente su cosa il sionismo è in realtà. A 150 dall’Unità d’Italia, ci sembra togliere ogni valore all’idea di Risorgimento se si pretende di coniugarlo o imparentarlo con il sionismo, che resta inguaribilmente un movimento immigratorio, di carattere coloniale e razzista, finalizzato alla pulizia etnica della Palestina. Ad essere contrari a questo disegno furono proprio le comunità ebraiche che erano presenti in Palestina prima dell’immigrazione sionista, cioè a far data dal 1882 e con le accelerazioni del 1917 (Balfour) e del 1948 (Nabka). L’evento londinese dimostra che ciò che si vuol impedire è proprio qualsiasi tentativo di approfondimento dell’essenza dell’ebraicità e della natura del sionismo, nonché della sua estraneità al giudaismo, come in circa 300 pagine ben descrive Jakob Rabkin in un libro tradotto anche in italiano e poco noto e pubblicizzato. A questo post, seguirà fra qualche giorno, un ampio resoconto della discussione londinese.  (AC)

“Se avessi saputo prima quello che so adesso, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso”. Con queste parole, scritte lo scorso 1° aprile su un articolo del Washington Post, Richard Goldstone avrebbe “ritrattato” (almeno così ci è stato raccontato dai media mainstream) le accuse di crimini contro l’umanità rivolte ad Israele per le stragi compiute dall’IDF (l’esercito israeliano) durante l’attacco a Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009. Ma si è trattato davvero di una ritrattazione? E che cosa ha spinto Goldstone a compiere questa imprevista marcia indietro?

Leggendo l’articolo di Goldstone sul Washington Post, pubblicato il 1° aprile scorso (una data simbolica?) si può innanzitutto notare che esso, più che una vera e propria ritrattazione sugli scempi compiuti da Israele contro i civili di Gaza, contiene soprattutto alcune insistenti precisazioni sugli speculari (secondo Goldstone) crimini di guerra perpetrati da Hamas. I lanci di razzi effettuati da Hamas vengono posti sullo stesso piano dei bombardamenti al fosforo bianco compiuti da Israele, con un’operazione che sa di deriva propagandistica più che di corollario agli accertamenti compiuti nel corso della missione ONU, di cui Goldstone era a capo. Una propaganda dai connotati arcinoti, della quale è impossibile non riconoscere a prima vista la matrice.

Goldstone non ritratta affatto le sue precedenti conclusioni sull’intervento israeliano, deprecando anzi la scarsa collaborazione offerta dalle autorità di Israele nel corso delle indagini, nonché la lunghezza e la scarsa trasparenza dei processi intentati contro i militari accusati di azioni criminali contro i civili (come lo sterminio di 29 membri della famiglia al-Samouni all’interno della loro abitazione di Gaza). Ma allo stesso tempo, con mastodontica contraddizione, egli esprime una generica fiducia nella “correttezza” e nella “trasparenza” delle indagini che Israele sta adesso iniziando a condurre (o più probabilmente a fingere di condurre) contro l’operato dei propri militari. Ad esempio, la posizione di Israele riguardo lo sterminio della famiglia al-Samouni – cui era dedicata una corposa sezione del rapporto – è che tale massacro sarebbe stato causato dall’”errata interpretazione di un’immagine proveniente da un drone”. Goldstone si dice “fiducioso” che l’ufficiale che aveva scorrettamente interpretato l’immagine venga riconosciuto colpevole di negligenza. Non è chiaro su cosa egli basi la propria fiducia, trattandosi di un processo che l’IDF conduce contro l’IDF, con risultati che non è avventato definire prevedibili. E’ esattamente lo stesso modello di procedura investigativa avviata dopo il massacro della Mavi Marmara ed è davvero difficile capire come sia possibile nutrire “fiducia” verso un imputato che giudica se stesso e non ammette di essere giudicato da altri che da se stesso. Né è chiaro cosa Goldstone intenda per “trasparenza”, visto che le indagini non sono pubbliche e che Israele non si sogna nemmeno di condividere le prove raccolte con osservatori esterni e indipendenti.

Nell’articolo, Goldstone fa anche notare che mentre Israele si sarebbe impegnato ad avviare indagini sugli eventi del 2008-2009, Hamas non avrebbe invece fatto nulla per accertare le eventuali responsabilità dei propri esponenti. Il che sarebbe, in verità, un’ottima ragione per ringraziare Hamas di aver risparmiato all’opinione pubblica un’indagine-farsa contro se stessa, i cui esiti non sarebbero stati difficili da immaginare. Che Hamas apprezzi le pantomime processuali molto meno del governo israeliano, era cosa già nota. Manca ovviamente nell’articolo – né era lecito attendersela – qualunque considerazione sul problema di fondo: e cioè sul fatto che le aggressioni israeliane contro i civili palestinesi non andrebbero valutate singolarmente e di volta in volta come se si trattasse di azioni isolate; esse andrebbero invece inquadrate nell’ottica della lunga storia di massacri perpetrati da Israele contro la Palestina, la cui ricorrenza e la cui brutalità è impossibile definire accidentale se trasposta su una prospettiva di lungo periodo.

Insomma, più che come una ritrattazione motivata e articolata, l’articolo di Goldstone sul Washington Post si presenta come una scomposta sequela di affermazioni improbabili e apodittiche, scritta frettolosamente ricopiando alla rinfusa i pretesti più grevi del razzismo omicida dell’entità sionista. Occorre chiedersi: cos’è che ha spinto Goldstone a pubblicare una non-smentita così traballante e sospetta?

La risposta è piuttosto nota sulla stampa estera, assai meno in Italia, dove tutto ciò che può nuocere alla politica del sionismo o rivelarne le trame viene segregato nel limbo del non detto e non scritto e ricoperto da una coltre di ossequiante silenzio.

Il 15 aprile del 2010, il quotidiano Jerusalem Post pubblicava un articolo nel quale si rendeva conto di un’escalation di ostilità delle collettività ebraiche nei confronti di Richard Goldstone. L’articolo spiegava: “Il giudice Richard Goldstone, a capo di un’indagine sui crimini di guerra che ha fatto infuriare Israele e le comunità ebraiche del mondo, non potrà partecipare al bar mitzvah di suo nipote che si terrà a Johannesburg il prossimo mese, stando a quanto afferma un giornale sudafricano”. Il bar mitzvah (bat mitzvah per le ragazze) è “la cerimonia ebraica con cui si celebra il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (12 anni e un giorno per le femmine, 13 anni e un giorno per i maschi) e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica”. Si tratta di un evento molto sentito nelle comunità ebraiche, un’occasione in cui ogni famiglia ha, fra le altre cose, la possibilità di far risaltare la propria composizione numerica, la propria rilevanza sociale e dunque il proprio potere nell’ambito della collettività.

L’articolo del Jerusalem Post continuava: “Goldstone non sarà presente alla cerimonia religiosa di suo nipote in seguito ad un accordo tra la famiglia, l’Organizzazione Sionista del Sud Africa (SAZF) e la sinagoga Beith Hamedrash Hagadol di Sandton, dove la cerimonia verrà celebrata, stando al giornale sudafricano Jewish Report. [...] Il capo della SAZF, Avrom Krengel, ha detto che, riguardo al problema, la sua organizzazione “si è confrontata” col rabbino capo, con la beit din (corte rabbinica) e con altri soggetti, aggiungendo che la federazione si è interessata del problema “con la massima forza, visto che noi rappresentiamo Israele””. Il rabbino Moshe Kurtstag, capo della beit din locale dichiarava: “So bene che nella shul [sinagoga] ci sono sentimenti molto forti, c’è molta rabbia [riguardo alla partecipazione di Goldstone]. Ho anche sentito che la SAZF voleva organizzare una protesta all’esterno della shul, c’erano progetti di ogni tipo. Ma penso che alla fine la ragione abbia prevalso”.

E’ da notare che questo evidente ricatto contro Goldstone nasce e si sviluppa in seno alla stampa ebraica sionista. L’attacco parte dal giornale ebraico sudafricano Jewish Report, viene ripreso dal Jerusalem Post e subito dopo dal London Jewish Chronicle e dalla Jewish Telegraphic Agency. Solo successivamente la notizia verrà ripresa da altre fonti, quali il New York Times e Al Jazeera.

E’ anche da notare che la SAZF, nelle sue dichiarazioni, cerca ipocritamente di farsi passare per mediatrice, come se fosse intervenuta a proteste già iniziate e si fosse messa alla ricerca di una risoluzione pacifica della questione. In realtà era stata proprio la SAZF, nella persona del suo capo Avrom Krengel, la fonte da cui erano partite le minacce e la campagna diffamatoria.

Nel mese di aprile 2010, in molte sinagoghe sudafricane, i rabbini tennero sermoni sul caso Goldstone. Se da una parte si affermava il diritto di Goldstone a partecipare senza interferenze al bar mitzvah del nipote, dall’altro lo si additava senza esitazione come un nemico del popolo ebraico. Un esempio, fra i tanti, è quello del sermone tenuto dal rabbino Yossi Goldman, presidente dell’Associazione Rabbinica Sudafricana, presso la sinagoga Sydenham di Johannesburg. Goldman, da un lato, difendeva “il diritto di Goldstone di entrare nella sinagoga”; aggiungeva però che Goldstone “non avrebbe dovuto essere contato nel minyan” [il quorum di dieci uomini ebrei richiesto per certe preghiere] e suggeriva che a Goldstone avrebbe dovuto essere negata l’Aliya [l’onore di essere chiamato alla Torah], spiegando che “tale privilegio può andare perduto a seguito di comportamenti inappropriati”. Goldman, inoltre, accusava Goldstone di essere un nemico del popolo ebraico e di aver tradito la memoria di sua nonna. Steven Friedman, professore di scienze politiche presso l’università di Rhodes, in Sudafrica, dichiarava: “C’è l’establishment dietro questi attacchi. [...] C’è l’evidente tentativo, da parte della Federazione Sionista, di diffamare Goldstone”.

Alan Dershowitz, avvocato costituzionalista americano – lo stesso che aveva spinto la DePaul University di Chicago a licenziare Norman Finkelstein, il quale aveva denunciato come il libro di Dershowitz, “The Case for Israel”, fosse in buona parte scopiazzato da altri testi di infimo livello – definiva Goldstone “un uomo molto malvagio”, “un traditore del popolo ebraico” e “un essere umano spregevole”.  I ministri del governo israeliano, come vuole la consuetudine, denunciavano Goldstone come antisemita. Shimon Peres lo definiva “un omuncolo, privo di qualunque senso della giustizia”.

Alla fine di maggio del 2010 comparve sul sito ebraico Forward un articolo a firma di un certo Leonard Fein. L’autore dell’articolo affrontava, più che altro, una generica questione di costume, lamentandosi di come fossero cambiati, nel corso del tempo, alcuni caratteri delle celebrazioni religiose ebraiche. Nello specifico, l’autore deprecava le interferenze esterne che contribuiscono oggi a definire chi viene e chi non viene invitato ad alcune cerimonie religiose, come il bar mitzvah. L’articolo faceva nuovamente riferimento al caso Goldstone, affermando che la situazione di Goldstone “si era alla fine risolta – con una luce verde concessa in ritardo e con una certa riluttanza – e la giornata era poi trascorsa in modo piacevole”. Non specificava, però, in quale modo Goldstone fosse riuscito a placare i suoi persecutori.

La questione viene chiarita da questo articolo del Guardian, in cui si legge: “Richard Goldstone, ex capo di una commissione internazionale sui crimini di guerra, è stato costretto ad incontrarsi con i leader ebraici sudafricani per ascoltare la loro rabbia riguardo al rapporto dell’ONU in cui egli accusava Israele di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’incontro, che non è stato Goldstone a richiedere, è in realtà la condizione affinché gli venga consentito di partecipare al bar mitzvah di suo nipote a Johannesburg”.

Cosa si siano detti Goldstone e i capi del sionismo sudafricano durante quella riunione, non è dato sapere, ma non è difficile immaginare. Goldstone è sempre stato profondamente legato ad Israele e nel corso della sua indagine sull’aggressione contro Gaza aveva mantenuto un livello di obiettività che, paradossalmente, aveva fatto risaltare con maggiore evidenza le atrocità compiute dagli israeliani. Ormai 75enne e al termine della sua carriera, Goldstone non ha voluto essere ricordato come un “nemico del popolo ebraico” e si è piegato ai voleri delle organizzazioni sioniste per non lasciare un marchio sul proprio nome che avrebbe esposto la sua stessa famiglia a ricatti e ritorsioni. La sua “ritrattazione” è tanto vaga, disarticolata e priva di logica quanto il suo rapporto era dettagliato e argomentato. Una ritrattazione che non conta e non vale nulla, soprattutto se non si esclude che potrebbe senz’altro essere stata ottenuta attraverso un ricatto odioso, di tale squallore umano – pretendono le malelingue… – che solo un’organizzazione sionista potrebbe essere stata in grado di concepire. Sulla base dell’articolo pubblicato da Goldstone, il governo israeliano, per bocca di Netanyahu e del vice Primo Ministro Moshe Ya’alon, sta continuando a fare pressione affinché Goldstone chieda una ritrattazione dei contenuti del rapporto alle stesse Nazioni Unite. In ogni caso, vista la vacuità della “marcia indietro” di Goldstone, contrapposta all’estrema precisione delle accuse presenti nel rapporto, appare al momento piuttosto improbabile che le Nazioni Unite possano prendere le richieste dei sionisti in qualsivoglia considerazione.


Fonte: http://www.blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=822:gianluca-freda&catid=31:scio-scio-scioa&Itemid=46

Altri siti e blogs che hanno pubblicato questo testo:

  1. Alsalto
  2. Apocalypse Time
  3. Arianna Editrice
  4. Civium Libertas
  5. Cloroalclero
  6. Comedonchisciotte
  7. Espedito Gonzales
  8. Francesco Ferrari
  9. Gruppo Falastin
  10. Il Corrosivo di Marco Cedolin
  11. Il Francotiratore
  12. Informare per Resistere
  13. Libri Senza Censura
  14. Media Activism Group
  15. Oltre la Coltre
  16. Palestina libera!
  17. TerraSantaLibera.org (qui)
  18. TerraSantaLibera.com/wordpress
  19. TerraSantaLibera.wordpress.com
  20. Web Nostrum
  21. Zcommunications

Siria: origine della sovversione

Posted: April 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Mondo arabo, Siria | No Comments »

L’origine della sovversione in Siria

Alessandro Lattanzio 24/4/2011  – Aurorasito.wordpress.com

Il 14 Aprile 2011, la televisione di Stato siriana ha trasmesso filmati di tre giovani di una cellula terroristica, che confessavano di aver ricevuto fondi e armi dal deputato del Blocco Futuro Jamal Jarrah, al fine di compiere atti di sabotaggio in Siria. I tre giovani, Anas Kanj, Mohammed Badr Al-Kalam e Mohammed El Sokhna, hanno confessato di aver provocato le proteste nella Moschea degli Omayyadi, contro il regime, e compiuto atti di sabotaggio, come attaccare una stazione di polizia a Sbeineh. Anas Kanj ha detto di aver ricevuto soldi e armi da un intermediario di nome Ahmed Awdeh, un membro del gruppo dei Fratelli Musulmani, che lo ha collegato con Jarrah. “Ahmed mi ha detto che Jarrah è generoso e sosterrà la mia famiglia, e che ci darà armi sofisticate, trasportate dal Libano grazie alla corruzione, e che noi saremo addestrati da altre cellule che non conosciamo. Mi ha promesso di incontrare Jarrah, ma che ora non poteva a causa del suo lavoro“, aveva detto Anas. “Ahmed ha anche promesso di presentarmi a Fida’a Sayyed, il Capo della Sicurezza Generale dei Fratelli musulmani in Siria, e mi ordinò di sparare sui manifestanti e di filmarlo in modo da inserire le scene sul ‘Syrian Revolution Website’, in modo da trarre l’attenzione internazionale sulla necessità di liberarsi del regime siriano, perché è un ‘regime oppressivo’“, aggiungeva.
Jarrah ha negato le accuse dicendo: “Non abbiamo né la capacità né l’intenzione di interferire negli affari interni della Siria. Se la Siria ha un caso da discutere, può rivolgersi al governo e alla magistratura attraverso il Ministero degli Affari Esteri libanese”. (1)
Intanto a Damasco, bande armate hanno impedito i soccorsi ai feriti  delle forze di sicurezza, vittime delle proteste. Le autorità siriane hanno che “certi media hanno fatto senza fondamento dicendo che le autorità siriane avevano impedito ai feriti di essere ricoverate in ospedale”, una dichiarazione del Ministero degli Interni. “Uomini armati  hanno bloccato le ambulanze che trasportavano 34 poliziotti feriti nell’ospedale di Daraa, l’8 aprile”. Il comunicato faceva eco a un precedente comunicato del ministero, in cui si affermava che: “bande armate hanno bloccato la strada per Banias (nel nord-ovest) per impedire alle ambulanze di soccorrere i feriti e trasportarli nell’ospedale militare.”
In un comunicato ufficiale del 17 aprile, il ministero degli Interni della Siria ha avvertito che “le leggi in vigore in Siria saranno applicate per tutelare la sicurezza dei cittadini e la stabilità interna. Il corso degli eventi scorsi ha rivelato che tutto ciò è un’insurrezione armata di gruppi armati appartenenti ad organizzazioni salafite, soprattutto nelle città di Homs e Banias.” Il Ministero  invitava tutti i cittadini siriani a “contribuire efficientemente nel mantenere la stabilità e sicurezza e di assistere le autorità competenti nei loro compiti nell’attuazione di questo obiettivo“. Il Ministero ha anche chiesto ai siriani “di astenersi da ogni manifestazione di massa, o dimostrazione o sit-in a qualsiasi titolo.” In un primo momento le dimostrazioni erano poche e piccole, con richieste  limitate. Poche centinaia di persone avevano protestato a Damasco, Latakia e  Daraa, per chiedere riforme limitate, il rilascio di prigionieri politici o l’eliminazione della legge d’emergenza. Ma poi qualcosa è successo e il movimento è stato spinto a mutarsi in un’aperta rivolta. Secondo Syria News Sat, ‘gruppi di traditori e criminali armati controllati dall’estero’ avevano partecipato a una manifestazione presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Damasco, il 17 aprile.
Nonostante il governo siriano abbia promesso di applicare le riforme nei settori politici e sociali, ma seguendo solo la propria agenda, approvando un decreto legislativo per porre fine allo stato di emergenza nella Repubblica Araba di Siria, dichiarato nel 1963 e un decreto legislativo per abolire l’Alta Corte per la Sicurezza dello Stato, creata nel 1968; e dopo aver presentato un disegno di legge che regola il diritto alla protesta pacifica come diritto umano fondamentale garantito dalla Costituzione siriana, i bloggher attivisti siriani, che per la maggior parte residenti all’estero, continuano a utilizzare internet per istigare ad ulteriori dimostrazioni violente. Evidentemente, si tratta di una serie di sommosse e di manovre di destabilizzazione dirette dall’estero, e non va escluso che dietro ai tanti ‘dissidenti’ arabi, che a quanto pare esistono solo online, sul web, vi siano invece dei concreti e reali militari e agenti di potenze straniere. Come riferisce il giornale inglese The Guardian: “L’esercito statunitense sta sviluppando un programma che gli permetterà di manipolare segretamente i social media usando falsi profili per influenzare le conversazioni Internet e per diffondere propaganda pro-USA. Una società statunitense si è appena aggiudicata un contratto con il Comando Centrale dell’US Army, che sovraintende alle operazioni in Medio Oriente e Africa centrale (CENTCOM), con lo scopo di creare un ‘servizio di gestione di profili online’, permettendo a un solo militare di controllare fino a dieci identità diverse, piazzati in qualsiasi parte del Mondo. … Una volta sviluppato, il programma potrebbe permettere ai militari statunitensi, che operano su un determinato luogo e un determinato fuso orario, di interagire in varie conversazioni online, inviano in modo coordinato un certo numero di e-mail, post sui blog e nelle chat e altre azioni. La sede di questa operaizone dovrebbe essere la base dell’aeronautica statunitense di MacDill vicino Tampa, in Florida, dove risiede il centro comando delle Forze Speciali USA.”(2)
Quindi, un programma che viene indicato essere in fase di studio, ma nulla esclude che questo ‘studio’ possa anche significare una ‘sperimentazione’ dal vivo e sul campo. Dietro ai presunti bloggher dissidenti anti-sistema arabi (e di qualsiasi altra parte del Mondo), vi possono benissimo essere dei tutt’altro che anti-sistemici soldati ed agenti a stelle&strisce, che eseguono patriotticamente gli ordini dei loro superiori, generando caos e destabilizzazione negli stati-bersaglio. Il campo di battaglia viene trasferito anche su Facebook, Twitter, Youtube, ecc. Le notizie sui presunti massacri di decine e centinaia di dimostranti civili, molto probabilmente sono dei falsi tesi ad inasprire le tensioni interne in Siria, e a spianare la strada ad un intervento esterno, sul piano dei rapporti internazionali. In ciò, seguendo il piano di aggressione attuato contro la Libia.
Il 18 aprile, il ministero degli Interni aveva riferito che un gruppo armato aveva aperto il fuoco a caso, terrorizzando i cittadini e bloccando le vie pubbliche, mentre le forze di polizia disarmate mantenevano l’ordine. Il poliziotto Ahmad al-Ahmad è stato ucciso e altri 11 sono rimasti feriti, quando un gruppo di criminali armati hanno aperto il fuoco su di loro, nella città di Talbisa, vicino Homs. Una fonte ufficiale ha affermato che dopo che l’autostrada Homs-Hama-Aleppo era stata interrotta vicino la città di Talbisa, da gruppi criminali armati che terrorizzavano i civili, una unità militare è stata mobilitata per porre fine all’azione dei gruppi armati e impedirgli di bloccare nuovamente l’autostrada. Mentre l’unità si avvicinava, membri dei gruppi armati criminali, situati negli edifici vicino all’autostrada, avevano aperto il fuoco contro l’unità militare che ha risposto ed ucciso tre membri dei gruppi armati, e feriti altri 15, mentre 5 militari sono stati feriti.
Il 19 aprile, il Ministero degli Interni di Damasco osservava in un comunicato, che gli eventi in diverse province siriane, come l’assassinio di poliziotti, soldati e civili, sono parte di una terrificante rivolta armata guidata da gruppi armati salafiti. I gruppi terroristici hanno ucciso soldati, ufficiali, poliziotti e civili, mutilandone poi i corpi. Il ministero quindi invitava i cittadini a collaborare con le autorità e a non permettere ai terroristi di sfruttare l’atmosfera di libertà per spargere sangue e colpire le proprietà pubbliche e private. Il ministero ha annunciato che questi gruppi armati avevano commesso dei crimini allo scopo di creare il caos e terrorizzare il popolo siriano, sfruttando il processo di riforma e di libertà lanciato all’interno del programma annunciato dal presidente Bashar al-Assad, durante il suo discorso al nuovo governo.
Damasco dichiarava, il 19 aprile, che un gruppo di criminali armati, ad Homs, aveva assassinato il colonnello Mohammad Abdo Khaddour, sparandogli in testa e all’addome, mentre si dirigeva al lavoro, e poi ha anche mutilato il viso del Col. Khadour. Anche il Sergente Maggiore Ghassan Mehrez è stato ucciso mentre guidava un minibus. Altre aggressioni contro le forze di sicurezza e singoli cittadini sono state effettuate da questi gruppi armati criminali, colpendo due stazioni di polizia ad al-Hamidiya e al-Bayyada, a Homs, ferendo sei poliziotti, mentre due membri del gruppo armato sono stati uccisi e altri cinque feriti. Il capo della polizia di Homs, generale di brigata Hamid Asa’ad Mar’ai, ha detto che i gruppi di criminali armati hanno cercato di appiccare il fuoco alla stazione di polizia di al-Bayyada, dopo averla circondata, sparando e ferendo alcuni membri del al suo personale all’interno.
Il direttore dell’ospedale nazionale di Homs, Ghassan Tannous, ha detto “Sei membri delle forze di sicurezza sono stati portati all’ospedale, Martedì all’alba, avevano subito varie lesioni dopo che essere stati aggrediti con armi da taglio e bastoni durante il loro spostamento dalla stazione di polizia di al-Bayyada a quella di al-Hamidiya. I feriti osservano che circa 50 uomini armati hanno attaccato la stazione di polizia al-Bayyada, alle 03:00, ed aperto il fuoco contro i membri della sicurezza, ed hanno attaccato uno di loro con manganelli e armi da taglio, ripetendo la stessa scena che si era svolta presso la  stazione di polizia di al-Hamidiya.”

Il 23 aprile i militari siriani hanno trovato dei telefoni cellulari che utilizzavano schede SIM non-siriano e apparecchi GPS e macchine fotografiche digitali contenente brevi video, raffiguranti atti di violenza e false scene di repressione delle proteste. I telefoni e le macchine fotografiche sono stati sequestrati a membri di un gruppo armato criminale, che avevano attaccato una posizione militare nella zona di al-Rakhem Hirak, presso Daraa. I membri del gruppo inoltre erano armati di spranghe, spade e altre armi di metallo, che sono state utilizzate contro le forze di sicurezza, durante le proteste, oltre a molotov e a bottiglie piene di sangue da utilizzare nella messa in scena di atti di violenza.
Il 20 aprile, il Generale di Brigata Khodir al-Talawi, due figli e suo nipote sono caduti in un’imboscata, feriti a morte da gruppi criminali armati della città di Homs, a circa 160 chilometri da Damasco. I corpi dei caduti sono stati brutalmente mutilati dai gruppi criminali. Altri due ufficiali dell’esercito siriano: il colonnello Moin Mihla e il maggiore Iyad Harfoush sono stati anche loro assassinati dai gruppi criminali armati di Homs. Decine di altri membri della polizia siriana sono stati feriti dai gruppi criminali armati. Il Ministero degli Interni siriano ha emesso l’ordine di divieto d’ingresso ai motocicli nela città di Homs, visto l’uso frequente da parte dei gruppi criminali di questi mezzi di trasporto. Assassinato anche l’inventore siriano Issa Abboud, di 27 anni, ucciso da bande armate criminali nel quartiere di al-Nozha di Homs. Issa era in visita da suo cugino, nel quartiere di al-Nozha, dove i gruppi criminali armati sparavano, aveva ottenuto il titolo di più giovane inventore del mondo, con più di 100 brevetti.
Intanto gli screditati media ‘liberali panarabi’ continuano a interferire e a voler sabotare l’attività politica interna degli stati-bersaglio.
Il 21 aprile, il Gran Muftì della Repubblica Araba di Siria, Dr. Ahmad Hassoun Badreddin, esprimeva rammarico per la perdita di credibilità e di onestà di alcuni mass-media arabi, che si aspettava lavorassero per preservare l’unità araba e impedissero lo spargimento di il sangue arabo, invece di istigare alla  divisione etnica e settaria. In una dichiarazione, il Gran Mufti aveva smentito le dichiarazioni che alcuni canali gli avevano attribuito, dicendo che ciò che è stato trasmesso da Alarabiya è stato fabbricato e mirava a provocare una frattura tra i dirigenti e i cittadini. Ha sottolineato che ciò che Alarabiya aveva diffuso era solo una parte di un lungo discorso dato nella città di al-Sanamin, quando vi si era recato per offrire le condoglianze alla sua gente,  dicendo che il loro sangue è il sangue della nazione e che il presidente Bashar al-Assad è addolorato per ogni goccia di sangue che si versa in Siria. Il Gran Mufti ha affermato che il popolo della Siria è consapevole della necessità di costruire il paese e ristabilire l’unità tra la dirigenza e il popolo, in particolare dopo il discorso del presidente al-Assad al Governo, sottolineando che il paese può essere costruito solo dalla modestia, dal lavoro e dall’integrità del suo popolo.
Il 19 aprile precedente, a Damasco, i vertici degli insegnanti religiosi hanno affermato che il comunicato rilasciato dall’International Union of Muslim Ulama sulla situazione in Siria, è diretta contro la sicurezza e la stabilità della Siria e non è coerente con i metodi scientifici e logici di in giudizio, ma ciò  non rappresenta per loro una sorpresa, visto che proviene da ambienti associati a schemi abbastanza chiari riguardo agli obiettivi perseguiti. In una dichiarazione gli studiosi religiosi siriani hanno detto che sebbene ‘la dichiarazione dell’Unione Internazionale degli ulema musulmani riconosca che il presidente Bashar al-Assad ha deciso di revocare lo stato di emergenza entro una settimana, e abbia dato le indicazioni riguardanti l’approvazione di una nuova legge sui partiti‘, la stessa associazione in questione, in realtà, ‘non presta attenzione a tutto questo, perché è legata a un regime straniero che cerca di destabilizzare la Siria‘. Gli studiosi hanno affermato che i membri dell’Unione degli studiosi religiosi in Siria non sono stati consultati, e nessuno di loro ha sottoscritto la dichiarazione, riferendosi agli interessi  stranieri dietro tale dichiarazione. ‘Le soluzioni proposte dal presidente al-Assad non sono parziali, come afferma la dichiarazione, le soluzioni sono radicali, incluse le leggi sui partiti, di emergenza, sui media e l’amministrazione locale… non sono semplici promesse‘, aggiungeva il comunicato. Gli studiosi hanno detto che loro, assieme al popolo della Siria, sono unanimi nel respingere la sedizione, gli omicidi e le distruzioni, e sono impegnati per l’unità nazionale. ‘I tentativi sovversivi non possono indebolire la determinazione del popolo siriano, e il costante attacco alla Siria è la testimonianza della sua ferma posizione’, conclude il comunicato.
Il Ministro delle fondazioni islamiche, Mohammad Abdul-Sattar al-Sayed, ha detto che aveva incontrato gli studiosi della Siria e che hanno rilasciato una dichiarazione, in risposta alle affermazioni emesse dall’International Union of Muslim Ulama, secondo cui tali affermazioni si basano sulla visione faziosa di una banda specifica, compromessa in un complotto che mira alla sicurezza e alla stabilità della Siria. Da parte sua, il Gran Mufti della Repubblica, Ahmad Badreddin Hassoun si chiedeva: “Chi ha consultato l’Unione internazionale degli Ulama  musulmani, e chi li autorizza a rilasciare tale dichiarazione?”, facendo notare che alcuni degli studiosi della Siria sono membri di questa unione, ma non uno di loro è stato informato di questa dichiarazione. Aggiungendo che l’Unione avrebbe dovuto pregare per la prosperità del popolo siriano, e non avrebbe dovuto rilasciare una simile provocazione contro il popolo. (3)

Note
1. Upprooted Palestinians
2. Guardian
3. Champress.net

Fonte: http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/24/lorigine-della-sovversione-in-siria/


Giulietto Chiesa: Vittorio Arrigoni assassinato dal Mossad

Posted: April 20th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Killeraggi, Mossad, Video | No Comments »

I Servizi Israeliani hanno armato e guidato l’assassinio di Vittorio Arrigoni: lo dice anche Giulietto Chiesa.


La “Primavera Araba” finanziata dagli USA

Posted: April 20th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Mondo arabo, Poteri Occulti, Video | No Comments »

E’ ufficiale: La “Primavera Araba” finanziata dagli USA


Sepolti i dubbi; le controrivoluzioni che verranno

di Tony Cartalucci – Land Destroyer

Traduzione: Dakota Jones - i lupi di einstein

Bangkok, Thailandia 15 aprile 2011 – Mentre le bombe americane piovono sulla Libia, sul presupposto che Gheddafi stava brutalizzando i protestanti indigeni pro-democrazia, le dita che accusano Libia, Iran, Cina, Siria, Bielorussia, e un numero crescente di altre nazioni,  puntano verso Washington per aver finanziato e pianificato un cambiamento di regime contro i loro rispettivi governi.
Sia per un atto di assoluta arroganza che per produrre prove emergenti che gli Stati Uniti hanno davvero finanziato e preparato il terreno per la “Primavera araba”, per anni, il New York Times ha recentemente pubblicato “Gruppi degli Stati Uniti hanno contribuito ad alimentare le Rivolte arabe

Gettando praticamente questi attivisti sotto il bus, il New York Times rivela che il Movimento Giovanile Egiziano 6 aprile, il Centro per i diritti umani del Bahrain, e l’attivista Entsar Qadhi dello Yemen tra gli altri, hanno ricevuto addestramento e finanziamento da parte dell’ International Republican Institute , il National Democratic Institute, e Freedom House allineata con i neo-conservatori.

Il New York Times continua a spiegare che queste organizzazioni sono state a loro volta finanziate dal National Endowment for Democracy , che riceve 100 milioni di dollari dal Congresso, mentre Freedom House riceve la maggior parte del suo denaro dal Dipartimento di Stato USA . Mentre il New York Times afferma “nessuno dubita che le rivolte arabe sono cresciute in casa,” i leaders dei gruppi che ora hanno ammesso apertamente di aver finanziato e addestrato dagli Stati Uniti sono tutt’altro che “cresciuti in loco.” L’esempio più importante è il Movimento egiziano 6 Aprile guidato da Mohamed ElBaradei dell’International Crisis Group . ElBaradei, seduto accanto a George Soros, Kenneth Adelman, Wesley Clark, e Zbigniew Brzezinski, all’interno di un think-tank americano di politica estera, genera  una notevole quantità di “dubbi”.

Ad ammettere il coinvolgimento è anche il Progetto per la Democrazia in Medio Oriente (POMED), presieduto da vari ex allievi del Council on Foreign Relations e dell’Istituto Brookings. Il POMED sostiene di aver aiutato i manifestanti a sviluppare competenze e una rete di comunicazioni. Tale formazione si è svolta ogni anno, sotto Movements.org, a partire dal 2008, dal quale il Movimento egiziano 6 aprile fra tanti altri, ha imparato le tecniche per sovvertire il loro governo. Movements.org, naturalmente, è sponsorizzato da un conglomerato di aziende e agenzie governative tra cui il Dipartimento di Stato americano, Google, MTV, la ditta di pubbliche relazioni Edelman, Facebook, CBS News, MSNBC, Pepsi e altri. Nonostante l’affermazione che tale ingerenza significa “promuovere la democrazia,” guardando gli sponsor e gli interessi dei guerrafondai coinvolti in questa operazione, sembra che si tratti più di una promozione dell’egemonia militare ed economica globale.

Il New York Times include nell’articolo anche il ruolo delle ONG e della cosiddetta “società civile “, utilizzato per sostenere l’agitazione, come pure il dispiacere espresso dai leaders arabi che rimproverano gli Stati Uniti per l’ingerenza nei loro affari interni. Tali accuse stanno crescendo, ora che anche Cina, Iran, Siria, Bielorussia fanno affermazioni simili.

L’articolo del New York Times  si conclude con la descrizione di rivelazioni che indicano che molti attivisti che erano venuti a conoscenza del coinvolgimento degli Stati Uniti nel finanziamento e nella direzione dei movimenti, sono stati privati del diritto di voto. Questi attivisti sono stati “cacciati”. L’addestramento è stato condotto al di fuori dei paesi di destinazione, anche in Giordania, Marocco, Serbia e Stati Uniti. Quello che il New York Times omette sono le connessioni e il coinvolgimento delle corporazioni che hanno interessi particolari a  manovrare le organizzazioni dei diritti umani, a sostegno di queste operazioni. Tali organizzazioni hanno ampiamente gettato le basi retoriche necessarie per giustificare la continua espansione della guerra in Libia.

Naturalmente, basta solo ricordare la finta ignoranza esibita dal Dipartimento di Stato americano, Hillary Clinton e Barack Obama, insieme alla litania di bugie fornite dai media mainstream, per vedere il complotto in malafede che è in corso. Questo perché tutti, dal Dipartimento di Stato americano ai media di proprietà delle corporazioni, sono stati coinvolti, per anni, preparandosi al compimento della “primavera araba”. Con le aperte ammissioni fatte ora da un portavoce corporativo-finanziario globale, come il New York Times, dobbiamo prendere in considerazione le gravi conseguenze che potranno derivarne i seguito.
Ecco il circo dei media mainstream. La MSNBC finge ignoranza e confusione
sui disordini nella cui costruzione erano coinvolti almeno dal 2008.

Sicuramente questa informazione solleverà una controrivoluzione. In Egitto,si è già visto il globocrate  Mohamed ElBaradei sospettato di ingerenza, bersagliato con le pietre e la sua agenda deragliata. Molti attivisti hanno veramente creduto nella loro causa e rischiato la vita per l’idea per la quale stavano combattendo, non solo contro le loro dittature corrotte ma anche contro l’Occidente che le aveva sostenute per anni. Tale percezione è stata esasperata durante le prime fasi  delle rivolte quando l’Occidente  sosteneva generosamente i regimi in difficoltà , al fine di massimizzare la privazione dei diritti civili del popolo. Oltre ad osservare le operazioni in corso per impadronirsi della Libia con la forza, e vedere rivolte  simili appoggiate dagli Stati Uniti in Siria, Yemen, Iran, e perfino in Thailandia e Cina, sarà davvero interessante vedere come gli stati-nazione adatteranno la loro risposta a quella che è ora, chiaramente, una sovversione finanziata dall’estero.

In che modo questa realizzazione si manifesterà non è certo. Tuttavia, sarebbe saggio per gli attivisti, esperti, politici e cittadini realmente interessati alla verità, riflettere molto attentamente prima di fare la loro prossima mossa. Come George Bush una volta ha tentato di dire, “se mi inganni una volta, la vergogna ricade su di te, se mi inganni due volte, la vergogna ricade su di me”

In ultima analisi, e subito dopo aver esaminato gli architetti dietro questo stratagemma globale di destabilizzazione ingannevole, dobbiamo guardare oltre i fantocci politici e i bugiardi in malafede che pretendono di darci “le notizie”. Dobbiamo vedere l’ impero corporativo-finanziario globale come l’origine del problema e la sua rimozione e  sostituzione come la soluzione.

Per come combattere i globalisti, per raggiungere l’autosufficienza e la libertà attraverso l’indipendenza, leggete anche:

Boycotting: One Corporation at a time
Self-Sufficiency
Alternative Economics
The Lost Key to Real Revolution
Boycott the Globalists
Naming Names: Your Real Government

Fonte: Land Destroyer Report 15 Aprile 2011
Traduzione: Dakota Jones

http://ilupidieinstein.blogspot.com/2011/04/e-ufficiale-la-araba-finanziata-dagli.html


I “salafiti” di Al-Qaeda/Cia/Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni

Posted: April 15th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Palestina, Sionismo, Video | No Comments »

I “salafiti” di Al-Qaeda/Cia/Mossad

hanno ammazzato Vittorio Arrigoni

Postato il 15 aprile 2011 da terrasantalibera

Alla fine, la sentenza di morte emessa dal Mossad nei confronti di Vittorio Arrigoni, sin dai tempi di “Piombo Fuso”, è stata eseguita.

Perchè nessuno ci può togliere la convinzione, anche se prove al momento non ne abbiamo, ma salteranno fuori, che la morte di Vittorio sia opera dei servizi israeliani infiltrati nella inesistente “rete fantasma” di Al-Qaeda: perchè sappiatelo, si scrive Al-Qaeda, ma si legge CIA e si pronuncia Mossad.

Il suo corpo privo di vita è stato trovato all’alba di oggi, venerdì 15 aprile, in una casa abbandonata, nella Strscia di Gaza.

Tre uomini armati, del gruppo jihadista salafita autodenominatosi “The Brigade of the Gallant Companion of the Prophet Mohammad Bin Muslima “, avevano rapito nel centro di Gaza l’attivista pacifista del Free Gaza Movement, membro pure dell’International Solidarity Movement, richiedendo come riscatto ad Hamas, che ha in carico il governo della Striscia di Gaza, la liberazione di alcuni salafiti detenuti nelle carceri di Hamas a Gaza, tra cui anche Sheikh Al Saidani (meglio conosciuto come Abu Walid Al Maqdisi),  leader dei gruppi Tawhid e Jihad, affiliati ad Al Qaida

Hamas nella Striscia ha la mano pesante con i terroristi, quelli veri, che sono in odore di “servizi israeliani”, e le cui gesta disumane sono sfruttate come scusa per le rappresaglie sioniste ai danni della popolazioone di Gaza.

In caso di inadempienza alle richieste dei rapitori, entro le ore 17 locali di Gaza, Vittorio sarebbe stato ucciso.

I gruppi diretti da Al Maqdisi/Al Saidani hanno mietuto decine di vittime in attacchi ad obiettivi civili e fu arrestato dalle forze egiziane poco più di un mese fa con l’imputazione di diversi attentati terroristici, tra cui quello in un albergo del Sinai dove nel 2006 persro la vita una ventina di persone.

Fin qui la cronaca (news tratte da varie agenzie arabe in rete).ù

Ora una precisazione e una riflessione.

La precisazione. Intanto, per onestà intellettuale, diciamo subito che pur condividendo la stessa passione e slancio verso la comune causa di libertà e indipendenza per la Palestina (per noi Terra Santa), i rapporti d’amicizia con Vittorio si erano da tempo interrotti, a causa di sue posizioni intransigenti e oltraggiosamente irrispettose nei confronti di chi, come noi e come chi scrive, manifestava idee o fede diversa dalla sua. Questo detto per amore della sincerità, per non voler passare come quelli che si sperticano in lodi per farsi belli nei momenti di commozione e lutto. Ciò ovviamente non incide minimamente sul giudizio riguardo alle sue doti umane e sulla sua generosità d’animo dimostrata sul campo in questi anni, che ne fanno un uomo degno di essere ricordato con l’onore che merita.

La riflessione. Quando diciamo “i salafiti di Al-Qaeda/Cia/Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni”, intendiamo dire esattamente e letteralmente quel che abbiamo detto. Che Al-Qaeda sia una creatura organica ai giochi di guerra d’occupazione americani e israeliani, anche un bambino ormai lo sa e l’ha capito. Chi parla del gruppo di Bin Laden e di Al-Qaeda come un’entità rivoluzionaria che persegue gli interessi dell’islam, o è in mala fede, o è male informato, o non è abbastanza attento a quel che succede sullo scacchiere geopolitico internazionale in concomitanza delle operazioni “al-qaediste”. Perchè sempre, dalle operazioni in Afganistan contro i russi in poi, non c’è stata una sola operazione al-qaedista che non abbia portato con se occupazione militare, escalation belliche, intensificazione di operazioni geostrategiche per riposizionare le forze sul campo, pressioni politiche per condizionare scelte nazionali maggiormente repressive e intrusive nei confronti delle libertà dei cittadini. In parole più semplici, se Al-Qaeda non ci fosse, i servizi di intelligence israelo/americani avrebbero dovuto inventarla: ed infatti Al-Qaeda fu una creatura dei servizi, denominata “the base”, o meglio “the database”.

Ora, a prescindere che a Gaza nessuno conosce questo gruppo salafita denominato “The Brigade of the Gallant Companion of the Prophet Mohammad Bin Muslima”, e a prescindere pure che fonti governative di Gaza dichiarano essere inesistente alcun gruppo operativo del genere all’interno della Striscia (vedi le dichiarazioni rilasciate qui all’Agenzia Infopal), se non come microrealtà manovrate dall’intelligence israeliana per creare e generare conflittualità/provocazioni interne, contando su manovalanza pescata tra il fanatismo jihadista, dobbiamo chiederci assolutamente una cosa: perchè, per quale motivo, fantomatici gruppi islamici in dissenso con Hamas avrebbero dovuto rapire un italiano per far pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti prigionieri nelle carceri di Gaza?

Non ha senso. Per poter fare pressioni del genere si sarebbero dovuti rapire esponenti del governo di Gaza o rappresentanti islamici vicini ad Hamas. Altrimenti si sarebbe dovuto rapire un italiano per fare pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti islamico-salafiti presenti nelle carceri italiane. Tutta questa operazione di kidnaping, ha lo stesso senso che ha rapire un tedesco, per poi chiedere il rilascio di un cinese, ma detenuto in carceri cinesi.

E perchè, tra tutti gli attivisti internazionali presenti a Gaza, rapire proprio Vittorio Arrigoni? Vogliamo fare un reload e tornare indietro di un paio d’anni?

Vittorio, a differenza di inglesi, francesi, e altri, era l’unico italiano testimone di “Piombo Fuso”: aveva visto troppo, stava testimoniando, in lingua italiana, troppo. Suoi cablo di cronaca era riportati da giornali e riviste, on-line e cartacei.

Ma soprattutto su di lui era stata emessa una condanna a morte dalle milizie israelite, che ne avevano diramato comunicazione in rete sin dall’inizio del 2009, condite di minacce e folli proclami sionisti. Questa è la verità.

A questo link http://stoptheism.com/ era visionabile la condanna emessa dalle milizie sioniste. Ovviamente ora il file è stato cancellato, ma a quest’altro link potete leggere tutta la storia che avevamo documentato, come Pino Cabras su Megachip aveva evidenziato.

Emessa la sentenza, eseguita la condanna.

Riposa in pace Vittorio, restiamo in pace, o come diresti tu, “restiamo umani”.

Per noi non finisce qui. Fino alla fine.

Filippo Fortunato Pilato, per TerraSantaLibera.org

Les « salafistes » d’Al Qaeda/Cia/Mossad ont tué Vittorio Arrigoni

Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio – Edité le Vendredi 15 avril 2011


USA & Al Qaeda porteranno la democrazia…

Posted: April 14th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerra, Interviste, Video | No Comments »

USA & Al Qaeda porteranno la democrazia in Libia…


Criminalità Neocoloniale Francese

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Costa d'Avorio, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Crimini di guerra francesi, Guerra, Testimonianze | No Comments »

Costa d’Avorio: l’Onu e la Francia si macchiano di crimini contro l’umanità

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu


Côte d'Ivoire: Les massacres de Ouattara à Duekoue by Nzwamba

Un massacro. Non ci sono altre parole per definire l’operazione militare messa in atto nella notte tra lunedì e martedì dalla Francia e dall’Onuci per “proteggere i civili”. Si parla di 2307 morti e di migliaia di feriti tra la popolazione ivoriana. Un bilancio destinato ad aumentare a causa dell’embargo sui medicinali che rende difficile curare i feriti. Ma il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ieri ha avuto il coraggio di dichiarare con forza che l’Onuci “non partecipa al conflitto in Costa d’Avorio: in linea con il mandato conferito dal Consiglio di Sicurezza, ha agito per proteggere se stessa e per proteggere i civili”.
Secondo il segretario Onu, le forze della difesa e della sicurezza “hanno preso di mira il quartier generale dell’Onu in Costa d’Avorio all’hotel Sebroko, con cecchini che usano armi di calibro pesante, mortai e lancia-granate”. Negli attacchi “quattro caschi blu sono stati feriti”. Di fronte alla “strage” di caschi blu, Ban Ki Moon ha “chiesto il sostegno delle forze francesi” per uccidere più di duemila civili. E il presidente della Francia Nicolas Sarkozy – si legge in un comunicato dell’Eliseo – ha risposto “positivamente a questa richiesta e ha autorizzato le forze francesi a partecipare alle operazioni condotte dall’Onuci per la protezione dei civili”.
Se si trattava di un’operazione di “pace” come mai allora i bombardamenti non hanno interessato solo “obiettivi militari”, ma hanno colpito l’ospedale di Kumasi, quello di Yopougon e quello militare di Abidjan. Hanno bombardato la residenza del presidente Gbagbo e il palazzo presidenziale dove c’erano ammassati da domenica un milione di civili. Hanno distrutto la Radio e Televisione di Stato(Rti).
No, non è stata un’operazione militare mirata a proteggere la popolazione ivoriana. È stato un atto di guerra e una vera e propria carneficina. La fonte di Rinascita, che vive barricata in casa con pochi viveri da dividere con i vicini che ormai non hanno più cibo, racconta che gli elicotteri dell’Onuci hanno sparato sull’unico supermercato aperto dove si era formata una folla immensa per rifornirsi di generi alimentari.
Crimini contro l’umanità di cui la Francia e le Nazioni Unite dovrebbero rispondere davanti ad un tribunale internazionale.
Ma l’ipocrisia non ha limiti. Dopo aver bombardato indiscriminatamente su Abidjan, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Rupert Colville, ha espresso “profonda preoccupazione per la situazione dei civili in una città così importante, con milioni di abitanti”. In una conferenza stampa, Colville ha manifestato apprensione per il fatto che “armi pesanti vengano usate in zone ad alta densità abitativa e che potrebbero aver causato decine di morti negli ultimi giorni”.
Dello stesso avviso Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari che ha definito la situazione umanitaria ad Abidjan “drammatica”, precisando che la “maggior parte degli ospedali e dei servizi pubblici non sono più funzionanti”.
Prima l’Onu si schiera apertamente con Ouattara, sostiene militarmente i militari, bombarda Abidjan e poi esprime preoccupazione per i civili.
Ma la missione di pace delle Nazioni Unite non dovrebbe essere neutrale?
Come mai nel conflitto civile del 2002, subito dopo il tentativo di colpo di Stato di Ouattara, quando i ribelli delle Forze nuove ammazzavano e seviziavano la popolazione civile, causando centinaia di morti e di decine di migliaia di sfollati, la Francia e l’Onu non sono intervenuti rispondendo all’allora presidente Gbagbo, eletto democraticamente nel 2000, che era una “questione ivoriana”. Due pesi e due misure.

E come mai dopo il massacro di Duèkoué, in cui le Forze repubblicane di Ouattara hanno ucciso 800 civili, raso al suolo un villaggio, violentato le donne  e i bambini,  l’Onu non è intervenuto contro il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale?

Le prove contro i ribelli sono schiaccianti: “Sono arrivati di giorno, mentre eravamo nei campi. Non ci eravamo allarmati molto, sapevamo che sarebbero arrivati ma pensavamo che avrebbero proseguito per Abidjan. Ci eravamo detti: non sarà come durante la guerra. Vogliono solo dimostrare di avere il controllo sull’intero territorio. Invece hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi e hanno cominciato a bruciare case e granai” è la testimonianza di Simon Taye, rifugiato ivoriano raggiunto dalla Misna in un assembramento di profughi oltre il confine con la Liberia, dove è arrivato dopo un giorno e mezzo di cammino nella foresta che attraversa la frontiera tra i due Paesi.
L’intera avanzata delle Forze repubblicane, con l’ausilio delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, è stata accompagnata da massacri, sevizie e stupri. “Era il 15 marzo, non dimenticherò mai questa data. Da giorni non si vedevano forze dell’ordine in circolazione quando uomini armati di tutto punto, gente delle forze repubblicane, sono arrivati nella nostra cittadina, Toulepleau, ultima città ivoriana prima del confine, a circa 130 chilometri di Duekoué,  e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sui civili, donne e bambini disarmati. Alcuni sono stati colpiti alle mani e ai piedi e non hanno potuto scappare a nascondersi tra la vegetazione come ho fatto io” racconta un altro profugo alla Misna.
E ora il terrore ha raggiunto anche la capitale economica: “Abidjan è fuori controllo, si spara, ci sono saccheggi ovunque e cadaveri nelle strade, cominciano a scarseggiare acqua ed elettricità, i colpi d’arma da fuoco sono arrivati anche in ambasciata e non da oggi”. A parlare è l’ambasciatore italiano in Costa d’Avorio, Giancarlo Izzo, contattato dall’Ansa, che ha spiegato che “non si possono fare previsioni sui tempi” della fine della guerra. “Le forze dei due si confrontano da mesi”, osserva Izzo, e “a complicare ulteriormente le cose c’è stato l’intervento militare dei caschi blu e dei francesi, che hanno sparato dagli elicotteri contro le postazioni dei sostenitori di Gbagbo che hanno accusato i francesi di neocolonialismo”.
Intanto la situazione rimane confusa ad Abidjan. Se i media francesi parlano di una sconfitta del presidente Gbabgo, il suo portavoce assicura che le Forze di difesa e di sicurezza hanno ancora il controllo della sua residenza e del palazzo presidenziale e del più importante
accampamento militare ad Abidjan. Una versione confermata dalla fonte di Rinascita, che ha parlato di centinaia di morti invece tra le fila delle Forze repubblicane di Ouattara. Ma circola anche la voce che Gbagbo stia negoziando la resa. Lo ha affermato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che detto: “Sono a conoscenza di queste trattative”. Ma sono poco attendibili le notizie riportate dai media francesi. Tanto che il portavoce di Gbagbo ha sostenuto che il legittimo presidente della Costa d’Avorio “è vivo e non si arrende”.

Mosca: ”Attacchi illegali in Costa d`Avorio”

Gli attacchi dell’Onu e delle forze francesi ad Abidjan sono “illegali”  nonché un “tentativo di assassinio”. Lo ha affermato Alain Toussaint, il consigliere del presidente Gbagbo in Europa.
Secondo Toussaint è stata proprio la coalizione internazionale, guidata da Francia e Usa, “a gettare il Paese nel caos”. Il consigliere ha quindi accusato “l’antica potenza coloniale francese di aver equipaggiato, formato e armato la ribellione di Alassane Ouattara”.
Un’accusa che è stata smentita dal Palazzo di Vetro che assicura che anche “se gli uomini di Gbagbo parlano di illegalità” dei raid, l’intervento è invece in linea con “il sesto paragrafo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, approvata il 30 marzo scorso”. Ma tale risoluzione numero 1975 “esortava le parti a cooperare con l’alto rappresentante dell’Ua” per trovare una “soluzione pacifica”.
È un passo fondamentale perché nessun Paese dell’Unione Africana e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mai autorizzato un intervento militare in Costa d’Avorio. Pertanto l’Unione africana e la Russia hanno sollevato dubbi sulla legalità dei bombardamenti aerei della Francia e dell’Onu su Abidjan.
“Ci sono significative perdite in vite umane in Costa d’Avorio. Certamente l’Unione africana ha fatto pressioni per il riconoscimento di Ouattara ma ciò non significa dover fare la guerra e autorizzare l’intervento di un esercito straniero” ha detto da Ginevra dove si trova in visita il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang, attualmente presidente di turno dell’Ua.
Anche il Sudafrica, pur avendo votato la risoluzione sulla Costa d’Avorio, prende le distanze dall’intervento militare: “Non mi ricordo di aver dato un qualsiasi mandato per un bombardamento aereo sulla Costa d’Avorio” ha detto da Pretoria il ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, rimarcando che il Sudafrica “non sostiene ciò che non ha votato”.

Epurazioni e carneficine in Costa d’Avorio

Eccidi ed epurazioni in Costa d’Avorio. Lo hanno denunciato la Croce Rossa Internazionale e la Caritas che hanno accusato le Forze repubblicane di Alassane Ouattara di aver ucciso nei giorni dell’offensiva militare più di 800 civili, perlopiù bambini, donne e vecchi, nella città di Duékoué, nell’ovest del Paese.
“I combattimenti avvenuti fra domenica 27 e martedì 29 marzo nel corso di un’offensiva compiuta dalla Forze repubblicane nella città di Duekoué – si legge nel comunicato della Caritas – sarebbero all’origine del migliaio di morti e dispersi”.
Ma non è solo l’Ovest del Paese ad essere teatro di massacri. La fonte di Rinascita, che vive ad Abidjan, racconta che anche ad est sono cominciate le epurazioni: il villaggio di Blé Goudé, il carismatico ministro della gioventù, che si trova vicino a Guiberoua, sarebbe stato completamente distrutto. Si parla anche qui di centinaia di morti: “le donne prima di essere uccise sono state violentate, quelle incinte sventrate e poi sgozzate”.
A San Pedro, i detenuti liberati nei giorni scorsi dai ribelli di Ouattara sono entrati in una chiesa e hanno sparato facendo decine di morti.
A fronte delle denunce della Croce Rossa internazionale e della Caritas, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha chiesto al presidente Ouattara di far luce su quanto accaduto durante l’avanzata e di prendere misure severe contro quanti hanno preso al massacro.
È la prima volta dall’inizio della guerra che le Nazioni Unite fanno un’accusa del genere nei confronti del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Un atteggiamento che ha infastidito non poco il governo di Ouattara che, forte del sostegno degli Stati Uniti e della Francia, si sente intoccabile.
Ally Coulibaly, ambasciatore della Costa d’Avorio in Francia, è infatti passato al contrattacco, accusando l’Onuci di non aver fatto niente per fermare i massacri nell’ovest della Costa d’Avorio.
“L’Onuci dice che ci sono state stragi, ma dov’era l’Onuci? L’Onuci  non era sul posto quando le forze repubblicane sono arrivate, l’Onuci era assente. Pertanto, non può accusare (…), cercando  di offuscare l’immagine del presidente Alassane Ouattara” ha denunciato Coulibaly, alla radio France-Info. L’ambasciatore ha poi confermato che “ci sono stati massacri”, ma ha messo in dubbio la versione della Caritas, bollando l’organizzazione come “troppo vicina alla chiesa” che “non ha mai desiderato la vittoria di Ouattara”. Ma ieri la televisione canadese ha messo in onda un servizio sulla Costa d’Avorio nel quale si dimostra che il massacro di Duékoué è stato compiuto dalle Forze repubblicane.

Prove che hanno “costretto” l’Unione Europea, sempre più in balia del presidente francese Nicolas Sarkozy, a scendere in campo per esortare le forze dei due rivali politici, Ouattara e Gbagbo, a proteggere i civili e a salvare il Paese da “un nuovo conflitto civile”. Lo ha affermato il commissario europeo per gli aiuti umanitari Kristalina Georgieva che appare poco informata sulla situazione ivoriana: la guerra c’è già in Costa d’Avorio. E pure da mesi.
Lo sa bene invece la Francia che ha ieri ha inviato altri 150 soldati ad Abidjan, duemila militari della Legione Straniera, e più di 100 carri armati.
Parigi è in guerra e teme per i francesi che vivono in Costa d’Avorio. Ma la classe non è acqua e il governo di Gbagbo ha assicurato che nonostante le manovre che continuano a “seminare morte” nel Paese “non sarà fatto alcun male ai cittadini francesi”.
Questi ultimi non hanno infatti colpa della politica belligerante del presidente Sarkozy che ha piazzato cecchini sui tetti delle case di Abidjan per impedire a migliaia di persone, disarmate, di raggiungere il palazzo presidenziale di Gbagbo. È successo domenica: un cordone di ivoriani si è stanziato intorno al perimetro della presidenza, unendosi ai giovani patrioti, che hanno ripreso il controllo della Radio e Televisione di Stato (Rti).  Secondo quanto riferito dalla fonte di Rinascita, intere famiglie, giovani e vecchi, donne e uomini, si sono stesi per terra impedendo ai carri armati francesi di arrivare al palazzo presidenziale gridando “meglio morire con onore che vivere da schiavo” oppure “Sarkozy vuole la Costa d’Avorio? Ci dovrà uccidere tutti”.  Non hanno paura di morire perché è più grande il timore di essere “ricolonizzati” dalla Francia.

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7491

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7529

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7530


Primavera araba, o fine dei tempi?

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Escatologia islamica, Guerre & Strategie, Islam, Mondo arabo | No Comments »

Primavera araba, o fine dei tempi?

di Enrico Galoppini – 7 aprile 2011 – Europeanphoenix.net


… … … Si è letto di “contagio”, di “emulazione”, di “vento della libertà”. Tutte fandonie. Operazioni simili vengono pianificate da dentro e da fuori, e la massa ‘telegenica’ viene fatta confluire nelle piazze in un modo o nell’altro, per esempio facendo artatamente innalzare vertiginosamente i prezzi dei cereali, la cui “borsa valori” non certo è in mano ai contadini tunisini o egiziani, ma a gente senza scrupoli che ci propina anche gli ogm (“Monsanto”… un nome, un programma). Altri, meno rincitrulliti e/o ingenui, argomentano che si tratterebbe di un “risveglio nazionale”, quasi una seconda puntata della storia cominciata con la creazione di quel “moderno mondo arabo” al quale accennavo in nota, il quale – è bene ribadirlo – originò dalla distruzione pianificata dell’Impero Ottomano prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale (la quale ebbe lo scopo principale di cancellare tutti gli imperatori di “diritto divino” – Absburgo, Hohenzollern, Romanov, Ottomani – ed ingabbiare una parte del mondo conquistato nella democratica e contro-iniziatica Società delle Nazioni, poi proseguita nell’Onu; la Seconda guerra mondiale – una specie di seconda puntata della prima – avrebbe completato il lavoro svolto con la Prima, tant’è che sortì anche la fine dell’Impero del Sol Levante nonché l’occupazione statunitense di parte dell’Europa)……………………..(leggi tutto su -TerraSantaLibera.org-)

Fonte: http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=40&catid=8#_ftn21

Da: http://www.terrasantalibera.org/primavera_araba_fine_tempi.htm


Risorgimento e guerra civile

Posted: April 3rd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra Civile Italiana, Guerre & Strategie, Risorgimento, Storia, Testimonianze | Comments Off

Teodoro Klitsche de la Grange:

Risorgimento e guerra civile

Prefazione a cura del prof. Antonio Caracciolo (CiviumLibertas)

RISORGIMENTO E GUERRA CIVILE

Sette tesi per ripensare il passato ed il presente nella storia d’Italia

di Teodoro Klitsche de la Grange

Le tesi:

- 1. La rivincita del revisionismo storico nella storia del Risorgimento italiano.

– 2. Gli infausti momenti della costruzione dello stato unitario.

– 3. L’impianto ideologico della circolare Ricasoli.

– 4. La negazione in Ricasoli del carattere politico del brigantaggio.

– 5. Differenti concezioni della legittimità possibile.

– 6. Gli italiani che non divennero tali.

– 7. La costante della guerra civile nella storia d’Italia.

TESTO IN  PDF QUI



Ricerca, composizione e pubblicazione a cura del prof. Antonio Caracciolo
http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/03/teodoro-klitsche-de-la-grange.html
PDF reloaded by Espedito Gonzales http://espeditogonzales.altervista.org/


La Libia sconosciuta

Posted: April 2nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra, Libia, Testimonianze | No Comments »

La Libia che nessuno racconta

di Guido Nardo, ingegnere Gruppo Eni

su Conflittiestrategie – Tratto da Italia Oggi,  31 marzo 2011

Era un paese in sviluppo, oggi c’è chi fomenta le rivolte.

Il racconto di un italiano che ha vissuto nella terra di Gheddafi dove si viveva sempre meglio.

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti.

Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (Eni, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare.

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada cira 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata «grande fiume»; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche «democratica», era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc_ e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi paesi non si interviene_

Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Fonte: Italia Oggi, 31 marzo 2011

http://www.italiaoggi.net/news/dettaglio_news.asp?id=201103311126046539&chkAgenzie=ITALIAOGGI

Da : http://proclamaitalia.wordpress.com/2011/04/02/la-libia-sconosciuta/


Voci Veraci da Tripoli

Posted: March 22nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Video | No Comments »

Voci Veraci: 2 Interviste da Tripoli

Porta-a-Porta 21 marzo 2011 (italiano)


Le prime 2 interviste rilasciate da libici, non condizionati dalla propaganda mediatica coloniale dei “signori della guerra” euro-franco-americana.

Il portavoce di Muammar Al Qadafi (Gheddafi), il sig. Ibrahim Moussa da TRipoli, ed il giornalista Ramadan Braiky, direttore della testata “Qurina” di Bengasi, della quale facevano parte redattori oggi nelle fila dei “ribelli”, rilasciano per Porta a Porta di Bruno Vespa 2 dichiarazioni che rompono il muro del silenzio e dell’illogicità eretto a “verità bellica” favorevole a quei paesi, USA, Francia e GB in testa, scatenati in un’impresa bellica atta ad abbattere il Raiss, indipendentemente da quante tonnellate di bombe si debbano sganciare sulla popolazione libica e a quanti “danni collaterali” si provochino, invece di svolgere le “azioni umanitarie” definite dalla Risoluzione ONU n. 1973.

L’intervista è a cura del corrispondente RAI sig. Duilio Giammaria, il quale, a giudicare da come cerchi di influenzare il discorso rivolto al pubblico a casa, sembra essere sulle stesse orme del già tristemente noto Claudio Pagliara, e chi segue le vicende Palestinesi può farsene un’idea…

Le risposte dei due libici però contraddicono le palesi intenzioni, asservite agli “Alleati”, del Giammaria, e ci rivelano invece una verità che ci vorrebbe a tutti i costi essere negata.

Come a dire che …”il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”…

FATE GIRARE QUESTO DOCUMENTO, UNA DELLE ODIERNE POCHISSIME VOCI FUORI DAL CORO


Come muoiono le Nazioni

Posted: March 22nd, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Israel Lobby, Poteri Occulti, Video | Comments Off

COME MUOIONO LE NAZIONI


Apocalisse mediterranea?

Posted: March 19th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerre & Strategie, Storia | No Comments »

Verso un Apocalisse mediterranea?

L’Italia ha appena festeggiato le sue menzogne unitarie per i primi 150 anni dell’era massonica italiota (vedi video al link), ed ecco che, senza perder altro tempo, i camerieri delle banche che la governano, danno immediatamente prova di servilismo nei confronti di quella stessa potenza che già 150 anni  fa si aggiudicò, a suon di ghinee d’oro e banditismo su larga scala, il controllo del Mare Nostrum.

L’Inghilterra, e la sua creatura coloniale d’oltre oceano, unitamente ad altre Nazioni, alleate o al guinzaglio, si accinge a riprendere possesso della sua vecchia ex-dipendenza: tutte le più potenti “democrazie” contro la Libia di Muammar AlQadafi. Una vergogna senza pudore.

Il Nobel per la Pace (…dei sensi altrui...), Obama, “ordina” la resa al Raiss.

Senza uno straccio di prove, rifiutando gli inviti agli ispettori ONU di verificare sul terreno l’inesistenza di carneficine di civili, spacciandoci video-notizie fasulle e veline delle SAS, vorrebbero imporre ad una Nazione Sovrana, ed al suo legittimo governo, il divieto di ripristinare l’ordine e la legalità, il lavoro e l’economia, il controllo dei confini e delle fonti energetiche della propria patria, in nome di falsi ideologici sbandierati per “rivolta per la democrazia”.

AUDIO= Libya: Saif al-Islam Gaddafi says UN resolution ‘unfair’

Ma non fateci ridere.

Sappiamo bene, noi, come moltissimi italiani ed europei pure, che quella che si prospetta è solo l’ennesima guerra di conquista delle fonti energetiche e di materie prime; per un riposizionamento strategico-militare in vista di scenari futuri di dittatura democratica globale; per strangolare le nazioni europe più deboli e riappropriarsi di quei contratti e vantaggi energetici che le stavano rendendo più forti. Nei notiziari non lo dicono mai, ma nella base sarda di Decimomannu sono operative e presenti unità dell’aviazione militare israeliana, sempre in esercitazione congiunta.

E poche sere fa alcuni rabbini mostravano orgogliosamente in televisione, su un canale nazionale italiano, le chiavi ancora in loro possesso della sinagoga di Tripoli, oggi un cumulo di macerie.

La Libia, a differenza di tutte le altre nazioni nord-africane, è l’unica, per ora, priva di presenze giudaiche sul proprio territorio. Varrebbe la pena di valutare anche tali fatti, alla luce di questa smodata ed apparentemente immotivata “guera santa” contro la Libia nata dalla rivoluzione del 1967.

La Francia scalpita, l’Inghilterra è pronta a bombardare, l’Italia, vergognosamente, presta le basi aeree per questo democratico crimine di guerra imminente.

Intanto le truppe saudite ed arabe fedeli al dio dollaro sono scatenate contro la popolazione del Bahrein, senza che nessun servizio giornalistico o politico europeo ce ne dia sufficiente notizia o chieda interventi umanitari, mentre Napolitano invoca il rispetto dei “diritti umani” in Libia: sempre lo stesso, dalla parte dei poteri forti.

VERGOGNA!

E vergogna anche su tutti quei progressisti e sinistri che vigliaccamente e stoltamente plaudono gli atti di prepotenza imperiale anglo-franco-americani: ma non sono quegli stessi che un tempo condannavano gli “imperialisti”? Oggi invece quegli “imperialisti” gli stanno bene? …sadomasochismo interessato puro, senza dignità e coerenza, con un passato fumoso e un futuro d’aria fritta, agit-prop sodomizzati nell’animo prima che nella carne.

Nel servizio di Antonio Caracciolo al seguente link troverete un buon resoconto dei fatti che si svolgono in Bahrein (Bahrein: foto-cronaca di un’invasione che non vediamo nei nostri media), dove la popolazione viene massacrata e la nazione invasa, senza che gli USA, che lì stazionano con la loro 5a Flotta Militare, oppongano la minima resistenza o trovino nulla da ridire.

Petrolio e potere, vendette e denaro, queste le direttive della Lega Araba, quella stessa che da decenni non muove un dito per aiutare gli arabi di Palestina sotto il giogo giudaico-sionista: VERGOGNA anche su di loro.

Quel che dispiace è la partecipazione libanese al “sì” onusiano. (FFP)

Fonte: http://terrasantalibera.com/wordpress/?p=93


Io sono Eric Priebke

Posted: February 1st, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Complotti, Guerra, Storia, Testimonianze | No Comments »

Io sono Eric Priebke (SS-Hauptsturmführer)


«Al di là del significato dei singoli eventi della vita, un uomo che si avvia alla fine del suo percorso deve tirare le somme. Forse la cosa più difficile è proprio accettare con serenità il proprio destino. Io credo, dopo tanti travagli, di aver capito il significato del mio:

- lottare fino alla fine per tenere alto il mio onore di uomo,

- l’orgoglio di appartenere al mio popolo,

- il popolo tedesco che con i suoi pregi e i suoi difetti non posso e non voglio cessare di amare.»

«A mie spese ho dovuto imparare che dietro la maschera della legalità democratica spesso si celano gli interessi e gli intrighi di lobby potenti, che calpestano il diritto e manipolano l’informazione pur di raggiungere i loro torbidi scopi.»

«Su tutte le sentenze che mi riguardano non si è mai processato l’uomo Priebke, innocente o colpevole che fosse, ma l’ideologia che si voleva a tutti i costi che egli incarnasse. Si è giudicato non secondo i canoni del diritto ma all‘unico scopo di inscenare un processo mediatico che avrebbe imposto all’attenzione dell’opinione pubblica il solito pacchetto emozionale, confezionato per suggestionare le masse con la figura di un mostro a uso e consumo dei giochi di potere dei potenti.»
Se le manette, la deportazione di un vecchio, il carcere, la lontananza dalla mia sposa malata, sono oggi la croce della mia vita, l‘incredibile lato positivo di questa esperienza è stato trovare tanti amici sinceri; è stato scoprire un tesoro.

Fratelli che da tutte le parti del mondo si sono prodigati nell’aiutarmi. Il mio impegno di novantenne che anche dietro le sbarre non si è mai arreso, è quello di un uomo che anche se terribilmente stanco, cerca di stare in piedi per lasciare in eredità ad altri il significato vero della sua vita.

Il caso Priebke doveva essere l’ennesima occasione per riaffermare e giustificare i principi su cui si fondano le suggestioni politiche e sociali del mondo attuale. Un mondo programmato nella conferenza di Yalta, autolegittimato con i processi farsa di Tokio, Norimberga e gli altri, inscenati via via contro chi non voleva allinearsi alle logiche del nuovo corso.

Doveva essere l’ultima occasione per usare il soldato tedesco come simbolo del male, contrapposto a tutto ciò che in termini sempre più categorici viene imposto ai popoli della terra come il bene: il nuovo ordine mondiale, quello globalizzato da un ristretto gruppo di plutocrati cosmopoliti e dai politicanti al loro servizio.
Probabilmente le generazioni attuali, quelle che non hanno fatto la guerra non possono capire.

Noi abbiamo dovuto sparare alle Ardeatine; non lo abbiamo fatto per un sentimento di odio.

L’abbiamo dovuto fare in seguito ad un ordine irrifiutabile venuto direttamente da Hitler.

Ciò che posso dire è che la rappresaglia era ed è ancora oggi una pratica legale in guerra. Non ubbidire sarebbe stato impossibile, come è dimostrato dalle vicende terribili di Hiroshima, di Dresda e di tutti i molteplici massacri e rappresaglie avvenuti nella seconda guerra mondiale, dove al contrario di quanto successe alle Ardeatine, si uccisero molto spesso indiscriminatamente anche donne e bambini.
La mia coscienza di uomo si sente libera.

Per nessuno motivo vorrei essere al posto dei miei persecutori, senza vincoli nello spazio ma prigionieri nell’animo.

Mi hanno tolto la libertà, mai, però, mi toglieranno la dignità.

Le invenzioni di alcuni falsi testimoni sulle mie responsabilità in atti malvagi, torture e cose del genere sono un male veramente gratuito e quindi per me più doloroso. E’ propria questa cosa che più di ogni altra, ancora oggi mi fa soffrire. La ingiustizia della condanna all’ergastolo, rientra tutto sommato nella logica della vendetta, meccanismo questo che anche se aberrante è comprensibile alla mia mente. Le menzogne diffamanti però manipolano l’immagine della persona snaturandola agli occhi dei suoi simili, dei suoi amici e parenti, sono un’onta insopportabile, un male veramente raffinato contro il quale non mi stancherò mai di lottare.

Erich Priebke


Pubblicato da

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_Vari_101031_EPriebke_Io-sono-Eric-Priebke.htm
Fonte originale
http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/07/01/io-sono-eric-priebke-ss-hauptsturmfuhrer.html


Verità sul Regno delle Due Sicilie

Posted: January 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Storia | No Comments »

Il declino del Sud comincia con la fine del Regno delle Due Sicilie

di Domenico Bonvegna

Devo a Tommaso Romano la presentazione del suo libro (che gentilmente mi ha inviato), Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, edizioni Thule di Palermo (2a edizione settembre 2010). Un agile testo di poche pagine ben documentato.

Non conosco personalmente Tommaso Romano ma per il suo impegno poliedrico, ne ho sentito parlare un gran bene negli ambienti di Alleanza Cattolica in Sicilia, infatti Romano è stato Consigliere e quattro volte assessore alla Cultura della provincia di Palermo (di cui è stato vicepresidente per quattro anni) e del Comune di Palermo. Docente di filosofia, Italiano e Storia, docente all’Accademia di Belle Arti e di scienza della Comunicazione. Ha fondato l’Archivio Biografico Comunale della Città di Palermo.  Infine è autore di numerose opere di saggistica e poesia.

Nonostante tutte queste esperienze socio culturali, Tommaso Romano come lui stesso scrive, non si sente di essere uno storico togato anche perché ama occuparsi degli studi filosofici-letterari. Tuttavia il libro può dare un ottimo contributo a comprendere le insorgenze antigiacobine, il risorgimento, la tradizione nel Sud e in Sicilia, lo stato in cui versa il meridione, anche se il testo non ha la pretesa di esaustività degli argomenti.

Dal Regno delle Due Sicilia al declino del Sud, denuncia come tanti altri libri, tra l’altro presenti nelle 5 pagine della bibliografia, il modo violento dell’unificazione del nostro paese ai danni del popolo meridionale, gli effetti perniciosi che noi siciliani e meridionali abbiamo patito, senza però invocare il revanscismo sterile, o la nostalgia incapacitante, oppure il ‘primato’ supposto di un sistema sull’altro, attento a non cadere, nella contrapposizione Nord-Sud, che favorisce le follie della parte più estrema del leghismo detto padano, di quella pseudo-antropologia che classifica come ‘inferiori’ le donne e gli uomini del Sud.

Il merito del testo di Tommaso Romano è di collegare gli eventi passati alla realtà odierna che si affretta a scrivere: ilmio Meridione non esclude né il Nord né tantomeno l’Europa e ancor di più l’intero Mediterraneo. Il libro non manca di esaltare la civiltà, l’accoglienza solare, autenticamente umana della terra di Sicilia, anche se paga e continua a pagare la sua atavica incapacità di apparire protagonista; uno  dei frutti  più evidenti è la tragedia di una gioventù che continua ad emigrare malgrado diplomi e lauree, intelligenze e meriti.

Il Sud resta da 150 anni sempre drammaticamente al palo - scrive Romano – Certo anche per le sue incongruenze e per l’incapacità di scuotersi come dovrebbe e forse potrebbe. In ogni caso - continua Romano – riflettere sul passato non appare pratica antichista né esercizio filologico, né tanto meno banale esaltazione dell’ Ancien Regime, del bel tempo andato. In pratica studiare la nostra Storia significa comprendere e rimuovere la radice della crisi, in questo caso dei popoli meridionali.

Da buon politico l’autore sostiene che i problemi del meridione, tra l’altro ancora irrisolti, non sono nati per caso, ma non ci potrà essere futuro migliore, di reale integrazione senza riconoscere le cause storiche dei nostri problemi, senza studiare attentamente gli avvenimenti, non obliando la memoria.

Romano comincia il libro sostenendo la tesi che l’unità del popolo italiano c’era già ed è da ascrivere all’ethos della ‘nazione spontanea’, a quella dimensione profonda, ‘transpolitica’ secondo la definizione di Augusto Del Noce, che sedimenta nella coscienza determinando i tratti della tradizione di un popolo. Lo spirito italiano è dunque pre-politico, genetico e linguistico affonda le sue radici nella romanità, nella cultura greco-latina e nel medioevo cristiano da san Tommaso a san Bonaventura, da Dante a Petrarca, fino a Leonardo e Galilei, Vico e Rosmini, e non coincide certamente con la nascita dello stato unitario.

Nel II capitolo Romano ricorda con dati alla mano la profonda ricchezza del Regno delle Due Sicilie nel momento in cui viene barbaramente conquistato. Per evidenziare le ricchezze del Regno napoletano, Romano parte dall ‘opera poderosa di revisione compiuta da Francisco Elias de Tejada nella sua monumentale Napoles Hispanica, edita da Controcorrente di Napoli, sulla presenza della corona spagnola, sul concetto missionario confederale e cristiano delle Hispanidad, a Napoli e nel Meridione.

Romano ci invita pacatamente a ripartire dalle condizioni sociali dell’Antico Regno prima dell’unità d’Italia. Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Il libro di Romano snocciola una serie di dati, con riferimento alla cultura, l’arte, l’economia, la finanza, la politica, dove risulta che il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga superiore al piccolo regno sardo, il Piemonte, riportando a pagina 25, le cifre del bilancio commerciale degli Stati italiani preuniti, tutti attivi tranne il Piemonte.

Addirittura all’Esposizione internazionale di Parigi nel 1856 il Regno delle Due Sicilie era premiato per il livello raggiunto e giungeva al terzo posto fra gli Stati, dopo Inghilterra e Francia.

Nel III capitolo Romano tratta della cosiddetta leggenda risorgimentale, sfatando i miti, i soliti schemi, che purtroppo ancora imperano nelle scuole e anche intorno ai festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Dai re Borboni sempre inetti e pavidi, ai lealisti divenuti pessimi briganti da sterminare, malgrado la loro resistenza durerà fino al 1870. Alle  vaste insurrezioni delle masse, come risvegli della volontà popolare, fino a scoprire che si è trattato di un movimento risorgimentale sempre sotto l’impulso di minoranze selezionate, di élite intellettuali, gruppi sparsi e sconnessi, spesso personaggi fantastici. Occorre sgombrare la storia del Risorgimento dalle tinte rosee, dall’oleografia demagogica. Le grandi masse furono estranee a questo movimento, il famoso ‘grido di dolore’, fu una vera e propria invenzione. Bisogna, scrive Romano, soffiarne via tutta la la teologia demo-massonica e umanitarista che gli storici impeciati di radicalismo vi hanno appiccicato.

Il Regno di Francesco II fu rapinato da un manipolo di uomini, per gran parte, bande armate provenienti dal malaffare (i cosiddetti “picciotti”), grazie ai tradimenti e alla corruzione dei capi militari, di aristocratici e politici. Romano fa riferimento allo stesso La Farina che in una lettera rivelatrice evidenzia di che pasta erano fatti i cosiddetti volontari di Garibaldi. Anche il testo di Romano descrive il mito Garibaldi, creato ad arte nelle logge massoniche d’Inghilterra. Colpisce la faccenda della morte della compagna Anita, pare per strangolamento, naturalmente tutto insabbiato.

Nel IV capitolo, Romano affronta il costo altissimo della conquista militare del Sud italiano. Alla fine si conteranno dopo dieci anni dall’unificazione, in tutto l’ex Reame, un milione di morti, fra civili, briganti e militari, 54 paesi rasi al suolo, 500. 000 prigionieri politici e una economia totalmente distrutta, con un carico fiscale aumentato dell’87 per cento.

Il professore Romano chiede, per tutti giustizia, pietà, pacificazione ma nella verità storica e nella chiarezza e non oblio in nome di una retorica lontana dal comune sentire, e neanche si pretende impossibili restaurazioni.

In Romano trapela appena qualche critica nei confronti della Lega e forse una certa sfiducia nella politica, ma certamente sono d’accordo con lui quando scrive che sono patetici certi esponenti di governi regionali del Sud che inneggiano al Risorgimento e a Garibaldi. Senza una profonda revisione culturale, a vecchi sistemi di potere se ne sostituiscono soltanto altri di pari matrice e non cambierà un bel nulla. Non bastano pertanto le dichiarazione e gli intenti - scrive Romano – bisogna risanare dalle menzogne, scuotere le coscienze, reagire, creare una cultura seria di governo non propagandistica o ad effetto e quindi obiettiva e documentata, in grado di rimettere a posto prima le idee e poi i mali della sanità, dell’istruzione, le infrastrutture, le industrie locali, la qualità della spesa pubblica, le grandi incompiute (a cominciare dalle ferrovie e dalle strade interne, specie in Sicilia).

Rozzano MI, 17 gennaio 2011
Festa di S. Antonio Abate, patrono degli animali

Domenico Bonvegna
domenicobonvegna[chiocciola]alice.it
http://www.miradouro.it/node/23102

Pro memoria per cattolici “turbati”

Posted: January 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Etica | No Comments »

Tangentopoli ultimo atto: qualche pensiero turbato

a cura di Assuntina Morresi
Tratto da Stranocristiano.it il 21 gennaio 2011

UNO: il primo pensiero turbato è per i cattolici “turbati” dalla vita privata di Berlusconi, ai quali vorrei rinfrescare la memoria. Ricordo per esempio che la legge 194 è stata approvata da un parlamento con molti più cattolici di quanti ce ne sono adesso, e votata e promulgata da “specchiati” politici cattolici. Ricordo poi che la legge 40 – una delle più restrittive in occidente – è stata emanata da un precedente governo Berlusconi. Ricordo pure che cattolici dalla vita personale integerrima come Romano Prodi e Rosi Bindi (che con Lele Mora non hanno niente a che fare) ci stavano regalando le coppie di fatto anche omosessuali, con i DICO, anticamera di Zapatero, e al referendum sulla 40 non si sono astenuti. E ricordo che Silvio Berlusconi ha rischiato il più grave scontro istituzionale della storia della Repubblica, cercando di salvare Eluana Englaro con un decreto. Scusatemi: quali sarebbero i valori non negoziabili?

Non è questione di approvare certi comportamenti: sto parlando d’altro. Quando voto, io cerco chi ha una linea politica condivisibile, che per me non c’entra col fatto che un uomo adulto a casa sua va a letto con donne consenzienti (e se questo fosse reato, l’Italia sarebbe un’immensa galera…). Per rispondere ai reati che gli sono contestati, il Presidente del Consiglio deve poter andare davanti ai tribunali legittimi, e quindi non certo alla procura di Milano.

Lui chiede di difendersi davanti al tribunale competente, quello dei Ministri. Per chi non lo sapesse, il Tribunale dei Ministri è un tribunale fatto da normali giudici in normale carriera, ma tirati a sorte. Questo proprio per evitare accanimenti di tipo politico: estrarli a sorte è una garanzia in più. Per chi veramente ha fiducia nella giustizia, vanno bene i magistrati tirati a sorte. Chi vuole invece che Berlusconi vada davanti ai giudici di Milano, non ha fiducia nella magistratura, ma solo nella Procura di Milano, evidentemente perché dal 1994 imbastisce continuamente processi contro Berlusconi.

DUE: il secondo pensiero turbato è dedicato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lui è preoccupatissimo perché il paese è turbato. Io però ricordo che in un’altra occasione il nostro paese è stato molto più turbato di adesso, ma lui sembrò – diciamo così – molto meno sensibile. Mi riferisco al suo rifiuto di firmare il decreto – proposto dal governo Berlusconi, da QUESTO governo –che avrebbe salvato Eluana. Un rifiuto che motivò dicendo che non c’erano le condizioni per l’urgenza …. non c’erano festini a “turbare” il paese, ma una donna che stava morendo disidratata. Come è andata a finire lo sappiamo: i “turbamenti” altrui non gli fecero cambiare idea. Due anni prima invece era stato tanto turbato dal fatto che Piergiorgio Welby non riuscisse a ottenere l’eutanasia.

Ma per molti anni, prima, non era parso turbato dai gulag dell’Unione Sovietica o dalle dittature sovietica, polacca e negli altri paesi dell’Est, quando Woityla era ancora cardinale, e chiedeva libertà per il suo popolo e per la Chiesa perseguitata. Per quanto mi riguarda, sono anche questi episodi a definire l’uomo Giorgio Napolitano.

TRE: terzo pensiero turbato. Oggi le 14 ragazze coinvolte nelle intercettazioni hanno ricevuto una lettera di sfratto dall’amministratore del condominio dove abitano, V. Olgettina 65, con la seguente motivazione: danno al decoro del condominio. Siamo ansiosi di conoscere la vita immacolata dei rimanenti condomini, e aspettiamo pure di vedere che cosa faranno i paladini dei diritti che si battono contro le discriminazioni. Da parte mia, un consiglio alle ragazze: visto che siete in numero pari, dichiarate di essere sette coppie omosessuali conviventi. Vedrete che non vi sfratteranno più: sicuramente riterranno caduta la motivazione.

Fonte con più commenti e analisi disincantate a questo link:

http://www.stranocristiano.it/2011/01/tangentopoli-ultimo-atto-segnalazioni-e-una-lettera/