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Europa in cambio di Africa

Posted: August 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Movimenti Nazionali | No Comments »

Europa in cambio di Africa

Jacinta Ryan ,  freelance

In questi mesi abbiamo assistito all’assalto del NORD AFRICA da parte della NATO (USA) che con l’aiuto  dei media a contratto,   ha fatto passare dei chiari  e  semplici colpi di stato come legittime rivoluzioni popolari!

I risultati riportati dalle Multinazionali che hanno commissionato questa guerra  sono notevoli:

1)      Adesso possono far mettere una base al loro esercito militare, la Nato,  in Nord Africa e iniziare così la colonizzazione dell’Africa

2)      Hanno messo le mani sul tesoro di Gheddafi e sul suo petrolio

3)      Hanno aumentato l’indebitamento dei Paesi Europei in modo da renderli più  “ a buon mercato” e quindi poterli “svendere” per poter così recuperare i prestiti fatti.

4)      Infatti stanno  “vendendo” ad un prezzo stracciato l’EUROPA alla CINA in cambio dell’AFRICA dalla quale la stanno  buttando fuori

Insomma si vendono Paesi come  l’Italia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna  dopo averli indebitati ben bene, per andare a prendere Paesi ricchi  e poi ci vengono a dire che si parte per proteggere i civili!

Quando la Nato parte per proteggere i civili vuole dire   che parte per andare  a prosciugare un Paese e ad indebitarlo!

Ovviamente la NATO non è altro che l’esercito delle grosse Multinazionali (che più che Multinazionali sono MultiAmericane) petrolifere o di armi che si trovano a Wall Street, le quali sono le Vere Padrone del Mondo  e che decidono  di volta in volta dove andare a fare i loro “prelievi”.

A quel punto la NATO parte e i Governi che la compongono non possono che obbedire, aumentando i loro debiti. Così alla fine di ogni guerra i Governi sia della NATO che dei Paesi conquistati si trovano con i debiti aumentati (per acquistare armi e pagare la guerra) e le multinazionali ovvero multi americane  sono i cassieri che riscuotono!

E ovviamente per “convincere” l’opinione pubblica che le guerre sono “giuste”,  si ricorre di volta in volta  a delle scuse:

-          Quando è per combattere il comunismo che avanza

-          Quando è per combattere un tiranno che uccide il suo popolo

-          Quando è per combattere Al Quaeda (che a seconda delle situazioni diventa nemico o alleato)

Le scuse si trovano sempre e si fanno perorare dai media “lavatori di cervelli”.

E intanto il popolo bue ci crede e  deve far fronte alle  crisi  dei propri Governi vedendosi  diminuire i servizi sociali, le pensioni, gli stipendi, i posti di lavoro. Ovviamente gli stipendi e i benefits dei politici aumentano, non diminuiscono mai, perché è un lavoro molto difficile dover fare il politico che vuole “bene” al proprio Paese…….

E poi ci vengono a raccontare tante barzellette!  Questa in poche parole è la verità!

E se un giorno il popolo bue si svegliasse? E se vedesse che magari è molto meglio dare in appalto il Governo a chi si fa il mazzo ogni giorno? Magari a turno? A normali cittadini che conoscono i veri bisogni del Paese?

MANDIAMO A CASA QUESTI TRADITORI DEL PROPRIO PAESE E AFFAMATORI DEL POPOLO.

LORO CI TENGONO SEMPRE SEPARATI CON LA STORIA DEL PARTITO POLITICO, PERCHE’ UNITI SAREMMO PERICOLOSI!

MA LORO ANCHE SE SI FANNO VEDERE ETERNAMENTE IN LITIGIO TRA LORO, IN REALTA’  SONO SEMPRE UNITI, UNITI PER MANTENERE LE LORO POLTRONE E I LORO VANTAGGI! PASSANO DA UN PARTITO ALL’ALTRO SENZA VERGOGNA, L’IMPORTANTE E’ RESTARE AL POTERE.

ABOLIAMO TUTTI I PARTITI E FORMIAMO IL PARTITO DEL POPOLO, UNITO PER LA PROPRIA NAZIONE E IL BENESSERE DEL POPOLO!

a cura di Jacinta Ryan


USA & Al Qaeda porteranno la democrazia…

Posted: April 14th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerra, Interviste, Video | No Comments »

USA & Al Qaeda porteranno la democrazia in Libia…


Libia: una questione africana

Posted: April 9th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Giornalismo storico, Guerre & Strategie, Libia | No Comments »

La Libia: soprattutto una questione africana

intervista a Jacques Borde, storico e giornalista francese

Geostrategie 8 aprile 2011 – Traduzione di Alessandro Lattanzio


D – Come giudica il coinvolgimento dell’Europa?
Jacques Borde – Francamente: Un valzer ipocrita tra barili di petrolio! Con Cameron e Sarkozy debuttanti, sperando qualcosa di diverso da quatto soldi dal loro mentore degli Stati Uniti. Mentore che, ovviamente, non farà nulla e li farà  rotolare nella farina. Ma si sa, con i nostri leader eurolandesi, eredi degni del colonial- socialismo avviata da Jules Ferry, si vede subito il lupo uscire dal bosco… Per quanto riguarda l’epica libica, l’Europa, a subito rivelato la sostanza del suo pensiero, dichiarandosi pronta a comprare il petrolio dei ribelli. “Se il reddito [dal petrolio e dal gas] non va al regime di Gheddafi, allora non abbiamo alcun problema con le operazioni commerciali col petrolio e il gas libici.” Questo è stato ammesso, a sua somma vergogna, dal caro Michael Mann, niente di meno che il portavoce del capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.

D – A suo parere, si va  verso una risoluzione della crisi?
Jacques Borde – Per nulla proprio. Il problema principale dei ribelli è la loro mancanza di efficacia sul campo. La motivazione in prima linea. E ancora. Le capacità tattiche vicino allo zero assoluto. L’apice è stato raggiunto da questi ribelli che sparano in aria al passaggio di una pattuglia aerea dell’asse atlantico, provocando al tempo stesso la sua risposta al lancio di traccianti, interpretato come ostile. Tragico e stupido assieme. Per quanto riguarda la strategia di queste persone, è difficile comprenderne gli arcani. Inoltre, sembra, i mezzi cominciano a mancare.

D – I ribelli continuano ad appellarsi all’Occidente per gli aiuti…
Jacques Borde – Sì. A ragione. Ma con risultati alterni. Se si (ri)cita Michael Mann, il buon uomo ha detto, facendo eco ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique, che l’UE “non aveva cambiato la sua posizione in merito all’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle forze della NATO.” Quindi, se aiuta, non sembra farlo in modo molto massiccio. E non risolve il fatto che l’arma non fa il soldato! Con tali pietosi combattenti, il loro addestramento può richiedere mesi…

D – Gheddafi può davvero vincere?
Jacques Borde – Nulla è scritto, quando si parla di guerra. Chi credeva che i miliziani somali sulle loro ‘Tecniche’ avrebbero ottenuto la partenza di corsa delle forze statunitensi nel 1993?
Ma Washington, che da qualche parte ricorda la lezione di Mogadiscio, riguardo al caso libico – iniziato dalle sue spalle di Parigi e Londra, ricordiamocene – ci ha mostrato un curioso esempio di: “trattenetemi, o farò un macello.” Chiaramente, dalle 22:00 GMT di Lunedì, 4 Aprile 2011, nessun aereo ha fatto delle sortite. Certo, le forze di Gheddafi, come riferito, avrebbero perso un terzo del loro potenziale da quando le incursioni aeree dell’asse atlantico sono iniziate. Al costo di 851 sortite dal 31 marzo 2011. Un rapporto piuttosto deludente in termini di prestazioni. Il che, visto da l’altra estremità del telescopio, significa che Gheddafi ha ancora due terzi dei mezzi militari che ora utilizza con una maggiore intelligenza tattica. In realtà, il tempo è piuttosto a favore di Gheddafi.

D – In che senso?
Jacques Borde – non riesco a vedere gli insorti vincere da soli. Ovviamente, le forze lealiste le erodono lentamente. Leggendo Warden, ancora più eloquente sui limiti della guerra aerea in generale, e dei suoi Cinque Cerchi, e alcuni altri, i nostri tristi napoleoni hanno appreso che la strategia solo aerea non è sufficiente per vincere un conflitto. Una guerra si vince sul campo! In realtà, tutto si basa su due elementi:
1. Gli Stati Uniti continueranno a fornire – la maggioranza, ricordiamolo – degli attacchi aerei?
2. Chi si scontrerà coi Gheddafiani, per rimuoverli, mano a mano, dalle loro posizioni?
Finché non avremo una risposta a entrambe le domande, lo stallo continuerà. E la coalizione, così difficilmente costruita, potrebbe nel frattempo, disfarsi. Per iniziare – chi lo sa? – dagli Stati Uniti. Si viene, curiosamente, a sapere dell’arrivo a Tripoli di un ex parlamentare degli Stati Uniti. “Il nostro obiettivo è quello di incontrare il colonnello Gheddafi oggi, e convincerlo a lasciare il potere“, ha subito tentato di convincerci il repubblicano Curt Weldon dal The New York Times. L’amministrazione Obama ci mostra, da parte sua, il vecchio trucco dell’”iniziativa privata“. A chi credere, in questa fase?

D – Nella nostra prima intervista, lei ha parlato di “Somalizzazione”?
Jacques Borde – Assolutamente. Questo rimane valido. Come in Somalia, i nostri strateghi da sottoprefettura hanno creduto che bastasse sostituire, con un fischio, Gheddafi e la sua famiglia. Per adesso, è ciò che più ha fallito!
Inoltre, che dire di una libia affidata ai ribelli, di cui non sappiamo praticamente nulla? Sapete, in Libia, gli occidentali stanno cercando di ricreare  ancora una volta il colpo della Somalia: Mohammed Siad Barre fu rovesciato, senza considerarne le conseguenze. Il crollo del regime di Barre ha portato il paese in una terribile guerra civile tra fazioni concorrenti. Soprattutto quella che ha sostenuto il presidente ad interim, Ali Mahdi Mohamed, e quella che ha sostenuto il generale Mohamed Farah Aidid. Lo stesso uomo che ha costretto gli statunitensi ad andarsene con la coda fra le gambe, durante l’inverno del 1993. Ricordate?

D – Ma l’intervento in Libia incontra qualche accordo?
Jacques Borde – Sì. Ma non all’unanimità. E’ lontana. Prendo atto della estrema cautela dei paesi africani. Tra l’altro i primi e i più colpiti da questa crisi. Soprattutto quella di Jean Ping e Idriss Deby. Il primo presiede l’Unione africana e l’altro, il vicino Ciad! I due uomini dicono, parola per parola, quello che vado dicendo da settimane su questa crisi …

D – Vale a dire?
Jacques Borde – Prendete il Presidente Déby, che cosa ha detto ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique? Ciò che lo preoccupa, “è ciò che sta accadendo oggi in Libia e il rischio di implosione di questo paese. L’islamista al-Qaida ha approfittato del saccheggio degli arsenali nella zona ribelle per rifornirsi di armi, compresi i missili superficie-aria, che sono stati successivamente dispersi nei loro santuari nel Ténéré. Questo è molto grave. L’AQIM sta diventando un vero e proprio esercito, il più attrezzato della regione.” Più oltre, nel corso dell’intervista, il presidente Deby ha ribadito i suoi timori, affermando “che l’Aqmi ha di certo preso parte attiva alla rivolta”.

D – Credete?
Jacques Borde – E perché no? Il presidente Idriss Deby sembra un uomo più sicuro e avvertito sulla questione – non siamo al centro di una crisi che sta alle sue frontiere e che riguarda un uomo che è stato sia un nemico che un alleato del colonnello Gheddafi – del saggista mondano-sessuologo-diplomatico Lévy, BHL voglio dire!

D. – Per voi, Deby è ben posizionato nel giudicare questo caso?
Jacques Borde – Sì. E’ in prima linea, giusto? E’ anche un capo militare coscienzioso, efficace e non senza coraggio. Inoltre, i francesi sono in grado di saperlo, il Ciad ha eccellenti servizi di informazione: L’Agence Nationale de Sécurité (ANS), in particolare, che è l’equivalente alla Direzione generale per la sicurezza esterna (DGSE) francese. Il suo ruolo è – cito il Presidente Deby, “difendere il paese contro il terrorismo, gli agenti dormienti di al-Qaida e il pericolo esterno” – penso che dovremmo dargli qualche credito in questo dossier. Più della logorrea di BHL, comunque, che ci ha portato in questa sanguinosa crociata. E la parola non è mia, vi ricordo.

D – Quali sono gli argomenti del presidente Deby?
Jacques Borde – Rileggete semplicemente i suoi commenti a François Soudan di Jeune Afrique: per lui l’impegno occidentale “…è una decisione affrettata che potrebbe avere gravi conseguenze per la destabilizzazione regionale e la diffusione del terrorismo in Europa, Mediterraneo e Africa (…). Una pacifica insurrezione popolare come è successo in Tunisia e in Egitto è una cosa, mentre una ribellione armata in Libia è un’altra. Sostenere questo tipo di fenomeno, per non parlare di intraprendere un’azione militare per accompagnarla e farla riuscire, sarebbe direttamente contraria al Trattato dell’Unione africana. La nostra posizione, come avevamo già stabilito al Consiglio per la pace e di sicurezza (CPS), tenutasi ad Addis Abeba il 9 e il 10 marzo, era chiara: cinque capi di stato hanno dovuto viaggiare in Libia e ci hanno fornito la loro relazione, prima di prendere una decisione. Nel frattempo, non abbiamo avuto modo di condannare Gheddafi a priori. L’ONU, l’UE, la Francia e gli Stati Uniti non ha voluto tener conto dell’UA. Questo è sbagliato“. Non ho nulla da aggiungere.

D – Pensate che l’Occidente ha preso sottogamba l’Africa?
Jacques Borde – Peggio. E’ il puro succo del colonial-socialismo. Nella buona vecchia tradizione del costoso disprezzo di Londra e Parigi. Inoltre, il capo dell’Unione africana, Jean Ping, non ha nascosto i suoi sentimenti su ciò. In un’intervista con RFI non ha sottolineato che “quando l’Unione europea e gli altri hanno preparato la risoluzione e l’applicazione, nessuno è venuto a trovarci. Madame Ashton è andata al Cairo e non è mai venuta a trovarci. Anche il ministro degli affari esteri francese, Alain Juppé, è andato al Cairo. Nessuno è venuto a trovarci!” E ‘chiaro, no?

D – Ed è stato sbagliato non ascoltare gli africani?
Jacques Borde – Sarebbe più esatto dire che gli occidentali, mentre erano già tutti presi da loro trip guerriero, non hanno voluto ascoltare nessuno! Soprattutto non è un Jean Ping che ricorda loro, cito, “la differenza che esisteva tra gli eventi in Libia, Tunisia ed Egitto, in Tunisia c’è stata la “rivoluzione gelsomino”, una rivoluzione pacifica. Nessuno è andato con i carri armati dalla parte dei giovani rivoluzionari. In Libia ci sono due forze militari. Su ogni lato, vi sono armi pesanti! Dei carri armati! Così è molto più simile a una guerra civile. E i rischi, la divisione e la “Somaliazzazione” del paese”.

D – Cosa pensate della tesi dei mercenari africani al soldo di Gheddafi?
Jacques Borde – molte cose. La prima, che venendo dall’Occidente, è come se il bue da del cornuto all’asino! Una gigantesca stronzata…

D – Cosa volete dire?
Jacques Borde – Il perfido Muammar che assume mercenari? Ammettiamolo! Divertente, tuttavia, provenendo da potenze occupanti l’Afghanistan e l’Iraq, dove quasi o più, a seconda del caso, del 50% degli effettivi impegnati sul terreno sono contractors che lavorano per compagnie private militari (PMC). In altre parole, mercenari. Tra 120.000 e 180.000 secondo i dati, più delle truppe regolari statunitensi oggi in Iraq. E tra 80.000 e 100.000 in Afghanistan, secondo le fonti. Questa deriva dalla privatizzazione della guerra è un fenomeno abbastanza diffuso. Ognuno se ne approfitta da quasi dieci anni. E all’improvviso diventa un problema, anche un crimine, quando l’utilizza Tripoli. Che, del resto, non è stato provato in modo indipendente!

D – Avete dei dubbi?
Jacques Borde – Dopo Timisoara, ho imparato a diffidare del prêt-à-penser veciolato dal Io sono ovunque della decenza mediatica proprietà. Per ora, il minimo che possiamo dire è che ci mancano le prove. Verificabili, voglio dire. A questo proposito, il presidente del Ciad, Idriss Deby, è stato molto chiaro. Per lui, “Non c’è nessun canale, formale o informale, per reclutare mercenari per la Libia. Detto questo, centinaia di migliaia di ciadiani vivono in Libia, alcuni da tempo integrati nella società di questo paese. E’ quindi possibile che una manciata di loro abbiano, in un modo o nell’altro, partecipato individualmente a battaglie“. Su questo punto, ricordimoci che molti di questi ciadiani sono doppi cittadini suscettibili di coscrizione, come gli altri libici, nelle forze regolari.

D – E gli altri paesi africani?
Jacques Borde – Nulla di conclusivo è ancora disponibile. E dopo? Ho visto sulle nostre televisioni, forza interventista, i ministri (presumibilmente) integrati e specialisti di ogni tipo, vantarsi ampiamente dei principali accordi militari – chi Franco-Emirati Arabi Uniti, chi Franco-Qatar – che hanno consentito a queste due monarchie di arraffare la loro parte del bottino in Libia, la sua acqua e il suo petrolio. Perché Tripoli non agirebbe nello stesso modo con le capitali africane del suo ambiente geopolitico? Ma, onestamente, credo che soprattutto i malvagi mercenari africano del ribollente comandante di Tripoli, per battuti che siano, sono nella stragrande maggioranza, e più semplicemente, cittadini libici. È la caratteristica delle guerre civili vedere i cittadini di un paese, dividersi tra i due campi. Senza dubbio questo spiega, anche, la prudente attenzione degli Stati Uniti su questo tema: Civil War è un termine di cui i nostri amici statunitensi sanno, meglio di altri, il significato più profondo. Non l’imparano sui banchi di scuola?

D - Qualcosa da aggiungere?
Jacques Borde – Sì. Sembro non fare tanto caso agli insorti. Ma non è disprezzo. Il mestiere delle armi, per parlare solo di esso, non s’improvvisa. La Geopolitica, neanche. Tutti, soprattutto quelli che spingono per la guerra, sembrano avere preteso, con una sorprendente leggerezza, da questi ribelli più esperienza, saggezza politica, e quindi, risultati che non ebbero i leader, sebbene accorti, dell’esercito dell’impero di Alessandro che disputandosi il suo Impero, non poterono evitare scomparsa. Ciò che accadrà è, purtroppo, in gran parte prevedibile. É stata l’agitazione dei nostri furieri della guerra, a essere stata la cosa più criminale. Quanto al futuro, come Platone ha scritto: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/08/la-libia-soprattutto-una-questione-africana/


Criminalità Neocoloniale Francese

Posted: April 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Complotti, Costa d'Avorio, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Crimini di guerra francesi, Guerra, Testimonianze | No Comments »

Costa d’Avorio: l’Onu e la Francia si macchiano di crimini contro l’umanità

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu


Côte d'Ivoire: Les massacres de Ouattara à Duekoue by Nzwamba

Un massacro. Non ci sono altre parole per definire l’operazione militare messa in atto nella notte tra lunedì e martedì dalla Francia e dall’Onuci per “proteggere i civili”. Si parla di 2307 morti e di migliaia di feriti tra la popolazione ivoriana. Un bilancio destinato ad aumentare a causa dell’embargo sui medicinali che rende difficile curare i feriti. Ma il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ieri ha avuto il coraggio di dichiarare con forza che l’Onuci “non partecipa al conflitto in Costa d’Avorio: in linea con il mandato conferito dal Consiglio di Sicurezza, ha agito per proteggere se stessa e per proteggere i civili”.
Secondo il segretario Onu, le forze della difesa e della sicurezza “hanno preso di mira il quartier generale dell’Onu in Costa d’Avorio all’hotel Sebroko, con cecchini che usano armi di calibro pesante, mortai e lancia-granate”. Negli attacchi “quattro caschi blu sono stati feriti”. Di fronte alla “strage” di caschi blu, Ban Ki Moon ha “chiesto il sostegno delle forze francesi” per uccidere più di duemila civili. E il presidente della Francia Nicolas Sarkozy – si legge in un comunicato dell’Eliseo – ha risposto “positivamente a questa richiesta e ha autorizzato le forze francesi a partecipare alle operazioni condotte dall’Onuci per la protezione dei civili”.
Se si trattava di un’operazione di “pace” come mai allora i bombardamenti non hanno interessato solo “obiettivi militari”, ma hanno colpito l’ospedale di Kumasi, quello di Yopougon e quello militare di Abidjan. Hanno bombardato la residenza del presidente Gbagbo e il palazzo presidenziale dove c’erano ammassati da domenica un milione di civili. Hanno distrutto la Radio e Televisione di Stato(Rti).
No, non è stata un’operazione militare mirata a proteggere la popolazione ivoriana. È stato un atto di guerra e una vera e propria carneficina. La fonte di Rinascita, che vive barricata in casa con pochi viveri da dividere con i vicini che ormai non hanno più cibo, racconta che gli elicotteri dell’Onuci hanno sparato sull’unico supermercato aperto dove si era formata una folla immensa per rifornirsi di generi alimentari.
Crimini contro l’umanità di cui la Francia e le Nazioni Unite dovrebbero rispondere davanti ad un tribunale internazionale.
Ma l’ipocrisia non ha limiti. Dopo aver bombardato indiscriminatamente su Abidjan, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Rupert Colville, ha espresso “profonda preoccupazione per la situazione dei civili in una città così importante, con milioni di abitanti”. In una conferenza stampa, Colville ha manifestato apprensione per il fatto che “armi pesanti vengano usate in zone ad alta densità abitativa e che potrebbero aver causato decine di morti negli ultimi giorni”.
Dello stesso avviso Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari che ha definito la situazione umanitaria ad Abidjan “drammatica”, precisando che la “maggior parte degli ospedali e dei servizi pubblici non sono più funzionanti”.
Prima l’Onu si schiera apertamente con Ouattara, sostiene militarmente i militari, bombarda Abidjan e poi esprime preoccupazione per i civili.
Ma la missione di pace delle Nazioni Unite non dovrebbe essere neutrale?
Come mai nel conflitto civile del 2002, subito dopo il tentativo di colpo di Stato di Ouattara, quando i ribelli delle Forze nuove ammazzavano e seviziavano la popolazione civile, causando centinaia di morti e di decine di migliaia di sfollati, la Francia e l’Onu non sono intervenuti rispondendo all’allora presidente Gbagbo, eletto democraticamente nel 2000, che era una “questione ivoriana”. Due pesi e due misure.

E come mai dopo il massacro di Duèkoué, in cui le Forze repubblicane di Ouattara hanno ucciso 800 civili, raso al suolo un villaggio, violentato le donne  e i bambini,  l’Onu non è intervenuto contro il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale?

Le prove contro i ribelli sono schiaccianti: “Sono arrivati di giorno, mentre eravamo nei campi. Non ci eravamo allarmati molto, sapevamo che sarebbero arrivati ma pensavamo che avrebbero proseguito per Abidjan. Ci eravamo detti: non sarà come durante la guerra. Vogliono solo dimostrare di avere il controllo sull’intero territorio. Invece hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi e hanno cominciato a bruciare case e granai” è la testimonianza di Simon Taye, rifugiato ivoriano raggiunto dalla Misna in un assembramento di profughi oltre il confine con la Liberia, dove è arrivato dopo un giorno e mezzo di cammino nella foresta che attraversa la frontiera tra i due Paesi.
L’intera avanzata delle Forze repubblicane, con l’ausilio delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, è stata accompagnata da massacri, sevizie e stupri. “Era il 15 marzo, non dimenticherò mai questa data. Da giorni non si vedevano forze dell’ordine in circolazione quando uomini armati di tutto punto, gente delle forze repubblicane, sono arrivati nella nostra cittadina, Toulepleau, ultima città ivoriana prima del confine, a circa 130 chilometri di Duekoué,  e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sui civili, donne e bambini disarmati. Alcuni sono stati colpiti alle mani e ai piedi e non hanno potuto scappare a nascondersi tra la vegetazione come ho fatto io” racconta un altro profugo alla Misna.
E ora il terrore ha raggiunto anche la capitale economica: “Abidjan è fuori controllo, si spara, ci sono saccheggi ovunque e cadaveri nelle strade, cominciano a scarseggiare acqua ed elettricità, i colpi d’arma da fuoco sono arrivati anche in ambasciata e non da oggi”. A parlare è l’ambasciatore italiano in Costa d’Avorio, Giancarlo Izzo, contattato dall’Ansa, che ha spiegato che “non si possono fare previsioni sui tempi” della fine della guerra. “Le forze dei due si confrontano da mesi”, osserva Izzo, e “a complicare ulteriormente le cose c’è stato l’intervento militare dei caschi blu e dei francesi, che hanno sparato dagli elicotteri contro le postazioni dei sostenitori di Gbagbo che hanno accusato i francesi di neocolonialismo”.
Intanto la situazione rimane confusa ad Abidjan. Se i media francesi parlano di una sconfitta del presidente Gbabgo, il suo portavoce assicura che le Forze di difesa e di sicurezza hanno ancora il controllo della sua residenza e del palazzo presidenziale e del più importante
accampamento militare ad Abidjan. Una versione confermata dalla fonte di Rinascita, che ha parlato di centinaia di morti invece tra le fila delle Forze repubblicane di Ouattara. Ma circola anche la voce che Gbagbo stia negoziando la resa. Lo ha affermato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che detto: “Sono a conoscenza di queste trattative”. Ma sono poco attendibili le notizie riportate dai media francesi. Tanto che il portavoce di Gbagbo ha sostenuto che il legittimo presidente della Costa d’Avorio “è vivo e non si arrende”.

Mosca: ”Attacchi illegali in Costa d`Avorio”

Gli attacchi dell’Onu e delle forze francesi ad Abidjan sono “illegali”  nonché un “tentativo di assassinio”. Lo ha affermato Alain Toussaint, il consigliere del presidente Gbagbo in Europa.
Secondo Toussaint è stata proprio la coalizione internazionale, guidata da Francia e Usa, “a gettare il Paese nel caos”. Il consigliere ha quindi accusato “l’antica potenza coloniale francese di aver equipaggiato, formato e armato la ribellione di Alassane Ouattara”.
Un’accusa che è stata smentita dal Palazzo di Vetro che assicura che anche “se gli uomini di Gbagbo parlano di illegalità” dei raid, l’intervento è invece in linea con “il sesto paragrafo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, approvata il 30 marzo scorso”. Ma tale risoluzione numero 1975 “esortava le parti a cooperare con l’alto rappresentante dell’Ua” per trovare una “soluzione pacifica”.
È un passo fondamentale perché nessun Paese dell’Unione Africana e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mai autorizzato un intervento militare in Costa d’Avorio. Pertanto l’Unione africana e la Russia hanno sollevato dubbi sulla legalità dei bombardamenti aerei della Francia e dell’Onu su Abidjan.
“Ci sono significative perdite in vite umane in Costa d’Avorio. Certamente l’Unione africana ha fatto pressioni per il riconoscimento di Ouattara ma ciò non significa dover fare la guerra e autorizzare l’intervento di un esercito straniero” ha detto da Ginevra dove si trova in visita il capo di stato della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang, attualmente presidente di turno dell’Ua.
Anche il Sudafrica, pur avendo votato la risoluzione sulla Costa d’Avorio, prende le distanze dall’intervento militare: “Non mi ricordo di aver dato un qualsiasi mandato per un bombardamento aereo sulla Costa d’Avorio” ha detto da Pretoria il ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, rimarcando che il Sudafrica “non sostiene ciò che non ha votato”.

Epurazioni e carneficine in Costa d’Avorio

Eccidi ed epurazioni in Costa d’Avorio. Lo hanno denunciato la Croce Rossa Internazionale e la Caritas che hanno accusato le Forze repubblicane di Alassane Ouattara di aver ucciso nei giorni dell’offensiva militare più di 800 civili, perlopiù bambini, donne e vecchi, nella città di Duékoué, nell’ovest del Paese.
“I combattimenti avvenuti fra domenica 27 e martedì 29 marzo nel corso di un’offensiva compiuta dalla Forze repubblicane nella città di Duekoué – si legge nel comunicato della Caritas – sarebbero all’origine del migliaio di morti e dispersi”.
Ma non è solo l’Ovest del Paese ad essere teatro di massacri. La fonte di Rinascita, che vive ad Abidjan, racconta che anche ad est sono cominciate le epurazioni: il villaggio di Blé Goudé, il carismatico ministro della gioventù, che si trova vicino a Guiberoua, sarebbe stato completamente distrutto. Si parla anche qui di centinaia di morti: “le donne prima di essere uccise sono state violentate, quelle incinte sventrate e poi sgozzate”.
A San Pedro, i detenuti liberati nei giorni scorsi dai ribelli di Ouattara sono entrati in una chiesa e hanno sparato facendo decine di morti.
A fronte delle denunce della Croce Rossa internazionale e della Caritas, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha chiesto al presidente Ouattara di far luce su quanto accaduto durante l’avanzata e di prendere misure severe contro quanti hanno preso al massacro.
È la prima volta dall’inizio della guerra che le Nazioni Unite fanno un’accusa del genere nei confronti del presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Un atteggiamento che ha infastidito non poco il governo di Ouattara che, forte del sostegno degli Stati Uniti e della Francia, si sente intoccabile.
Ally Coulibaly, ambasciatore della Costa d’Avorio in Francia, è infatti passato al contrattacco, accusando l’Onuci di non aver fatto niente per fermare i massacri nell’ovest della Costa d’Avorio.
“L’Onuci dice che ci sono state stragi, ma dov’era l’Onuci? L’Onuci  non era sul posto quando le forze repubblicane sono arrivate, l’Onuci era assente. Pertanto, non può accusare (…), cercando  di offuscare l’immagine del presidente Alassane Ouattara” ha denunciato Coulibaly, alla radio France-Info. L’ambasciatore ha poi confermato che “ci sono stati massacri”, ma ha messo in dubbio la versione della Caritas, bollando l’organizzazione come “troppo vicina alla chiesa” che “non ha mai desiderato la vittoria di Ouattara”. Ma ieri la televisione canadese ha messo in onda un servizio sulla Costa d’Avorio nel quale si dimostra che il massacro di Duékoué è stato compiuto dalle Forze repubblicane.

Prove che hanno “costretto” l’Unione Europea, sempre più in balia del presidente francese Nicolas Sarkozy, a scendere in campo per esortare le forze dei due rivali politici, Ouattara e Gbagbo, a proteggere i civili e a salvare il Paese da “un nuovo conflitto civile”. Lo ha affermato il commissario europeo per gli aiuti umanitari Kristalina Georgieva che appare poco informata sulla situazione ivoriana: la guerra c’è già in Costa d’Avorio. E pure da mesi.
Lo sa bene invece la Francia che ha ieri ha inviato altri 150 soldati ad Abidjan, duemila militari della Legione Straniera, e più di 100 carri armati.
Parigi è in guerra e teme per i francesi che vivono in Costa d’Avorio. Ma la classe non è acqua e il governo di Gbagbo ha assicurato che nonostante le manovre che continuano a “seminare morte” nel Paese “non sarà fatto alcun male ai cittadini francesi”.
Questi ultimi non hanno infatti colpa della politica belligerante del presidente Sarkozy che ha piazzato cecchini sui tetti delle case di Abidjan per impedire a migliaia di persone, disarmate, di raggiungere il palazzo presidenziale di Gbagbo. È successo domenica: un cordone di ivoriani si è stanziato intorno al perimetro della presidenza, unendosi ai giovani patrioti, che hanno ripreso il controllo della Radio e Televisione di Stato (Rti).  Secondo quanto riferito dalla fonte di Rinascita, intere famiglie, giovani e vecchi, donne e uomini, si sono stesi per terra impedendo ai carri armati francesi di arrivare al palazzo presidenziale gridando “meglio morire con onore che vivere da schiavo” oppure “Sarkozy vuole la Costa d’Avorio? Ci dovrà uccidere tutti”.  Non hanno paura di morire perché è più grande il timore di essere “ricolonizzati” dalla Francia.

tre articoli-testimonianza di Francesca Dessì -  aprile 2011 – da Rinascita.eu

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