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Verità sul Regno delle Due Sicilie

Posted: January 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Storia | No Comments »

Il declino del Sud comincia con la fine del Regno delle Due Sicilie

di Domenico Bonvegna

Devo a Tommaso Romano la presentazione del suo libro (che gentilmente mi ha inviato), Dal Regno delle Due Sicilie al declino del Sud, edizioni Thule di Palermo (2a edizione settembre 2010). Un agile testo di poche pagine ben documentato.

Non conosco personalmente Tommaso Romano ma per il suo impegno poliedrico, ne ho sentito parlare un gran bene negli ambienti di Alleanza Cattolica in Sicilia, infatti Romano è stato Consigliere e quattro volte assessore alla Cultura della provincia di Palermo (di cui è stato vicepresidente per quattro anni) e del Comune di Palermo. Docente di filosofia, Italiano e Storia, docente all’Accademia di Belle Arti e di scienza della Comunicazione. Ha fondato l’Archivio Biografico Comunale della Città di Palermo.  Infine è autore di numerose opere di saggistica e poesia.

Nonostante tutte queste esperienze socio culturali, Tommaso Romano come lui stesso scrive, non si sente di essere uno storico togato anche perché ama occuparsi degli studi filosofici-letterari. Tuttavia il libro può dare un ottimo contributo a comprendere le insorgenze antigiacobine, il risorgimento, la tradizione nel Sud e in Sicilia, lo stato in cui versa il meridione, anche se il testo non ha la pretesa di esaustività degli argomenti.

Dal Regno delle Due Sicilia al declino del Sud, denuncia come tanti altri libri, tra l’altro presenti nelle 5 pagine della bibliografia, il modo violento dell’unificazione del nostro paese ai danni del popolo meridionale, gli effetti perniciosi che noi siciliani e meridionali abbiamo patito, senza però invocare il revanscismo sterile, o la nostalgia incapacitante, oppure il ‘primato’ supposto di un sistema sull’altro, attento a non cadere, nella contrapposizione Nord-Sud, che favorisce le follie della parte più estrema del leghismo detto padano, di quella pseudo-antropologia che classifica come ‘inferiori’ le donne e gli uomini del Sud.

Il merito del testo di Tommaso Romano è di collegare gli eventi passati alla realtà odierna che si affretta a scrivere: ilmio Meridione non esclude né il Nord né tantomeno l’Europa e ancor di più l’intero Mediterraneo. Il libro non manca di esaltare la civiltà, l’accoglienza solare, autenticamente umana della terra di Sicilia, anche se paga e continua a pagare la sua atavica incapacità di apparire protagonista; uno  dei frutti  più evidenti è la tragedia di una gioventù che continua ad emigrare malgrado diplomi e lauree, intelligenze e meriti.

Il Sud resta da 150 anni sempre drammaticamente al palo - scrive Romano – Certo anche per le sue incongruenze e per l’incapacità di scuotersi come dovrebbe e forse potrebbe. In ogni caso - continua Romano – riflettere sul passato non appare pratica antichista né esercizio filologico, né tanto meno banale esaltazione dell’ Ancien Regime, del bel tempo andato. In pratica studiare la nostra Storia significa comprendere e rimuovere la radice della crisi, in questo caso dei popoli meridionali.

Da buon politico l’autore sostiene che i problemi del meridione, tra l’altro ancora irrisolti, non sono nati per caso, ma non ci potrà essere futuro migliore, di reale integrazione senza riconoscere le cause storiche dei nostri problemi, senza studiare attentamente gli avvenimenti, non obliando la memoria.

Romano comincia il libro sostenendo la tesi che l’unità del popolo italiano c’era già ed è da ascrivere all’ethos della ‘nazione spontanea’, a quella dimensione profonda, ‘transpolitica’ secondo la definizione di Augusto Del Noce, che sedimenta nella coscienza determinando i tratti della tradizione di un popolo. Lo spirito italiano è dunque pre-politico, genetico e linguistico affonda le sue radici nella romanità, nella cultura greco-latina e nel medioevo cristiano da san Tommaso a san Bonaventura, da Dante a Petrarca, fino a Leonardo e Galilei, Vico e Rosmini, e non coincide certamente con la nascita dello stato unitario.

Nel II capitolo Romano ricorda con dati alla mano la profonda ricchezza del Regno delle Due Sicilie nel momento in cui viene barbaramente conquistato. Per evidenziare le ricchezze del Regno napoletano, Romano parte dall ‘opera poderosa di revisione compiuta da Francisco Elias de Tejada nella sua monumentale Napoles Hispanica, edita da Controcorrente di Napoli, sulla presenza della corona spagnola, sul concetto missionario confederale e cristiano delle Hispanidad, a Napoli e nel Meridione.

Romano ci invita pacatamente a ripartire dalle condizioni sociali dell’Antico Regno prima dell’unità d’Italia. Scopriremo che il Sud si avviava ad essere, e in molti campi lo era, un Regno fra i maggiori d’Europa. Il libro di Romano snocciola una serie di dati, con riferimento alla cultura, l’arte, l’economia, la finanza, la politica, dove risulta che il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga superiore al piccolo regno sardo, il Piemonte, riportando a pagina 25, le cifre del bilancio commerciale degli Stati italiani preuniti, tutti attivi tranne il Piemonte.

Addirittura all’Esposizione internazionale di Parigi nel 1856 il Regno delle Due Sicilie era premiato per il livello raggiunto e giungeva al terzo posto fra gli Stati, dopo Inghilterra e Francia.

Nel III capitolo Romano tratta della cosiddetta leggenda risorgimentale, sfatando i miti, i soliti schemi, che purtroppo ancora imperano nelle scuole e anche intorno ai festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Dai re Borboni sempre inetti e pavidi, ai lealisti divenuti pessimi briganti da sterminare, malgrado la loro resistenza durerà fino al 1870. Alle  vaste insurrezioni delle masse, come risvegli della volontà popolare, fino a scoprire che si è trattato di un movimento risorgimentale sempre sotto l’impulso di minoranze selezionate, di élite intellettuali, gruppi sparsi e sconnessi, spesso personaggi fantastici. Occorre sgombrare la storia del Risorgimento dalle tinte rosee, dall’oleografia demagogica. Le grandi masse furono estranee a questo movimento, il famoso ‘grido di dolore’, fu una vera e propria invenzione. Bisogna, scrive Romano, soffiarne via tutta la la teologia demo-massonica e umanitarista che gli storici impeciati di radicalismo vi hanno appiccicato.

Il Regno di Francesco II fu rapinato da un manipolo di uomini, per gran parte, bande armate provenienti dal malaffare (i cosiddetti “picciotti”), grazie ai tradimenti e alla corruzione dei capi militari, di aristocratici e politici. Romano fa riferimento allo stesso La Farina che in una lettera rivelatrice evidenzia di che pasta erano fatti i cosiddetti volontari di Garibaldi. Anche il testo di Romano descrive il mito Garibaldi, creato ad arte nelle logge massoniche d’Inghilterra. Colpisce la faccenda della morte della compagna Anita, pare per strangolamento, naturalmente tutto insabbiato.

Nel IV capitolo, Romano affronta il costo altissimo della conquista militare del Sud italiano. Alla fine si conteranno dopo dieci anni dall’unificazione, in tutto l’ex Reame, un milione di morti, fra civili, briganti e militari, 54 paesi rasi al suolo, 500. 000 prigionieri politici e una economia totalmente distrutta, con un carico fiscale aumentato dell’87 per cento.

Il professore Romano chiede, per tutti giustizia, pietà, pacificazione ma nella verità storica e nella chiarezza e non oblio in nome di una retorica lontana dal comune sentire, e neanche si pretende impossibili restaurazioni.

In Romano trapela appena qualche critica nei confronti della Lega e forse una certa sfiducia nella politica, ma certamente sono d’accordo con lui quando scrive che sono patetici certi esponenti di governi regionali del Sud che inneggiano al Risorgimento e a Garibaldi. Senza una profonda revisione culturale, a vecchi sistemi di potere se ne sostituiscono soltanto altri di pari matrice e non cambierà un bel nulla. Non bastano pertanto le dichiarazione e gli intenti - scrive Romano – bisogna risanare dalle menzogne, scuotere le coscienze, reagire, creare una cultura seria di governo non propagandistica o ad effetto e quindi obiettiva e documentata, in grado di rimettere a posto prima le idee e poi i mali della sanità, dell’istruzione, le infrastrutture, le industrie locali, la qualità della spesa pubblica, le grandi incompiute (a cominciare dalle ferrovie e dalle strade interne, specie in Sicilia).

Rozzano MI, 17 gennaio 2011
Festa di S. Antonio Abate, patrono degli animali

Domenico Bonvegna
domenicobonvegna[chiocciola]alice.it
http://www.miradouro.it/node/23102
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