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Il dott. Valli, di fronte al silenzio della Israel-lobby italiana (…chi tace acconsente…), esterna una seconda analisi

Posted: August 13th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Israel Lobby, Sionismo, Siria, Valli Gianantonio | Tags: , , , , , , , | No Comments »

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Riceviamo e pubblichiamo la

Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Gentile signor Stefano Gatti,

nella speranza che Lei concordi nuovamente sulla necessaria diffusione in ogni sede mediatica delle mie considerazioni, ardisco far seguito alla mia del 29 luglio.

Questa volta però, vista l’assenza di una Sua risposta, ho deciso di risparmiare busta, carta e francobolli per le destinazioni postali a Milano e Roma. Non me ne voglia se la somma risparmiata servirà ad acquistare altre pubblicazioni e volumi. Del resto, assicuro, si tratterà sempre di documentazione su di Lei e i suoi congeneri.

Per quanto a noi goyim, ed a me in particolare, ripugni perdere tempo in questioni inessenziali, ritengo pur sempre corretto aderire alla massima «chiedere è lecito, rispondere è cortesia». Ovviamente, quando si tratti di rispondere a quesiti gentilmente formulati, senza intenti polemici né volontà di aprire, ad esempio con Lei, una diatriba intellettuale.

Non entro quindi nel merito del problema Siria, sul quale abbiamo probabilmente visioni discordanti, e neppure tratterei della legittimità dello Stato degli Ebrei o dell’annosa questione «nazismo/neonazismo». Per la quale ultima mi sono già dilungato, sperando comunque di avere chiarito, con Sua soddisfazione, un problema culturale che forse tuttora La affligge.

Da informazioni raccolte, ho saputo che Lei sarebbe il responsabile di tale «Osservatorio sul pregiudizio antiebraico». Mi sarei maggiormente compiaciuto se la dizione fosse stata «Osservatorio sul giudizio antiebraico». Non ritenga che gli avversari dei Suoi congeneri siano sempre affetti da pre-giudizi, irrazionali e non documentati! Talora – certo raramente o forse mai secondo Lei – potrebbe trattarsi di post-giudizi. Giudizi cioè a posteriori, razionali e documentati. Ma non voglio sottrarLe ulteriore tempo per la Sua prestigiosa professione di Osservatore. Entro in argomento.

Al punto 5 della mia lettera Le avevo chiesto su quale mia nefandezza Lei basasse l’aggettivo «famigerato», usato per definire la mia persona. Non mi ha risposto. Taluno mi ha suggerito che il motivo poteva essere il mio radicale rifiuto dell’impostazione mentale dei Suoi congeneri. Talaltro, la mia ripugnanza per il Santo-che-benedetto-sia. Talaltro ancora, rifacendosi a più concrete analisi politiche, la mia irriducibile avversione ad essere preso per i fondelli.

Boh! Penso che, in mancanza di una Sua risposta, dovrò rassegnarmi a restare nell’ignoranza. Certo, non mi affiderò alla Giustizia Democratica né la inviterò coi padrini ad un appuntamento dietro il convento dei Carmelitani. Anche se «la giustizia deve essere di questo mondo». Anche se per l’Altro Mondo ho fatto mio il «Let din welet dayan» del sublime Acher (non per Lei, ma per i goyim traduco: «Non c’è giudizio né Giudice»). Invero, lascio ai Suoi congeneri deboli di mente la questione «retribuzione nel Mondo Avvenire». Deboli di mente, chiarisco, qualora ci credano davvero. Forti invece di mente, fortissimi e ammirevoli, qualora di tale superstizione abbiano impregnato, quale arma letale, la mente dei goyim. Abbia pazienza, ormai mi conosce, mi cito:

Per il goy Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla Ca­li­fornia State Univer­sity, il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razio­na­lizzano quale religione, altro non è che «una strategia evolu­zionistica ecolo­gica­mente specializza­ta [...] sostanzial­mente centrata sulla difesa del gruppo», massi­mo tra i paradigmi di etnocentri­smo e competizione per il successo economico-ripro­duttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]». Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudai­smo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della razza ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927]. Di conseguenza, convertirsi “non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – essere adottati dalla razza ebraica”» (in MacDonald I), ribadendo che «possia­mo concepire il giudaismo soprat­tutto come un­’invenzio­ne culturale­, mantenu­ta in vita dai controlli sociali che operano per strut­tu­rare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’inter­no del gruppo il comporta­men­to sia nei confron­ti dei membri del gruppo sia nei con­fronti degli estranei [that rationalizes ingroup beha­vior both to ingroup members and to outsiders]» (in MacDonald II).

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BIBLIOGRAFIA:

MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994

MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998

MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998

MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000

MacDonald K. (V),  prefazione alla nuova edizione di  The Culture of Critique, 1stbooks Library  (in proprio), 2002, in  csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html

MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

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La mia seconda domanda – priva di malizia come la prima – era tesa a sapere se Lei fosse «figlio degli autori del volume, tosto mandato al macero, Il quinto scenario, edito nel 1994 da Rizzoli, nel quale si avanza la tesi che ad abbattere l’aereo passeggeri su Ustica furono due caccia israeliani». In caso affermativo La avrei pregata di indirizzare i miei complimenti e il mio rammarico agli autori. I complimenti, per l’acutezza investigativa e l’indipendenza intellettuale mostrata nel trattare un tema tanto esplosivo. Il rammarico, perché il volume è stato distrutto dall’editore e mai più ristampato. Un rogo di libri, Lei m’intende! Dopo le querimonie di Avi Pazner, ambasciatore dello Stato degli Ebrei.

Infine, mi accorgo di essere incorso, nella precedente lettera aperta, in due inesattezze (ma anch’Ella, del resto, a parte i rilievi già da me formulati, ha definito «lungo discorso» la mia esposizione di soli tredici minuti… vedrà nelle prossime conferenze!).

La prima: ho traslato l’anno goyish 2012 nell’ebraico 5769, mentre chiunque sa che l’anno corretto è il 5772. Il 5772° anno dalla Creazione del Mondo.

La seconda: ho definito «avvocatessa» Donatella Di Cesare, per quanto la quarta di copertina specificasse che è «professore ordinario di Filosofia teoretica». Chiedo scusa per il mio blocco mentale. Invero, dopo avere letto l’opuscoletto liberticida Se Auschwitz è nulla – Contro il negazionismo, mi ero inconsciamente convinto che nessun docente di filosofia avrebbe potuto assemblare una tale accozzaglia di sofismi e spacciarli per ragionamenti. Forse, ma non ne sono sicuro, nemmeno un azzeccagarbugli. E chiedo scusa agli azzeccagarbugli.

Con osservanza

Cuveglio, 13 agosto 2012

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Fonte:
http://www.webnostrum.com/?p=1528

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Link a questa pagina:
http://espeditogonzales.altervista.org/2012/08/13/il-dott-valli-di-fronte-al-silenzio-della-israel-lobby-italiana-%E2%80%A6chi-tace-acconsente%E2%80%A6-esterna-una-seconda-analisi/

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Il dott. Gianantonio Valli reagisce e risponde agli attacchi della Israel lobby

Posted: July 30th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Israel Lobby, NWO, Sette, Sionismo, Siria, Testimonianze, Valli Gianantonio, Video | Tags: , , , , , , , | No Comments »

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Riceviamo e pubblichiamo per conto dell’autore e amico, il dott. Gianantonio Valli, un lettera in risposta alle diffamazioni e fango diffuse pubblicamente dalla Israel lobby italiana sul portale di Romaebraica.it (che riportiamo successivamente), in seguito al suo intervento durante la manifestazione a Milano in sostegno della Sira sotto attacco.

Tale setta, tramite uno dei suoi portaborse, Stefano Gatti, rappresentante di spicco del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, sovvenzionato dal governo italiano, cioe’ i contribuoenti, con 300 mila euro annui), ha cosi’ voluto sottolineare e confermare la presa di posizione e copertura ideologica e mediatica del sionismo italiano in favore del terrorismo internazionale che sta insanguinando la Siria.

Stefano Gatti ascese alla ribalta nella primavera del 2010, grazie alla signora Fiamma Nirenstein e alla sua Commissione Parlamentare sull’Antisemitismo, con la quale si pretendeva censurare e oscurare alcuni siti web italiani scomodi (soprattutto TerraSantaLibera.org e Effedieffe.com) , i quali proponevano articoli di cronaca sui crimini commessi in Palestina dall’entita’ sionista, nonche’ testi di analisi e critica culturale non graditi alla casta rabbinica.

Non potevano quindi il Gatti e il CDEC digerire l’intervento del dott. Gianantonio Valli in difesa della Siria e della liberta’ e identita’ dei popoli, ma soprattutto non poteva la setta sionista perdere un’occasione d’oro per giustificare la propria esistenza e la rapina di ben 300 mila euro annui ai danni del popolo italiano. Chissa’ se il portaborse dei portaborse, Mario Monti, tagliera’ questa spesa…

(Redazione di SyrianFreePress.net Network)

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Lettera del dott. Gianantonio Valli al:

signor Stefano Gatti,

presso CDEC, via Eupili 8, 20145, Milano

presso Comunità Ebraica Romana, largo Stefano Gaj Tachè, 00186, Roma.

“Gentile signor Stefano Gatti,

ho preso visione dello scritto comparso a Sua firma in data 26 luglio 2012, sito romaebraica.it, titolato «Comizio neonazista a Milano». Mi pregio puntualizzare:

1. la Siria, da Lei riduttivamente definita «degli Assad», è in realtà la Siria del popolo siriano, di cui è legittimo presidente il dottor Bashar al-Assad.

2. tra i promotori della manifestazione non c’erano organizzazioni «arabo islamiche» – sapiente l’uso del termine «islamiche», Lei mi capisce! – ma la Comunità siriana che si riconosce nel suo legittimo governo e difende, contro una feccia di tagliagole assassini, i legittimi interessi, morali e materiali, del popolo siriano.

3. i – da Lei definiti – «movimenti estremisti di sinistra e di destra» sono stati contattati, come pure singoli personaggi come il sottoscritto, dalla Comunità siriana. Tutti hanno aderito di buon grado alla testimonianza di libertà che veniva loro offerta e non hanno «promosso» un bel niente.

4. se Lei, come penso, ha visionato il filmato integrale del mio intervento, riterrà certo opera di Sua foga polemica l’avere scritto che io avrei «tessuto un ampio elogio dell’Iran degli ayatollah». In verità, ho usato il termine «Iran» due sole volte, senza giudizi di valore. Né «ampio» quindi, né «elogio». Il che, ovviamente, non toglie che, di fronte a realtà come l’attuale Stato degli Ebrei, la Repubblica Islamica dell’Iran sia un faro di luce e dignità umana.

5. vengo definito «famigerato esponente del neonazismo italiano». Ora, poiché l’aggettivo «famigerato» è sinonimo almeno di «malfamato», Le chiedo cortesemente su quale mia nefandezza Lei fondi tale termine. A mia conoscenza non sono mai stato eccepito né sanzionato, né ho mai compiuto azioni che qualunque persona ben nata possa giudicare disdicevoli.

6. l’uso del termine «neonazismo» è indebitamente polemico. Invero, non ho mai fatto parte di gruppi politici, né organizzati, né informali. La mia attività, di natura squisitamente intellettuale, è consistita nello studio, nell’analisi, nella formulazione di ipotesi e nell’arrivo a conclusioni dettate dal desiderio di allontanarmi quanto possibile dalla menzogna. Cioè, di avvicinarmi alla verità.

7. che tale volontà e l’impostazione culturale dell’intera mia vita permetta a me di definirmi «compiutamente fascista» – cioè, nazionalsocialista – non permette a Lei, ancorché spinto da interessata polemica, di definirmi «neonazista». A tale scopo, mi permetta di allegarLe la nota di apertura a quelli che Lei ha definito «enormi volumi di polemistica antisemita».

Gianantonio Valli, nato a Milano nel 1949 da famiglia valtelli­ne­se e medico-chirurgo, ha ● pubblicato saggi su l’Uomo li­be­ro e Orion; ● curato la Bibliografia della Repub­blica Sociale Italiana (19891), i saggi di Silvano Lorenzoni L’abbraccio mortale – Monoteismo ed Europa e La figura mostruosa di Cristo e la convergenza dei monoteismi, i libri di Joachim Nolywaika La Wehr­macht – Nel cuore della storia 1935-1945 (Ritter, 2003), Agostino Marsoner Gesù tra mito e storia – Decostruzione del dio incarnato (Effepi, 2009), Wilhelm Marr, La vittoria del giudaismo sul germanesimo (Effepi, 2011) e Johannes Öhquist, Il Reich del Führer (Thule Italia, 2012); ● redatto la cartografia e curato l’edizione di L’Occidente contro l’Euro­pa (Edizioni dell’Uomo libero, 19852) e Prima d’Israele (EUl, 19962) di Piero Sella, Gori­zia 1940-1947 (EUl, 1990) e La linea dell’Isonzo – Diario postumo di un soldato della RSI. Battaglione bersaglieri  volontari “Benito Mussolini” (Effepi, 2009) di Teodoro Francesconi; ● tradotto, del nazionalsocialista Gottfried Griesmayr,  Il nostro credo – Professione di fede di un giovane tedesco (Effepi, 2011).

È autore di: ● Lo specchio infranto – Mito, sto­ria, psi­co­logia della  visio­ne del mon­do elleni­ca (EUl, 1989), studio sul per­corso e il significato meta­storico di quella Welt­anschau­ung; ● Senti­men­to del fa­scismo – Ambiguità e­si­stenziale e co­eren­za poe­ti­ca di Ce­sa­re Pa­vese (Società Editrice Barbarossa, 1991), nel quale sul­la base del taccui­no «ritrova­to» evidenzia l’ade­sio­ne del­lo scrittore alla visione del mondo fasci­sta; ● Dietro il So­gno America­no – Il ruolo dell’e­braismo nella cinema­togra­fia statu­ni­ten­se (SEB, 1991), punto di partenza per un’opera di seimila pa­gine di formato normale: ● I complici di Dio - Gene­si del Mondiali­smo, edito da Effepi in DVD con volumetto nel gennaio 2009 e, corretto, in quattro volumi per 3030 pagine A4 su due colonne nel giugno 2009; ● Colori e immagini del nazionalso­cia­lismo: i Congressi Nazio­nali del Partito (SEB, 1996 e 1998), due volumi fotografici sui primi sette Reichsparteita­ge; ● Holocaustica religio – Fondamenti di un paradig­ma (Effepi, 2007, reimpostato nelle 704 pagine di Holocaustica religio – Psicosi ebraica, progetto mondialista, Effepi, 2009); ● Il prezzo della disfatta – Massacri e saccheggi nell’Europa “liberata” (Effepi, 2008); ● Schindler’s List: l’immaginazione al potere – Il cinema come strumento di rieducazione (Effepi, 2009); ● Operazione Barbarossa – 22 giugno 1941: una guerra preventiva per la salvezza dell’Europa (Effepi, 2009); ● Difesa della Rivoluzione – La repressione politica nel Ventennio fascista (Effepi, 20122); ● Il compimento del Regno – La distruzione dell’uomo attraverso la televisione (Effepi, 2009); ● La razza nel nazionalsocialismo – Teoria antropologica, prassi giuridica (in La legislazione razziale del Terzo Reich, Effepi, 2006 e, autonomo, Effepi, 2010); ● Dietro la bandiera rossa – Il comunismo, creatura ebraica (Effepi, 2010, pp. 1280); ● Note sui campi di sterminio – Immagini e statistiche (Effepi, 2010); ● L’ambigua evidenza – L’identità ebraica tra razza e nazione (Effepi, 2010, pp. 736); ● La fine dell’Europa – Il ruolo dell’ebraismo (Effepi, 2010, pp. 1360); ● La rivolta della ragione – Il revisionismo storico, strumento di verità (Effepi, 2010, pp. 680);  ● Trafficanti di sogni – Hollywood, creatura ebraica (Effepi, 2011, pp. 1360); ● Invasione – Giudaismo e immigrazione (Effepi, 2011, pp. 336); ● Il volto nascosto della schiavitù – Il ruolo dell’ebraismo (Effepi, 2012); ● L’occhio insonne – Strategie ebraiche di dominio (Effepi, 2012, pp. 604).

Ri­cono­scendosi nel solco del reali­smo pagano (visione del mondo elleno-roma­na, machiavelli­co-vichiana, nietzsche­a­na ed infine compiutamente fascista) è in radicale opposi­zio­ne ad ogni allucinazione ideo-politi­ca demoli­berale e socialcomu­nista e ad ogni allucinazione filosofi­co-reli­giosa giudaica e giudaicodiscesa. Gli sono grati spunti critico-opera­ti­vi di ascenden­za volterriana. Non ha mai fatto parte di gruppi o movimenti politici e conti­nua a ritenere preclusa ai nemici del Sistema la via della politi­ca comunemente intesa. Al contrario, considera l’assolu­ta urgenza di prese di posizione puntuali, impatteg­giabili, sul piano dell’ana­lisi storica e in­tellet­tuale.

8. e lasci perdere il termine «nazista», da Lei sbavato al posto del corretto «nazionalsocialista»! non offenda il Suo equilibrio con cadute di stile! E mi ri-cito:

Poiché le parole veicolano il pensiero e poiché ben concordiamo con Dietz Bering («le parole sono stru­menti che le società approntano per deter­mi­nati scopi; usandole, esse interpretano e formano la realtà»), con Gian Luigi Beccaria («l’agonia e la morte delle cose cammina di pari passo con l’oblio del nome che le designa») e con Guillaume Faye («le parole hanno un’importanza fonda­men­tale, come sostiene Fou­cault, costituiscono il fondamento dei concetti che a loro volta sono l’impulso semantico delle idee, motore delle azioni. Nominare e descrivere è già costruire»), i termini «nazista/na­zi­smo», e tanto più il fantapsichico «nazi» – Mode­schimpfworte, «insulti alla moda» e proto­ti­pi di ogni neolingua, coniati dai comunisti weimariani, il secondo dal demi-juif Konrad Heiden – vengono da noi sem­pre posti tra vir­go­let­te.

Ciò in quan­to non-scientifici e caricature parame­ta­fi­siche del fenomeno nazio­nal­socialista ope­ra­te dai suoi nemici radicali, vo­ca­boli disin­carnati da ogni realtà, flatus vocis desti­tuiti di riso­nanza storica. Si pensi solo, ab inversis, al risibile senso palesato dai termini democratico, libe­rale, socialista, comunista e giudeo/e­breo quando ve­nis­sero sincopati in «demati­co/demo», «li­bale/liba», «socista/so­ci», «comi­sta/comi», ed infine «udeo» e «breo» (volendo, per questo ultimo, con Voltaire, anche «bereo»). Inconsapevoli, con­corda­no con noi Joseph Si­truk Gran Rabbino di Fran­cia: «I nazisti perdono la loro umanità e non possono es­se­re più con­si­derati uomini» e l’antico assas­si­no Joseph Harmatz: «I nazisti al genere umano erano estranei». «Per la Germania del tempo di Hitler» – conclude lo storico Jacques Heers, svelando un­’ar­ma pole­mi­ca di indiscussa efficacia – «non si parla oggi se non di “nazismo”, termine dalle consonanze bizzarre, un po’ barbare, che evoca ai nostri occhi il male assoluto e carica di ogni peccato tutto quanto si vuole accusare di “nazionale”».

9. «i principali temi del discorso antisemita nazista» – così Lei definisce riduttivamente la mia opera – altro non sono che le conclusioni scaturite dalla lettura di migliaia di libri, saggi ed articoli opera dei Suoi congeneri, dai più stimabili ai più faziosi. Ripeto, migliaia, tanto che immodestamente posso ritenermi il solo goy ad essermi immerso tanto vastamente in tale pubblicistica religiosa, ideologica, psicologica, storica e politica. La Bibliografia della mia opera principale, «I complici di Dio», riporta diecimila titoli. E creda, tutti letti iuxta sua et propria principia a documentare limpidamente una visione del mondo a me radicalmente aliena. Altrettanto certo è che l’80% delle citazioni da me riportate è di fonte ebraica (chiedo venia per l’altro 20%). E mi ri-cito:

D’altra parte, se è vero che il talmudi­co Maestro Jose ci insegna che «una persona non dovrebbe mai dare a Satana l’op­portunità di aprire la boc­ca» (Bera­kot 60a) e che «non dovremmo conce­dere nes­suna misericor­dia a chi è privo di conoscenza» (Bera­kot 33a) in quan­to «senza cono­scenza, come può esservi discerni­mento?» (Berakot j 5, 2), questo – l’essere cioè privi di cono­scenza – non sembra essere il nostro caso. Ci ri­ser­viamo co­mun­que, e ci pare il minimo e accettabile perfi­no per un ebreo e per un demo­crati­co, non solo le simpatie «istintive», ma anche il giudizio su fatti, dati e interpre­tazio­ni.

Il tutto, certamente non con l’animo asettico e «distaccato» dei docenti universita­ri (per il cui conformismo, per il cui tradimento proviamo sovrano disprezzo quando non puro odio) naviganti nell’empireo dell’«obiettivi­tà», ma parva cum ira ac paululo studio (ci si conceda qualche ani­mosità: «as men schlogt dem kalten schtejn, fliht arojs a hejsser funk, quando si batte la fred­da pietra, ne vola un’ardente scintilla»). Certamente senza quella «simpatia» autovantata dal cristiano Giacomo Scarpelli verso i Fratel­li Maggio­ri. Certamente col tono «rigoro­sa­mente pole­mico» addebitato dalla consorella Pisanty agli studiosi olorevi­sionisti. Ma altret­tanto certamente senza quelle «false e viziose motivazio­ni addotte dai fascisti», i quali, profitta­to­ri dell’umana ignoranza, «bramano fuggire l’arduo destino dell’umana liber­tà» (Waldo Frank) e senza alcuna «rappre­sentazione tendenziosa, e spesse vol­te falsa e diffamato­ria» (Amos Luzzatto)­.

Ma altrettanto certamente con piede leg­giero, umo­ri­smo («l’u­mori­smo, rimedio con­tro l’ido­la­tria», vanta Moni Ova­dia… pe­raltro respingendone l’ap­plicazione alla più oscena e moderna delle idola­trie), sarcasmo e (olo-)causticità. Ma sempre senza nessu­no dei «più vili stereo­ti­pi antise­mi­ti», con serenità di giudizio e senza espressio­ni ambi­gue («chiun­que si lasci sfuggire un solo aggettivo equivocabi­le per un ten­ta­tivo di giusti­fi­care il nazismo si espone a un legittimo linciag­gio», ci conforta il big boss Paolo Mieli, direttore del Corrierone… il corsivo degli aggettivi, datane la bellezza, è nostro). In ogni caso, suaviter in modo, fortiter in re.

10. tutto ciò premesso, Le sono grato per l’inattesa pubblicità ai miei libri. Oltre che «enormi» – aggettivo peraltro intriso di una vaga carica denigratoria – gradirei che Lei usasse, per presentare in futuro le mie opere, anche termini quali «oneste», «documentatissime», «condivisibili per la massima parte, quando non del tutto».

Ringrazio Lei e il CDEC – alle cui fortune finanziarie a spese del contribuente sto partecipando coi miei interventi – per l’opportunità offertami.

Cuveglio, 29 luglio 2012, Tishà be-Av 5769

P.S. Una domanda, spero no Tish’à be-Av n violatrice di privacy. È forse Lei figlio degli autori del volume, tosto mandato al macero, Il quinto scenario, edito nel 1994 da Rizzoli, nel quale si avanza la tesi che ad abbattere l’aereo passeggeri su Ustica furono due caccia israeliani?

P.P.S. A riprova non solo della mia sete di conoscenza ma anche della mia indulgente comprensione per la capziosità dei cervelli umani, pensi che ho letto con interesse – ovviamente senz’alcuna empatia – persino l’opuscoletto liberticida dell’avvocatessa Di Cesare.

P.P.P.S. Concorderà certo con me sulla necessaria diffusione integrale in ogni sede mediatica – a mo’ di «lettera aperta» urbi et orbi – di queste mie considerazioni.

Il dott. Gianantonio Valli, autore di moltissimi testi di ricerca e approfondimento culturale, è uno dei collaboratori e autori della rivista di studi politici “L’Uomo libero” (http://www.uomolibero.com/)

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Il dott. Gianantonio Valli in Difesa della Siria,
di Bashar al-Assad e dei Popoli Liberi ,
contro il Nuovo Ordine Mondiale nemico dell’uomo

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‘Comizio neonazista a Milano

Pubblicato da: Stefano Gatti su Romaebraica.it il 26/7/2012

Sabato 14 luglio a Milano, nel centralissimo Largo Cairoli, ha avuto luogo una manifestazione a difesa della Siria degli Assad, promossa da organizzazioni arabo islamiche e movimenti estremisti di sinistra e di destra. Alla metà di giugno, gli stessi organizzatori, avevano promosso una manifestazione speculare a Roma.

Tra gli interventi milanesi ci sono stati quelli di Jamal Abo Abbas, presidente della comunità siriana in Italia, dell’ex senatore comunista Fernando Rossi, attuale leader del partito Per Il bene Comune, di monsignor Hilarion Capucci, anziano vescovo melchita coinvolto negli anni ’70 in operazioni del terrorismo palestinese e condannato per traffico clandestino di armi, e Gianantonio Valli, famigerato esponente del neonazismo italiano. Valli ha pubblicato, anche recentemente, enormi volumi di polemistica antisemita in cui ha riproposto i principali temi del discorso antisemita nazista.

Gianantonio Valli ha pronunciato il suo lungo discorso a pochi passi dal Duomo circondato da ritratti di Bashar Assad, da bandiere rosse e da quelle gialle di Hezbollah.

Il suo discorso è iniziato con un incipit in difesa della Siria di Assad presentata come: “Uno degli ultimi bastioni della libertà di tutti i popoli…Paese assediato che sta vivendo una fase di dinamismo politico…per la presenza di un multipartitismo sempre più vivace”

Ha poi detto: “Il nemico dell’uomo è il Nuovo Ordine Mondiale, il mondialismo, il cosmopolitismo… Nella linea dell’universalismo si situa il delirio giudaico di Bush… Obiettivo finale la distruzione delle nazioni e l’instaurazione di un unico governo mondiale a guida ovviamente giudaica”. Valli ha sottolineato che questo piano per il dominio del mondo è stato stilato nel ’97: “da una trentina di neoconservatori, 28 erano ebrei”

Dopo aver ricordato che scopo della ‘lobby’ è la “distruzione degli stati modernizzatori come Libia, Siria ed Iran” ed aver tessuto un ampio elogio dell’Iran degli ayatollah, ha concluso così il suo intervento: “Quella in atto è la stessa guerra che, con ben altre speranze, fu combattuta dall’Europa 70 anni fa contro gli stessi nemici gli affamatori dei popoli, allora contro le democrazie plutocratiche  reazionarie dell’Occidente oggi contro il sistema demoliberale maschera dell’alta finanza”.

Queste affermazioni sono state accompagnate da lunghi applausi e con – ripetute – urla di “Bravo!”

Milano
- http://www.romaebraica.it/comizio-neonazista-a-milano/

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Video originale pubblicato da “TheTofana
- http://www.youtube.com/watch?v=KYv-ZVYrNJk

Reloaded by Syrianpress – at http://www.youtube.com/watch?v=XkfNYVWZ2Gk

Pubblicato da SyrianFreePress.net Network per conto del dott. Gianantonio Valli

al link http://syrianfreepress.wordpress.com/2012/07/30/il-dott-gianantonio-valli-reagisce-agli-attacchi-della-israel-lobby/

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Link a questa pagina:

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Happy Birthday Brother, Leader, Hero!

Posted: June 8th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Combattere con Onore, Guerre & Strategie, Libia, Resistenza, Storia | Tags: , , , | No Comments »

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To wit, match Muammar Gaddafi’s record up against that of your favorite candidate:

• Gadhafi nationalized his nation’s oil reserves and used the revenue to build schools, universities, hospitals, and infrastructure.

• Money from Libya’s oil revenue is deposited into the bank account of every citizen.

• He raised the literacy rate from 20 per cent to 83 per cent.

• He built one of the finest health care systems in the “Third World.”

All people have access to doctors, hospitals, clinics and medicines—free of charge. If a Libyan needs surgery that is unavailable in Libya, funding is provided for the surgery overseas.

• He raised the life expectancy from 44 to 75 years of age.

Basic food items were subsidized and electricity was made available throughout the country.

• He developed huge irrigation projects in order to support a drive towards agricultural development and food self-sufficiency.

• Recognizing that water, not oil, would be the scarcest resource of the future, Gaddafi initiated the construction of the Great Man Made River, which took years to complete.

Referred to as a wonder of the modern world, this river pumps millions of gallons of water daily from the heart of the Sahara desert to the coast, where the land is suitable for agriculture.

• Any Libyan who wanted to become a farmer was and still is given free use of land, a house, farm equipment, livestock and seed.

• Gaddafi vowed that his own parents, who lived in a tent in the desert, would not be housed untilevery Libyan was housed.

He fulfilled that promise.

• Under Gaddafi, Libya has now attained the highest standard of living in Africa.

• Gaddafi put up a communications satellite—the first in Africa—to bring the continent of Africa into the 21st century of technology.

This also interrupted the massive fees that European companies had been charging the Africans.

• He gave women full access to education and employment, and he has enabled women to serve in the armed forces.

• Gaddafi started and financed the African Union to tie all of the Mother continent into an eventual body with a common purpose called the “United States of Africa.”

Gaddafi did so much to develop Africa that even Obama’s arrogant Caucasian cohort Hillary Clinton had to admit as she stood before the African Union:

“I know it is true over many years, Gadhafi played a major role in providing financial support for many African nations and institutions…”

She could not claim America did ANYTHING but exploit, exploit, exploit—and murder!

• He was the first and only leader in the Arab world to formally apologize for the Arab role in the trade of African slaves.

He acknowledged that Blacks were the true owners of Libya and proclaimed in his Green Book, “the Black race shall prevail throughout the world.”

Nelson Mandela called Muammar Gaddafi one of the 20th century’s greatest freedom fighters, and insisted that the eventual collapse of South Africa’s apartheid system owed much to Gaddafi and Libyan support.

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Published by The Final Call and LibyaSOS

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Posted by Ryuzakero on 07 June 2012 by LibyanFreePressNetwork

at http://wp.me/p1DGte-1WI

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Reloaded by Espedito Gonzales

http://espeditogonzales.altervista.org/?p=313

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Bossi: “Era tutto preparato, è un Paese di m…

Posted: April 24th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Lega Nord, Politica Italiana, Poteri Occulti | Tags: , , | No Comments »

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Tre procure insieme non si era mai visto, qualcosa non quadra…

Como, 24 apr. (TMNews) – Per Umberto Bossi le inchieste che riguardano la Lega sono “preparate”.

Parlando a un comizio a Como, Bossi in un passaggio ha detto: “Poi, che non sia tutto preparato… Mah. Basta vedere. Tre procure insieme, non si era mai visto. Napoli, Reggio Calabria, Milano si mettono insieme per vedere le cose dentro la Lega. Figurati un po’”.

“Evidentemente – ha aggiunto – qualcosa non quadra… oppure è un Paese di merda. Paese in cui a Reggio Calabria avanzano il tempo di pensare alle beghe della Lega, con tutta la mafia che hanno. Questa roba puzza”.

“Adesso dicono – ha detto poco prima riferendosi, senza nominarlo, all’ex tesoriere Francesco Belsito – che era legato alla ‘ndrangheta, ma allora i servizi segreti che ci stanno a fare? Possibile che nessuno si sia sentito in dovere di dire cambia l’amministratore? Invece tutti zitti zitti. E’ chiaro che uno pensa che l’han tenuto dentro per fare pasticci, non potendo agganciare me”.

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Link originalea TMNews – Agenzia Giornalistica Multicanale

Reloaded by EspeditoGonzales

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Italiani, codardi inutili e schiavi: Mario Monti ha vinto! – Merlino (Movimento della Rete) fuori dai denti – (7 Video)

Posted: March 6th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Appelli, Archivio generale, Complotti, Denunce, Guerra finanaziaria, Massoneria, Merlino, Movimento della Rete, NWO, Poteri Occulti, Resistenza, Ribellioni popolari, Usura & Usurocrazia, Video | Tags: , , , , , | No Comments »

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Merlino: Movimento della Rete

Uploaded by

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Disobbedienza Civile! Civil disobedience! Desobediencia Civil!

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Gli italiani sono inutili e schiavi Mario Monti ha vinto!

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Italiani PIZZA MAFIA E MANDOLINO..Antonio Pappalardo che fine ha fatto?

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Governo massone delle Banche-Riunione di gabinetto

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Signoraggio Bancario Un enorme truffa

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MOVIMENTO DELLA RETE manifestazione del 25 marzo 2012

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Giorgio Napolitano, Mario Monti, il Mercato delle Armi, la Germania gode!

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Terra Santa Libera Network
supporta Mauro Merlino ed il Movimento della Rete

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Published by TerraSantaLibera.org

at http://terrasantalibera.wordpress.com/2012/03/06/gli-italiani-sono-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-video/

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Reloaded by Espedito Gonzales

at http://espeditogonzales.altervista.org/2012/03/06/italiani-codardi-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-%e2%80%93-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-%e2%80%93-6-video/

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Il progetto Eurasiatico, una minaccia al Nuovo Ordine Mondiale

Posted: October 12th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Eurasia | No Comments »

Elena Ponomareva Strategic Culture 09/10/2011

Si potrebbe essere tentati di considerare il documento del premier russo Vladimir Putin, “Un nuovo progetto per l’integrazione del Eurasia: Il futuro in divenire“, che è stato pubblicato sulle Izvestia del 3 ottobre 2011, come un programma tracciato sommariamente da un concorrente delle elezioni presidenziali; ma dopo un controllo, sembra essere solo una parte di un quadro più ampio. L’articolo di opinione, ha momentaneamente acceso ampie polemiche in Russia e all’estero, ed ha evidenziato lo scontro di posizioni in corso sullo sviluppo globale…
Indipendentemente dalla interpretazione dei dettagli, la reazione dei media occidentali al progetto di integrazione presentato dal premier russo, è uniformemente negativo e riflette con estrema chiarezza una ostilità aprioristica verso la Russia e le iniziative che avanza. Mao Zedong, però, era solito dire che affrontare la pressione dei propri nemici è meglio che essere in una condizione in cui non si preoccupano di tenerti sotto pressione.
Aiuta a capire perché, al momento, i titoli in stile Guerra Fredda spuntano costantemente sui media occidentali e perché la recente presentazione dell’integrazione eurasiatica di Putin, è percepita dall’Occidente come una minaccia. La spiegazione più ovvia è che, se attuato, il piano diverrebbe  una sfida geopolitica al nuovo ordine mondiale, al dominio della NATO, del FMI, dell’Unione europea e degli altri organismi sovranazionali, e al primato palese degli Stati Uniti. Oggi, una sempre più assertiva Russia suggerisce, ed è pronta ad iniziare a costruire, un’ampia alleanza basata su principi che forniscono una valida alternativa al neoliberismo e all’atlantismo. E’ un segreto di pulcinella, che in questi giorni l’Occidente sta mettendo in pratica una serie di progetti geopolitici di vasta portata, per riconfigurare l’Europa sulla scia dei conflitti balcanici e, sullo sfondo della crisi provocata in Grecia e a Cipro, assemblare il Grande Medio Oriente sulla base di cambiamenti di regime in serie, in tutto il mondo arabo e, come progetto relativamente nuovo, la realizzazione del progetto per l’Asia, il cui recente disastro in Giappone, è stata una fase attiva.
Nel 2011, l’intensità delle dinamiche geopolitiche è senza precedenti dal crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, con tutti i principali paesi e organismi internazionali che vi contribuiscono. Inoltre, l’impressione attuale è che la forza militare, in qualche modo, sia diventata uno strumento legittimo nella politica internazionale. Solo pochi giorni fa, Mosca ha attirato una  valanga di critiche dopo aver posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che potrebbe autorizzare la replica dello scenario libico in Siria. Come risultato, l’inviata permanente degli USA all’ONU, S. Rice, ha rimproverato la Russia e la Cina per il veto, mentre il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha dichiarato che “è un giorno triste per il popolo siriano. E’ un giorno triste per il Consiglio di Sicurezza“. Durante l’acceso dibattito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 5 settembre, il rappresentante siriano ha redarguito Germania e Francia, ed ha accusato gli USA del genocidio perpetrato in Medio Oriente. Dopo di che, S. Rice ha accusato la Russia e la Cina di sperare di vendere armi al regime siriano, invece di stare dalla parte del popolo siriano, e ha abbandonato precipitosamente la riunione, e l’inviato francese Gérard Araud ha rilevato che “Nessun veto può cancellare la  responsabilità delle autorità siriane, che hanno perso qualsiasi legittimità uccidendo il proprio popolo“, lasciando l’impressione che uccidere i popoli, come in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia, dovrebbe essere un privilegio della NATO.
I “partner” occidentali di Mosca si indignano quando la Russia, di concerto con la Cina, pone ostacoli sulla strada del nuovo ordine mondiale. La Siria, anche se un paese di notevole valenza regionale, giunge ad emergere nell’ordine del giorno solo fugacemente, ma l’ambizioso piano di Putin per l’intera Eurasia – “per raggiungere un più alto livello di integrazione – una Unione Euroasiatica” – avrebbe dovuto aspettarsi di evocare le preoccupazioni profonde e durature dell’Occidente. Mosca sfida apertamente il dominio globale da parte dell’Occidente “suggerendo un modello di una potente unione sovranazionale che può diventare uno dei poli del mondo di oggi, pur essendo un efficace collegamento tra l’Europa e la dinamica regione Asia-Pacifico“. Senza dubbio, il messaggio di Putin che “la combinazione di risorse naturali, di capitale e di forte potenziale umano, renderà l’Unione Euroasiatica competitiva nella gara industriale e tecnologico e nella corsa al denaro degli investitori, in nuovi posti di lavoro e negli impianti di produzione all’avanguardia” e che “insieme con altri protagonisti e istituzioni regionali come l’Unione Europea, USA, Cina e l’APEC, garantirà la sostenibilità dello sviluppo globale“, sembra allarmante per i leader occidentali.
Né il crollo dell’URSS e del mondo bipolare, né la conseguente proliferazione di “democrazie” filo-occidentali, ha segnato un punto finale nella lotta per il primato mondiale. Ciò che seguì fu un periodo di interventi militari e rovesciamenti di regimi sfidanti, con l’ausilio della guerra dell’informazione e l’onnipresente soft power occidentale. In questo gioco, l’Eurasia rimane il primo premio in linea con l’imperativo geopolitico di John Mackinder, per cui “Chi governa l’Est Europa comanda l’Heartland, chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo, chi governa l’Isola-Mondo controlla il mondo“.
Alla fine del XX secolo gli USA sono diventati il primo paese non eurasiatico a combinare i ruoli di potenza più importante del mondo e di arbitro finale negli affari eurasiatici. Nel quadro della dottrina del nuovo ordine mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso, vedono l’Eurasia come una zona di importanza fondamentale per il loro sviluppo economico e crescente potere politico. Il dominio globale è un obiettivo dichiarato apertamente e costantemente perseguito della comunità euro-atlantica e dalle sue istituzioni militari e finanziarie – la NATO, il FMI e la Banca Mondiale – insieme con i media occidentali e le innumerevoli ONG. Nel processo, l’establishment occidentale rimane pienamente consapevole del fatto che, nelle parole Z. Brzezinski, il “primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico è sostenuta“. Sostenere la “preponderanza“, a sua volta, significa assumere il controllo di Europa, Russia, Cina, Medio Oriente e Asia Centrale.
L’aperta egemonia occidentale in Europa, Asia centrale e, quindi, in Medio Oriente e anche in Russia, conta quale risultato indiscutibile degli ultimi due decenni, ma al momento la situazione appare fluida. Gli osservatori occidentali, cinesi e russi prevedono un fallimento imminente del modello di globalizzazione neoliberista integrata nel nuovo ordine mondiale, ed è in arrivo il tempo, per la classe politica, di adottare una visione.
Aprendo nuove opportunità per proteggere gli originali modelli di sviluppo nazionali dalla pressione atlantista, e per mantenere una reale sicurezza internazionale, il nuovo progetto di integrazione di Putin mantiene una promessa importante, per la Russia e i suoi alleati, e presenta quindi ai nemici della Russia un problema serio. Né la Russia, né alcun altra repubblica post-post-sovietica può sopravvivere nel mondo di oggi da sola, e la Russia come attore chiave geopolitico dell’Eurasia, con una potenzialità economica, politica e militare senza precedenti in tutto lo spazio post-sovietico, può e deve, giocare l’offerta di una architettura mondiale alternativa.
L’allergia dell’Occidente al piano di Putin è dunque spiegabile, ma, a prescindere dalla opposizione che il progetto può incontrare, la debolezza di alcuni dei suoi elementi, e la potenziale difficoltà nel metterlo in pratica, il progetto di integrazione eurasiatica nasce dalla vita nello spazio geopolitico e culturale post-sovietico ed è affine alle attuali tendenze globali. Sopravvivere, conservando le basi economiche e materiali dell’esistenza nazionale, mantenendo vive le tradizioni e costruendo un futuro sicuro per i figli, sono gli obiettivi che le nazioni eurasiatiche possono realizzare solo se rimangono allineate con la Russia. In caso contrario, l’isolamento, le sanzioni e gli interventi militari le attendono…

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Fondazione per la Cultura Strategica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora


L’Italia faccia come l’Islanda, esca dall’euro

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Guerra finanaziaria, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

Loretta Napoleoni:

“L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro”

Antonella Loi – 15/9/2011 – Tiscali: Economia

“Sa che potrebbe essere il giorno in cui la Grecia andrà in bancarotta?”. Curioso che il libro di Loretta Napoleoni, economista e consulente di terrorismo internazionale, compaia proprio oggi in libreria. Un testo, Il contagio (edito da Rizzoli), che fotografa l’attuale situazione internazionale nella quale anche l’Italia di qui a poco potrebbe trovarsi – drammaticamente – ad essere protagonista. L’esigenza (leggasi l’urgenza) è quella di uscire dalla fase del “non ritorno”. Come? La soluzione c’è, dice Napoleoni: l’Italia, d’accordo con l’Europa, scelga il “default pilotato”. Il resto è puro accanimento terapeutico che rischia semplicemente di procrastinare una situazione rischiosa non solo per il nostro Paese ma per l’intera zona euro.
Professoressa, significa che l’Italia come altri Paesi cosiddetti “Piigs” dovrebbe fallire?
“Il problema dell’euro è che, a livello europeo, non esiste né un protocollo né una regola per l’uscita temporanea o permanente di uno Stato dalla moneta unica. Il che significa che la Grecia, ma anche gli altri paesi Piigs come l’Italia sono in balia dei sentimenti del mercato, per quanto riguarda il mantenimento del proprio debito. Significa che se i mercati, come sta succedendo con la Grecia, improvvisamente decidono che questi Stati non sono in grado di ripagare il debito, non c’è una regola su come uscire. Cioè, l’euro non può andare in bancarotta se la Grecia va in bancarotta. Ecco perché parlo di un default volontario pilotato e della creazione di una serie di regole che permettano ad alcuni paesi di uscire temporaneamente dall’euro per riprendersi economicamente, anche in termini di convergenza, tornando entro quei parametri necessari per starci dentro. Seguire insomma l’esempio dell’Islanda che ha fatto un default pilotato e volontariamente è uscita dal mercato dei capitali, ha cioè dichiarato il default e si è messa al lavoro per ripianare i debiti”.
Un caso che sembra rimanere isolato.
“Sì, infatti. Si pensi all’Argentina che è andata in default da un giorno all’altro perché i mercati hanno girato le spalle. L’Islanda però ha una situazione migliore dell’Italia perché non ha l’euro come moneta. E il problema è proprio questo. Nel senso: come usciamo dall’euro? Come possiamo staccarci senza creare un terremoto all’interno di tutta l’Europa? Barroso ha detto: mantenere l’euro è una lotta di sopravvivenza per tutti i Paesi. E ha ragione. Infatti nelle ultime tre settimane in Germania e anche in Olanda dentro le banche si lavora per produrre una proposta, una legislazione che permetta di uscire dalla moneta unica”.
Cosa succederebbe all’Italia se optasse per il default volontario?
“Se facesse quello che ha fatto l’Islanda, un’uscita pilotata dall’euro, succederebbe che l’Italia dovrebbe garantire la metà del debito nazionale che è nelle mani degli italiani e delle banche italiane, cioè 2.850 miliardi di euro. Questo si può fare con una patrimoniale secca che colpisca con un 5 per cento su quell’1 per cento della popolazione, cioè quelle 70 famiglie che detengono da sole il 45 per cento della ricchezza nazionale. Basterebbe questo per garantire il debito interno. Dopodiché per quanto riguarda il debito esterno, quello che è in mano alle banche straniere, su quello bisognerà fare una ristrutturazione. Si rinegozia come è successo per esempio a Dubai. Io ti pago 45 centesimi per ogni euro e si stabilisce un programma di pagamento nei prossimi 5 o 6 anni e mano a mano si paga. Dopodiché l’uscita dall’euro permetterebbe di tornare alla lira che si svaluterebbe immediatamente dando una spinta alle esportazioni e più competitività”.
Perché allora tutto ciò non avviene?
“Perché è una decisione che deve essere presa di concerto con il resto dei paesi europei. Ma è difficile che avvenga perché se l’Italia decide di fare il default pilotato c’è il problema delle banche francesi che hanno una grandissima esposizione nei nostri confronti. L’uscita dell’Italia dall’euro senza un supporto da parte delle altre nazioni, per quanto riguarda le loro economie e le loro banche, potrebbe causare il crollo degli istituti di credito. Quindi la situazione è complessa, però non così complessa da non poter essere risolta. Serve un accordo a livello europeo, ma neanche se ne parla”.
Una questione lessicale: il “debito pubblico” adesso si chiama “debito sovrano”. E’ curioso che questo avvenga proprio quando gli Stati sono più in balia della speculazione dei mercati.
“Il fatto che gli Stati siano in balia dei mercati è una percezione sbagliata e di propaganda. I mercati hanno fatto il loro mestiere. Anzi in un certo senso i mercati sono stati spinti dagli Stati ad acquistare, almeno negli ultimi 12 mesi, i titoli del debito sovrano che non valgono nulla. E non parlo solo dei titoli italiani, ma anche degli altri, vedi i titoli francesi: rendimenti pari a zero. Quindi c’è una sorta di accordo degli Stati con le banche, secondo cui tu compri i miei titoli anche se guadagni zero ed io prometto che ti proteggerò dal crollo dell’euro. Cioè esiste una condizione di mutua convenienza però relativa a una tragedia. Quindi io non direi che la colpa è dei mercati e degli speculatori.
E allora di chi è?
“Dei politici che hanno permesso la creazione di un sistema di questo tipo e loro stessi hanno abusato di questa situazione. Quindi oggi il cittadino dovrebbe essere indignato, come accade in Spagna, non con i banchieri ma con i politici”.
Nel suo libro scrive che “il malessere del modello occidentale è ormai una pandemia”. Dagli Indignados in avanti il “contagio” è inevitabile?
“Sì. Per esempio si prenda una situazione tipo quella dell’Italia, che vende parti del Paese ai cinesi. E i cinesi mica vengono gratis. Il premier quindi vende invece di tassare quelle 70 famiglie che dovrebbero farsi carico della soluzione del problema: ecco questo dovrebbe far indignare la popolazione. Perché si parla della mia vita, della mia democrazia. Poi non è solo Berlusconi, chiariamolo questo. Tutti i Paesi europei vengono gestiti in questo modo. Tutti i politici europei oramai governano come se la democrazia fosse una loro impresa. Si dimenticano la voce del popolo. Noi siamo molto vicini ai fratelli africani, come scrivo nel libro. Loro si sono  ribellati a un malgoverno dittatoriale. Le nostre non sono forme di governo dittatoriali, però sono delle oligarchie quindi tutti ci indigneremo a poco a poco. E’ inevitabile”.
Eppure noi motivi per indignarci ne avremmo già abbastanza. Perché allora fino ad oggi Spagna, Israele, Gran Bretagna sì e Italia no?
“In Italia non c’è ancora la consapevolezza. Lo spagnolo negli ultimi dodici mesi ha progressivamente preso sempre più consapevolezza della situazione economica. E questo perché c’è stata una degenerazione della situazione economica: in Spagna siamo al 43 per cento della disoccupazione giovanile e inoltre gli spagnoli hanno un senso civico più attento del nostro. La vicinanza storica con il franchismo è importante: loro apprezzano di più la democrazia e ci credono di più, sono meno cinici. E capiscono anche che per mantenerla in piedi bisogna difenderla attraverso la voce della strada che è l’unica che il popolo ha. Ma oggi la crisi economica è arrivata anche in Italia e le misure di austerità che ha preso Zapatero le prenderà anche il nostro governo. Insomma, c’è un ritardo temporale relativo proprio alla consapevolezza”.

Fonte: Tiscali: Economia


Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Guerra finanaziaria, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

Debora Billi – 14/9/2011 – Crisis?What Crisis?

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti.
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso, “Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario Internazionale. Qui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni. Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

Font: Crisis?What Crisis?


L’Islanda esce dal FMI

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

L’ISLANDA ESCE DAL FMI !



E’ una data storica per l’Islanda. La nazione scandinava esce oggi ufficialmente dal Fondo Monetario Internazionale riappropiandosi della sua Sovranità Nazionale.

Lo ha comunicato poche ore fa lo stesso premier islandese Johanna Siguroardottir.

In tempi di presunti salvataggi nazionali portati avanti con ricette neoliberiste, di annullamenti di sovranità monetarie nazionali e di politiche di tagli violenti alle strutture amministrative ed economiche dei singoli stati, il piccolo stato scandinavo ha deciso di proseguire fermamente nella strada intrapresa oltre un anno fa, attraverso un imponente consenso dell’opinione pubblica nazionale, generalmente formata ed informata su temi così delicati e importanti.

Come riportano diversi servizi della tv pubblica islandese Ruv, l’FMI ha portato a termine la sua sesta revisione dell’economia nazionale islandese a Washington, ritenendo non necessario continuare il proprio lavoro sull’isola dell’Atlantico. L’FMI concluderà quindi le operazioni in Islanda, e la lascerà.

Il Primo Ministro islandese Johanna Siguroardottir ha annunciato la partenza dei funzionari in una conferenza stampa nella cittadina di Iono nei giorni scorsi, aggiungendo che la ricostruzione economica islandese è sulla retta via, con miglioramenti in corso e risultati ottenuti prima del previsto. Ha inoltre detto che la ricostruzione islandese dopo il collasso bancario del 2008 “è andata oltre ogni aspettativa”

Il Ministro delle Finanze Steingrimur J. Sigfusson ha preso parte alla conferenza sostenendo che la stabilità finanziaria islandese sarebbe nuovamente ristrutturata.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio Arni Pall Arnason ha parlato in maniera più personale, dicendo che molte persone erano preoccupate della cooperazione tra FMI e Islanda, che il loro welfare state – altro elemento di vanto e di efficienza – sarebbe stato tagliato duramente e che sarebbero state prese misure drastiche, basate sui diktat classici utilizzati dal Fondo Monetario nei suoi interventi in Estremo Oriente e in Sudamerica. Army crede che la ragione per la quale tutto questo non si è verificato in Islanda è perché i prestiti forniti dall’FMI al governo Islandese hanno permesso a quest’ultimo di prendere più tempo per fissare budget e obiettivi.

L’arrivo del FMI in Islanda come è noto fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il FMI avrebbe chiuso l’Islanda in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del FMI viene quindi vista con ottimismo da gran parte dell’opinione pubblica.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di BCE, FMI o World Bank, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione, e un coinvolgimento dell’opinione pubblica nazionale tra le più alte d’Occidente. (asi)

http://www.newsbox.it/

http://luniversale.splinder.com/post/25536978/lislanda-esce-dal-fmi


Il Movimento Nazionale Ungherese Resiste al Nuovo Ordine Mondiale dei Banchieri

Posted: September 8th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale | No Comments »

National Hungarian Movements Resist Banker’s New World Order

All across the world as a natural result of common sense, honor, integrity, dignity, right, justice and duty, national popular movements are treading the Third Path, the straight path to the power of the free people beyond the left and right paths of slavery and deception

The New World Order of the Banking Elite is sometimes referred to as the Jew World Disorder because of the heavy presence of jewish-extremist Zionist elements at the centers of power: U.S. State Department, Hollywood, globalist news media networks, and other institutions of wicked power.
These wicked elites and their stooges now stand naked in front of the world with their desperate attempts to grab Africa’s wealth by way of Al-Qaida mercenaries, the resistance against the oppression is growing and borders are dropping away in mutual respect and common cause.

Muammar Qaddafi has provided the exemple not only for his Libyan people, but also the world wide common cause on the straight path, with all those seeking an ideological third way beyond indirect and direct dictatorship, beyond capitalism and communism, finding in The Green Book the solutions to obtaining true freedom, positive nationalism, true socialism, natural justice and universal peace.

His daughter Aisha is now leading the battle against Al-Qaida in North Africa and will rally to her side all the good women of the world, as well as those men who have honor and integrity in defending their families and future generations from the destruction and suffering which have engulfed all states to varying degrees, with military intervention and terrorism being the favored choice if installing their puppets failed.

The Hungarian People, have been enslaved to a racist anti-Hungarian Jewish mafia, to which Sarkozy of France belongs. Hungarians are force fed pornographic television during day light hours to corrupt the Hungarian youth who are renowned world wide for their handsome beauty.

Yet as the videos below show, not all Hungarians have embraced the shallow Wallmart consumerism of the Zionist elite and take care of their diet, not only in terms of food but also of their minds: tuning in to truth news media such as jovonk.info and preparing themselves to defend their families, tribes and nation.

Hungary is one of the rare nations located in Europe that still has a distant memory of tribes, which give strength to community, and have thus been set for destruction by the New World Order which seeks to break down all pure natural links and strengths of the human being, those links which provide resistance or even immunity to the plans and desires of the wicked elite to dominate, control and destroy all Goyim.

Marriage, family, straight religious values devoid of fanatical extremism, the middle path, tribes, values, morals, integrity, honor, loyalty, honesty, courage, all these are some of the traits which the New World Order seeks to eliminate.

However, we are now facing the final last stage for the battle between good and evil, where the honest masses of the world on the one side, are standing up to the cowardly elites on the other, who seek to restrict their freedom, seize their assets, indoctrinate their minds or even assassinate their bodies.

In this battle, which is waged by the elites by means of falsehood and fire, the resistance is using truth and water, and is unified by mutual respect between people of all faiths, colors, and classes, who see unity in common cause toward a new Jamahiriyan world where all power, wealth and arms are in the hands of the people, and not in the hands of the monopolistic regimes, banks and terrorists.

Hungarians are urged to join any of the “Harmadik Ut (3.ut)” third path movements in Hungary, and to assist jovonk.info in translations — the Hungarian truth news portal already having English, French, German, Russian, Slovak, Romanian and Serbian languages in addition to Hungarian.

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I falsi miti dell’antiamericanismo “di sinistra”

Posted: September 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Falsi Miti, Sinistra | No Comments »

I falsi miti dell’antiamericanismo “di sinistra”

di Enrico Galoppini – EuropeanPhoenix.net – 11 settembre 2011

In Italia, in Europa, in Occidente, essere bollati come “antiamericani” comporta l’esclusione dal consesso delle “persone rispettabili”, se non addirittura una vera morte civile. Eppure c’è stata un’epoca, che culminò con la guerra nel Vietnam, nella quale essere “antiamericani” costituiva addirittura un vezzo, una moda ‘ribellistica’.

A quella generazione di “contestatori” delle “marce per la pace” e “per i diritti” (nate negli stessi Usa e poi esportate in Europa!), ha fatto seguito quella del “riflusso”, del “ritiro nel privato”, dove spopolano i “benpensanti”, tra cui non pochi sono quelli affluiti dai ranghi dei “delusi del Sessantotto”. Ma le porcherie commesse in giro dall’America non sono affatto terminate con la fine della devastazione del Vietnam, perciò un atteggiamento ostile verso l’America e i suoi comportamenti è fisiologico e si ripresenta attuale ad ogni generazione.

Per questo, a gestire tale sentimento provocato essenzialmente dall’azione nefanda degli Stati Uniti stessi, è stato incoraggiato un ‘monopolio del dissenso’, in mano ad alcuni ‘guru’ d’orientamento “radical” che si esprimono e pubblicano in inglese, cosicché in Italia e in Europa i loro omologhi “di sinistra” sono perlopiù dei diffusori delle elaborazioni, tutt’al più parafrasate, di alcuni “opinion leader alternativi” d’Oltreoceano e d’Oltremanica verso i quali nutrono un particolare timore reverenziale. Insomma, nessun “antiamericanismo” è lecito ai “confini dell’Impero” se non reca il beneplacito di qualche esponente del pensiero “radical”[1]. Ciò è particolarmente chiaro se si osserva la marginalizzazione di quell’“antiamericanismo di destra” che, frutto di una cultura “tradizionalista” e/o di un sentimento filo-fascista, è stato sistematicamente escluso dal novero delle idee “ammesse in società”. Se “tu vò fa l’antiamericano”, parafrasando Carosone, devi essere “libertario”, “radical (chic)”, “di sinistra”, altrimenti non si può!

Eppure, un “antiamericanismo di destra” avrebbe più senso di uno di “sinistra”, se non altro perché la guerra contro l’America l’ha combattuta l’Italia fascista[2], e, soprattutto, perché essendo gli Stati Uniti la “terra promessa” della Democrazia, della Libertà e dei Diritti umani, col relativo tipo umano e il modello di società che vi s’instaura, una critica sensata all’americanismo potrebbe prendere le mosse solo da un punto di vista “tradizionale”, ordinato dall’alto in base ai principi d’ordine spirituale.

Non abbiamo detto volutamente “un punto di vista tradizionalista”, poiché un conto è inserirsi nel solco di una Tradizione regolare, viva e operante, un altro considerarsi “guénoniano”, “evoliano”, “gurdjeffiano” eccetera, leggendo solo libri su libri e per questo autoelevandosi al rango di “uomo differenziato”… Dal punto di vista di una Tradizione regolare come quella islamica, l’America risulta necessariamente un’aberrazione, il punto finale di quella “caduta”, o “regresso”, che l’uomo – sia come individuo che come collettività – deve inesorabilmente esperire prima della “fine dei tempi” e della nuova Età dell’oro che deve far seguito. Questo per puntualizzare che anche un’insistenza su un carattere “di destra” dell’“antiamericanismo” è una forzatura, essendo “destra” e “sinistra” due facce dell’unica medaglia liberal-democratica, o “moderna”.

Ma questo è un punto che eventualmente andrà sviluppato in un altro articolo, qui interessandoci una rapida disamina dei “miti” di un “antiamericanismo di sinistra” che non ha alcun senso se si ama andare al fondo delle cose e non ci si accontenta dell’apparenza, tanto per agitarsi un po’ contro qualcosa o qualcuno.

Innanzitutto va specificato che l’atteggiamento sano è quello di chi è “per” qualcosa, non “contro” qualcosa. Dall’alba del mondo, i grandi costruttori di civiltà si sono sì battuti contro delle storture, delle deviazioni, delle condizioni intollerabili e “innaturali”, ma solo per “raddrizzare” la situazione e riportarla conforme all’ordine naturale delle cose. Si pensi all’opera del Profeta Muhammad, che dovette – all’inizio seguito da uno sparuto manipolo – combattere contro un disordine su tutti i piani, in primis spirituale, addirittura emigrando a Yathrib (poi Medina), tanto erano “invivibili” le condizioni a Mecca.

Con l’”antiamericanismo”, in specie quello “di sinistra”, va detto invece che si è di fronte ad un atteggiamento meramente negativo, non sapendo del resto cosa proporre di realmente “alternativo” all’America e al suo modello di “civiltà”.

Di fronte ad una simile superficialità, l’America stessa ovviamente ringrazia ed offre un seppur minoritario proscenio a dei sedicenti “oppositori”, che comunque, a causa delle loro idee che non mettono a repentaglio l’andazzo generale, i fondamenti della “civiltà moderna”, hanno un loro pubblico che va a vedere i loro film, legge i loro libri, ascolta i loro discorsi eccetera.

Ma questo pubblico “antiamericano di sinistra” fondamentalmente ama l’America, il che al fondo non sarebbe sbagliato – a patto che si “ami” anche tutte le altre “culture” – perché l’odio è un veleno che obnubila la capacità di discernimento e, soprattutto, è quanto di più antispirituale vi possa essere. Tuttavia questo tipo di “opinione pubblica”, privo di un orizzonte tradizionale, protesta contro gli Stati Uniti e l’Occidente a causa delle “ingiustizie” da essi perpetrate, ma, si faccia attenzione, solo certe “ingiustizie” e non altre, ovvero quelle che risultano tali ad un metro di giudizio “democratico”, “egualitario”, “umanitario”.

Questa sorta di “coscienza critica dell’America” s’incarna in un tipo umano lacerato tra amore e odio verso la “Terra dell’Utopia”: un amore di fondo, messo però a dura prova da puntuali e ripetute “delusioni”… Pertanto il desiderio di chi contesta l’America da questa posizione non è quello di vederla sparire, assieme alla sua parodistica “civiltà”, bensì di vederla “migliorare”, d’incoraggiarne quelle tendenze insite nelle roboanti e ipocrite “dichiarazioni di principio” che fanno andare in brodo di giuggiole gli utopisti d’ogni risma.

Per essi gli Stati Uniti, anche se mettono a ferro e fuoco il mondo intero e lo traviano con ogni raggiro ed artificio, alla fine hanno sempre una “missione” da compiere, sono animati fondamentalmente da “buone intenzioni”; così la colpa dei crimini commessi in giro per il mondo è sempre di qualche “cattivo” che pregiudica un’impresa altrimenti “buona”: dai “Padri fondatori” al “Bill of Rights”, dall’ “I have a dream” di Luther King alla “Nuova frontiera” di Kennedy, dalla “clintonite” della sinistra bombardatrice di Belgrado all’obamiano “Yes we can”.

Quest’atteggiamento di voler vedere comunque al fondo dell’impresa americana un qualcosa di perfettibile perché fondamentalmente buono, deriva dal comune approccio utopistico che affratella i sognatori di “mondi migliori possibili”. Per essi la realtà non conta nulla: come vi erano solo “compagni che sbagliano” vale l’assunto per cui l’America compie sempre degli “errori”.

Non deve quindi sorprendere che anche gli “antiamericani di sinistra” alla fine si esaltino per il “vento di libertà” che, a distanza di vent’anni da quello che spirò sui Paesi del blocco sovietico, sta spazzando via le “dittature” del mondo arabo e islamico. Questa sedicente “sinistra antiamericana” stregata dal divo Obama, imbevuta fino al midollo di retorica “libertaria”, è la miglior cassa di risonanza del nuovo ‘verbo’ che accompagna la cosiddetta “primavera araba”, sui abbiamo già detto la nostra[3].

Tornando alla fondamentale subalternità di chi critica l’America da una posizione “democratica”, non può non colpire come da decenni venga assicurato senza un barlume di dubbio che… “l’America è finita”! Di nuovo, l’osservazione della realtà – che fa a cazzotti con le utopie – induce a ben altre considerazioni, poiché l’America non solo si espande militarmente conquistando progressivamente porzioni del pianeta che prima non controllava[4], ma il suo “modello” si allunga a macchia d’olio, addirittura oltre le conquiste dirette, il che rappresenta la vittoria più chiara, nonché un segno di “vitalità”, anche se va detto che è solo la conquista materiale che assicura definitivamente all’americanismo le menti e i cuori.

Così, sulla stessa falsariga onirica, “l’America ha perso in Afghanistan”, “l’America ha perso in Iraq” e via illudendosi, perché non si vorrà certo credere che il “caos” colà vigente non sia un esito voluto da chi ha tutto l’interesse, mentre ogni aspetto della vita dei locali deve diventare impossibile, a costruirsi le sue basi militari per la prossima conquista e a predare il Paese conquistato di ogni sua ricchezza, specialmente mineraria e monetaria (per non parlare del mercato mondiale della droga, che dev’essere sempre controllato). Il sospetto è addirittura che le “perdite americane in Iraq” e altrove che questi “antiamericani” brandiscono con tanto di contatori elettronici sui loro “siti alternativi” siano causate da un misurato e sotterraneo ‘sostegno’ alle forze delle varie “resistenze”, affinché il “caos” frutto delle “violenze” si protragga indefinitamente.

Prima di procedere in questa disamina dell’“antiamericanismo democratico” va anche specificata una cosa: che esso si fa largo nelle convinzioni delle persone in misura differente, a seconda delle rispettive sensibilità. Non è dunque un pacchetto “tutto compreso”. Qui stiamo esaminando i differenti aspetti che, singolarmente o cumulativamente, caratterizzano l’atteggiamento di chi critica l’America da posizioni “democratiche”, “umanitarie”, non tradizionali, ma va da sé che vi è chi si beve un paio di bicchieri di questa propaganda e chi invece si ubriaca del tutto.

Discretamente forte, in questo senso, è il ‘cocktail’ che va sotto il nome di “antimperialismo”. Ma per chiarire con un esempio i diversi livelli di penetrazione di questo sentire “critico” verso l’America e i suoi comportamenti, si consideri che è raro che una stessa persona straveda per Kennedy, Clinton, Obama e si reputi “antimperialista”. L’antimperialismo implica infatti un tipo di avversione all’America di tipo meno edulcorato ed ipocrita, ma non per questo è esente da gravi abbagli, i quali derivano in definitiva dal medesimo errore di base di tutti quanti: la negazione di Dio, del Creatore di tutte le cose al quale tutte sono sottomesse, che ha provvidenzialmente e misericordiosamente comunicato ad ogni forma vivente il modo per riuscire in questa vita e nell’altra. Ma anche questo potrà essere l’argomento di un successivo articolo, perché va chiarito dove sta l’inganno dei continui e plateali appelli a “Dio” da parte dei capi della potenza più antispirituale al mondo (“God bless America!”).

Ciò premesso, a proposito dell’”antimperialismo” va detto che esso presuppone l’individuazione degli “imperialisti”, ovvero di quegli Stati che si espandono ai danni di altri per costruire i loro “imperi”. L’”Antimperialismo” deriva però – come osservato – da una visione del mondo di tipo “laico”, da cui l’equivoco sul termine “Impero”, un istituto i cui fondamenti sono eminentemente spirituali: da tale equivoco nasce il successo delle teorie di Hardt e Negri su un fantasioso “Impero americano” tra i ranghi degli “antiamericani di sinistra”. Ma anche parlare di “Impero inglese” non ha alcun senso, l’Inghilterra essendo stata la punta di lancia della diffusione della “democrazia” e del “parlamentarismo” in società in buona parte “tradizionali” fino all’impatto violento con gli “esportatori di bene”[5]. “Imperi” veri erano invece quello russo, quello austro-ungarico, quello tedesco, quello ottomano, quello giapponese ecc., tutti con sovrani di “diritto divino” e tutti spazzati via da chi li ha sostituiti con la “democrazia” e “l’autodeterminazione dei popoli” (che tanto piace agli “antimperialisti”!).

Inoltre, chi si pone su posizioni “antiamericane” da un punto di vista “antimperialista” è esposto alla possibilità di commettere l’errore madornale di considerare tutte le potenze in grado di avere un peso a livello planetario o regionale parimenti “imperialiste”, senza individuare piuttosto il “nemico principale”. Così troviamo di volta in volta “antimperialisti” (anche “di destra”) che stanno coi tibetani contro “l’imperialismo cinese”, coi ceceni contro “l’imperialismo russo” eccetera. Intendiamoci: non vogliamo dire che l’azione della Cina o della Russia sia esente da ‘peccato’, ma se si vuol “fare politica” come affermano gli “antimperialisti” si deve scegliere una volta per tutte chi è “il nemico principale”, anche perché solo altre potenze possono concretamente opporgli una forza in grado di contrastarlo. Fatto salvo il fatto che non si è ancora capito come gruppuscoli più che marginali possano effettivamente “fare politica”, ovvero incidere sulla realtà, con un qualche costrutto (cosa significa, all’atto pratico, “stare con la Cina”, “stare con la Russia”?). Ma, ripetiamo, è il loro punto di vista “laico” e perciò “antitradizionale” che non fornisce loro gli strumenti interpretativi atti a far comprendere che una “opposizione all’America” in grado d’incidere non può muovere da una denuncia dei suoi “crimini”, bensì da una puntuale messa in discussione dell’americanismo, alla luce di una salda tradizione spirituale[6].

All’interno del panorama degli “antiamericani di sinistra”, a riprova che i riferimenti di fondo, per tutti quanti costoro, sono di tipo “laico”, “democratico” e anti-spirituale, vi sono inoltre quelli che sebbene scorgano chiaramente un “nemico principale”, l’America, auspicano una “modernizzazione” in tutto il mondo, a colpi di “sviluppo”, ed è per questo che leggiamo nelle analisi di costoro critiche feroci al “feudalesimo tibetano”[7]. Non sia mai detto che un popolo si possa governare come meglio crede! Quand’anche ai tibetani piacesse vivere sotto il loro “clero” e non sotto i cinesi “modernizzatori”, non si capisce quale pena dovrebbe dare ciò ad un “antimperialista” comodamente seduto nel suo studiolo zeppo di testi marxisti. È semmai vero – e qui sta la ragione di un timore circa certe “proteste in Tibet” – che vi sono alte probabilità che un Tibet sottratto al controllo cinese in men che non si dica passerebbe armi e bagagli all’America, mettendo a disposizione il suo territorio per l’ennesima enorme base Usa-Nato…

Come si vede, dall’esistenza di “antiamericani” pro-Tibet ed anti-Tibet si deduce che il problema di fondo di tutti quanti è la mancanza di un orientamento spirituale: gli uni sono anticinesi viscerali perché la Cina è “antidemocratica”, una “dittatura” (e anche perché le SS compirono la spedizione in Tibet!); gli altri sono filo-cinesi perché aborriscono il “feudalesimo” e considerano la Cina il miglior esempio di “democrazia (popolare)” e di “progresso” sin qui realizzato (mentre il Tibet rappresenta il “regresso”). La confusione, dunque, regna sovrana.

Gli stessi “antimperialisti”, poi, forse per consolarsi di fronte alla costante avanzata dell’America e dell’americanismo (mentre ripetono che “l’America ha perso”!), hanno elevato alcuni fatti o situazioni a veri e propri “idoli”. Per non girare troppo attorno alla questione e proporre un esempio paradigmatico, citiamo il caso di Cuba. Quest’isola, da decenni, rappresenta meglio del Chiapas del “subcomandante Marcos” o della “resistenza palestinese” (che ormai è in mano agli “islamici”, per cui non piace più tanto ai “laici” di casa nostra)[8], la quintessenza dell’“antimperialismo”.

Il sistema instaurato a Cuba piace agli “antimperialisti”, perché a loro parere esso rappresenta la miglior forma di “democrazia” realizzata, “laica” e “progressista”. Anche con quell’orgoglio “nazionalistico” che, chissà perché, gli stessi “antimperialisti”, e ancor di più i “critici democratici dell’America” più morbidi, non degnano di alcuna considerazione quando si tratta di valutare la triste situazione in casa loro. Anzi, ogni ripresa nazionalistica in patria – e non mi riferisco all’attuale “classe dirigente”! – porterebbe con se delle “derive ”, dei “rigurgiti di fascismo” e simili iatture… Quando con ogni probabilità, un sano “amor di patria”, da trascendere poi in vista di un Impero (altrimenti è fatica sprecata), potrebbe essere l’unica via d’uscita – politica, s’intende – alla dissoluzione di civiltà in atto, se ormai non è “troppo tardi”.

È vero che Cuba ha aiutato alcune realtà del centro e del sud America a smarcarsi dalla opprimente tutela degli “yankee”, ma la sua sussistenza anche oggi che non vi è più lo sponsor sovietico dà da pensare, come la misurata e gestibile “guerriglia” antiamericana in Afghanistan, in Iraq ecc. Anche in questo caso qualche dubbio è lecito: possibile che se gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di rovesciare Stati di una certa forza e rilevanza in ogni dove, non siano capaci di togliere di mezzo il governo cubano ad essi inviso? O, piuttosto, non è che lo si lascia esistere per poi avere la scusa di affermare che ogni situazione che sfugge di mano nel continente americano è un “complotto di Fidel Castro”? Cuba, insomma, embargata com’è, e perciò “innocua”, usata come “scusa” in un senso o nell’altro: per rovesciare capi di Stato bollati come “comunisti” (Allende, ad esempio) o, nel caso in cui non vi si riesca, per giustificare il fallimento dell’azione sovvertitrice tentata a più riprese (vedasi il caso del Venezuela).

Cuba, probabilmente in un certo senso fa comodo agli Stati Uniti così com’è, come spauracchio, sopravvalutata nella sua forza da chi ne ha fatto un parodistico luogo di pellegrinaggio dai “rivoluzionari in cachemere” d’Occidente, che anelano a “liberazioni” solo ad un elementare livello socio-politico.

A Cuba, per di più, sorge una celebre base militare statunitense, quella di Guantanamo, che gli “antiamericani di sinistra” hanno denunciato senza posa da quando pare essere diventata la “prigione degli islamici”. Eppure c’è qualcosa che non torna: da Guantanamo pare essere transitato il capo dei “ribelli libici”! Non è un po’ strano? E nessuno trova niente da ridire, per primo il governo cubano! Ora, che il governo italiano non fiati sulla presenza di oltre cento basi ed installazioni militari Usa-Nato sul suolo patrio non desta sorpresa, ma che Cuba, simbolo dell’”antimperialismo” e dell’“antiamericanismo”, non profferisca parola su una cosa del genere è in effetti inspiegabile. La nostra impressione è che si sia stabilita una sorta di quieto vivere, che probabilmente ha per oggetto centrale proprio l’esistenza della base di Guantanamo, la quale, più che essere il “cattiverio” in cui rieducare i “mujahidin” acciuffati dallo Zio Sam, sembra un luogo in cui “formare” i quadri militari e logistici per la sovversione del mondo arabo-islamico alla quale assistiamo sotto lo slogan di “Primavera araba”[9].

Inoltre, il “mito di Che Guevara”, e sottolineo il “mito” che ne è stato fatto – ridotto a marchio per il concerto del 1° maggio dove al suono di cantanti larvatamente “antiamericani” va in scena il festival dell’ ‘alternativamente corretto’ – per le sue connotazioni “ribellistiche” ha ben poco a che vedere con il ripristino di un ordine naturale delle cose di cui oggi v’è un estremo bisogno. Come abbiamo già scritto, una “ribellione” che sfocia nel “ribellismo” è foriera solo di ulteriori sciagure[10]. E anche il “ribellismo”, di cui l’icona del “Che” è una delle più venerate, è un atteggiamento, o meglio una condizione esistenziale, messa a disposizione, specialmente tra i giovani, dal “mondo moderno”[11].

Un ultimo elemento va infine citato tra quelli che compongono il quadro di riferimento dell’”antiamericanismo di sinistra”: la valutazione delle “dittature di destra”. Che esse siano state incoraggiate e sostenute dall’America, non v’è dubbio, tuttavia una retorica imbalsamata ripete che la Spagna sotto Franco, i Colonnelli greci, le giunte militari sudamericane eccetera siano state dei meri burattini in mano alla Cia. Che molti di questi personaggi, in varia misura (la Spagna franchista aveva anche degli elementi “in ordine” dal punto di vista tradizionale, e non ospitava basi americane) si siano prestati ad un opera di asservimento della loro nazione ai diktat delle corporation americane, non v’è dubbio, e che essi abbiano fatto sparire in vari modi moltissimi oppositori con la scusa della “lotta al comunismo”, è altrettanto vero. Pertanto, essi non suscitano alcuna particolare simpatia.

Ma queste “dittature militari”, definite “fasciste” dal solito coro di “antiamericani” che assumono acriticamente gli impulsi culturali provenienti da Hollywood[12], sono state però mantenute in piedi fintantoché ha fatto comodo al loro padrone; poi sono state gettate nel cestino e al pubblico ludibrio: si pensi a Pinochet, prima potentissimo, poi ridotto come oggi vediamo l’altrettanto ex potentissimo Mubarak; oppure alla giunta militare argentina, fatta fuori dopo la sconfitta nella guerra della Falkland/Malvinas; oppure a Noriega, altro “dittatore di destra”, che all’improvviso diventa “pazzo”, il che giustifica un massacro statunitense a Panama. Gli esempi di questo tipo possono sprecarsi anche in Africa, ma ci fermiamo qui, perché quel che ci preme è rilevare che alla fine gli Usa e l’Occidente sovente controllano materialmente e, soprattutto, a livello psicologico, sia i “rivoluzionari” che i “conservatori”: i primi illusi circa le magnifiche sorti “progressiste” e del loro Paese e dell’umanità, i secondi ingannati sulla loro indispensabilità nel mantenimento di un “ordine” che in realtà è un vero disordine se valutato alla luce di riferimenti tradizionali autentici, rappresentati dalla Parola divina consegnata nel Libro sacro dell’Islam e dall’esempio virtuoso del Suo Inviato (nonché dalla pratica pia dei Compagni, dei Seguaci e sei Seguaci dei Seguaci, oltre che dall’opera dei Sapienti divinamente ispirati e dai Maestri che provvidenzialmente esistono per indicarci che la Tradizione è una realtà viva ed operante).

La verità è che ogni società ha bisogno, per poter prosperare, sia dei suoi “progressisti” che dei suoi “conservatori”, o meglio di uomini che sappiano essere simultaneamente “progressisti” e “conservatori”, capaci di vivere allo stesso tempo le istanze alla conservazione e al cambiamento senza che la tradizione venga  ingessata in ogni minimo dettaglio né stravolta nei suoi assunti fondamentali.

L’America, invece fa piazza pulita di tutto: dove arriva con la sua potenza materiale e la sua forza di persuasione degli animi, alternativamente privilegia gli uni o gli altri, le tendenze dei liberal-democratici “soddisfatti” o “dinamici”, illudendoli di averla vinta sull’odiata controparte sociale e politica; ma alla fine, per gli uni e gli altri, spogliati della loro tradizione e della loro identità, ridotti ad ombre di se stessi, non resta che un’unica grande valle di lacrime che se non potranno certo spengere le fiamme dell’Inferno che li attende basteranno per annegare, qui in terra, in un mare di nichilismo.

[1] Il che ricorda un analogo fenomeno, quello delle critiche al Sionismo ammesse solo se recanti l’imprimatur di qualche pensatore ebreo strombazzato dai soliti “media”.

[2] Una versione completamente plagiata dai vincitori della Seconda guerra mondiale ed interiorizzata ben bene dai vinti ripete che “dichiarare guerra all’America fu una pazzia”. Come se il senno di poi non avesse chiarito che gli Stati Uniti – coi loro sodali inglesi e sionisti – mirano sin dalla loro costituzione a dominare il mondo intero: ma per agire ‘indisturbati’ continuano a raccontare – nei documentari ‘storici’ di loro fabbricazione quotidianamente diffusi da canali tematici e non – che altri (i “cattivi” sconfitti) volevano fare quello che in realtà intendono fare loro (“i buoni” vincitori)!

[3] Cfr. “Primavera araba” o “fine dei tempi”?, Europeanphoenix.net, 6 aprile 2011: http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=40&catid=8#_ftn21

[4] Tra Ottocento e inizio Novecento è stato asservito il continente americano (e di nuovo negli anni Cinquanta e Sessanta), poi si è passati alla conquista di una parte dell’Europa (1945), dell’ex “Europa Orientale” (a partire dal 1989-1991, con la coda della guerra all’ex Jugoslavia del 1998-99) e del Vicino Oriente (a partire dal 1991: guerra in Iraq), con l’11 settembre 2011 che segna la fase d’avvio della conquista totale – anche e soprattutto sul piano dei valori – del mondo islamico (Afghanistan, Iraq, Libia…).

[5] Si pensi all’India, letteralmente devastata e ridotta alla fame dall’Inghilterra, e, dopo l’indipendenza, amputata con la creazione di Pakistan e Bangladesh allo scopo di aizzare un perpetuo stato di belligeranza tra indù e musulmani.

[6] Ai “crimini” degli uni verranno sempre opposti, dagli avversari, per giunta più forti mediaticamente, i “crimini” degli altri (un razzetto di Hamas, per la maggioranza lobotomizzata, sarà sempre più deprecabile di “Piombo Fuso”!)… Cosicché le denunce degli “antimperialisti”, oltre che non centrare il problema alla radice (cioè l’americanismo, il “mondo moderno”) non riescono nemmeno a raggiungere un pubblico di dimensioni minimamente consistenti su cui, eventualmente, basare una concreta e fattiva azione politica.

[7] Questi stessi autori, nei decenni passati, ci hanno ammorbato con le loro noiosissime e meccanicistiche interpretazioni sulle “resistenze primarie” (quelle di ‘Umar al-Mukhtâr, dell’emiro ‘abd el-Qâder ed altri), seguite da quelle ad essi gradite, guidate da elementi occidentalizzati nella misura in cui, avendo studiato in Europa, si erano convertiti al marxismo e al nazionalismo.

[8] Che questi gruppi “islamici” siano effettivamente rappresentanti di un Islam autenticamente “tradizionale” è un altro paio di maniche…

[9] D’altra parte, non si tratta di nulla di nuovo: anche i tedeschi e gli italiani vennero “rieducati” in gran quantità, così i ‘primi della classe’ furono inquadrati, dopo il 1945, in patria e fuori, nella farsesca “lotta al comunismo”.

[10] Cfr. La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”, Europeanphoenix.net, 6 luglio 2011: http://www.europeanphoenix.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=80&catid=3&Itemid=2

[11] Sarebbe interessante indagare le origini storiche del “ribellismo” (quelle metastoriche sono insite nell’esistenza stessa dell’essere umano): intanto si noti la nutrita presenza di ebrei staccatisi dalla loro tradizione tra i ranghi del “rivoluzionarismo” moderno, politico e sociale, dei “costumi”, il che ci dà la misura del nesso tra “ribellismo” e antitradizione.

[12] Le “dittature militari” sono diventate un alibi per giustificare il fallimento della “rivoluzione” in tutto il mondo…

FONTE: EuropeanPhoenix.net


No allo Stato di Palestina. Firmato: oltre 150 parlamentari italiani

Posted: August 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Israel Lobby, Palestina, Sionismo, Terra Santa | No Comments »

I PARLAMENTARI ITALIANI DANNO DIMOSTRAZIONE ANCORA UNA VOLTA DI VILTA’, SERVILISMO E DISUMANITA’.

MENTRE I NOSTRI AEREI BOMBARDANO LA LIBIA ED ISRAELE BOMBARDA GAZA, L’ITALIA E’ IN PRATICA UNA PORTAEREI EURO-YANKEE, ED I NOSTRI PARASSITI DI STATO DECIDONO PURE PER LE ALTRUI SORTI.

CI AUGURIAMO CHE LE LORO ONOREVOLI TERGA VENGANO PRESTO ADOPERATE DAGLI ITALIANI PER QUELCHE SERVONO REALMENTE: LUSTRAR SCARPE

muro di Betlemme


No allo Stato di Palestina. Firmato: i parlamentari italiani

di Emma Mancini – AIC

Lo Stato Palestinese è un pericolo per la pace. Firmato: i parlamentari italiani. Sono oltre 150, tra deputati e senatori, quelli che hanno sottoscritto la petizione lanciata dall’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele contro il riconoscimento dello Stato di Palestina il prossimo settembre alle Nazioni Unite.

Un documento che mette tutti d’accordo: gli oltre 150 firmatari coprono l’intero arco politico, dal Pdl alla Lega, dal Partito Democratico ai Radicali. Nella lettera, promossa dal direttivo dell’associazione (i deputati Enrico Pianetta – Pdl, Fiamma Nirenstein – Pdl, Gianni Verdetti – Api e la senatrice Rossana Boldi – Lega Nord) i politici italiani chiedono a Onu e Paesi europei di non procedere alla dichiarazione unilaterale dell’indipendenza dello Stato Palestinese.

“Noi, parlamentari italiani, riaffermiamo con forza il nostro impegno per una risoluzione pacifica e negoziata del conflitto tra israeliani e palestinesi, fondata sul principio di due Stati per due popoli che convivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Una prematura dichiarazione unilaterale, invece, non solo minerebbe il processo di pace, ma costituirebbe un affronto permanente all’integrità delle Nazioni Unite, dei trattati esistenti e del diritto internazionale. Crediamo che l’unilateralismo violi la legalità internazionale e metta in discussione il principio delle trattative tra i popoli”.

Secondo l’associazione, una dichiarazione unilaterale metterebbe a rischio l’impegno internazionale per la pace e in particolare le risoluzioni 242, 338 e 1850 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e cancellerebbe con un colpo di spugna gli attuali accordi di pace tra Israele e Palestina: “Una dichiarazione unilaterale violerebbe gli accordi già esistenti tra israeliani e palestinesi, tra cui gli Accordi di Oslo II in cui si afferma che: ‘Nessuna parte può prendere iniziative che cambino lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa del risultato dei Negoziati Permanenti’ (articolo 31)”.

Inoltre, secondo i parlamentari italiani, l’indipendenza della Palestina si tradurrebbe in un mutuo riconoscimento della legittimità di un partito come Hamas, considerato organizzazione terroristica: “Se una dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovesse essere approvata, ciò costituirebbe un riconoscimento di Hamas, oggi parte dell’esecutivo palestinese e tuttavia un’organizzazione terroristica fuorilegge nell’ Unione Europea, Stati Uniti e Canada. Tutto ciò mentre Hamas continua a opporsi ai principi base stabiliti dalla comunità internazionale: il riconoscimento del diritto di Israele a esistere, la rinuncia del terrorismo e il rispetto dei precedenti accordi internazionali”.

Per la precisione, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza fu redatta dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e stabiliva, come condizioni per il raggiungimento di una pace giusta e duratura, il ritiro militare israeliano dai Territori Palestinesi Occupati e il reciproco riconoscimento dei due Stati. La 338, dell’ottobre 1973, emessa in risposta alla Guerra del Kippur, chiedeva l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati tra le parti.

Infine, la risoluzione Onu n. 1850 del 16 dicembre 2008 chiedeva alle parti di “astenersi da ogni azione che possa minare la fiducia o pregiudicare i negoziati”. Di lì ad una settimana Israele avrebbe lanciato un attacco militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza, l’Operazione Piombo Fuso: in 22 giorni di bombardamenti ininterrotti e di azioni via terra, cielo e mare, i palestinesi uccisi saranno 1366, tra cui 430 bambini.

Appare poco chiaro come un riconoscimento d’indipendenza possa mettere a repentaglio risoluzioni Onu mai applicate e costantemente violate dallo Stato d’Israele: il ritiro militare dalla Cisgiordania e da Gaza non si è mai verificato, la colonizzazione prosegue selvaggia, la  costruzione del Muro va avanti nonostante le stesse Nazioni Unite e la Corte Suprema israeliana abbiano dichiarato la barriera illegale sia secondo il diritto internazionale che secondo la legge interna di Tel Aviv, Gaza vive bombardamenti quotidiani. (AIC)


I parlamentari che hanno sottoscritto la petizione contro la Palestina

Camera dei Deputati
ADERENTI Irene – Lega Nord; ADORNATO Ferdinando – Udc; ARACU Sabatino –Pdl; BERNARDIO Maurizio – Pdl; BERTOLIN Isabella – Pdl; BIANCOFIORE Michaela – Pdl; BOCCHINO Italo – Fli; BOCCIARDO Mariella – Pdl; BONCIANI Alessio – Pdl; BONIVER Margherita – Pdl; CALDERISI Giuseppe – Pdl; CARFAGNA Mara – Pdl; CASINI Pierferdinando – Udc; CASTIELLO Giuseppina – Pdl; CAZZOLA Giuliano – Pdl; CERONI Remigio – Pdl; CICCIOLI Carlo – Pdl; CROSETTO Guido – Pdl; D’AMICO Claudio – Lega Nord; D’ANNA VINCENZO – Popolo e Territorio; D’ANTONA Olga – Pd; DELFINO Teresio – Udc; DELL’ELCE Giovanni – Pdl; DELLA VEDOVA Benedetto – Fli; DI BIAGIO Aldo – Fli; DI CATERINA Marcello – Pdl; DI CENTA Manuela – Pdl; DI VIRGIGLIO Domenico – Pdl; EPOSITO Stefano – Pd; FARINA Renato – Pdl; FAVA Giovanni – Lega Nord; FORMICHELLA Nicola – Pdl; FUCCI Benedetto – Pdl; GARASSANO Maurizio – Popolo e Territorio; GERMANA’ Antonio Salvatore – Pdl; GIRLANDA Rocco – Pdl; GOISIS Paola – Lega Nord; GOTTARDO Isidoro – Pdl; GRIMOLDI Paolo – Lega Nord; HOLZMANN Giorgio – Pdl; LA LOGGIA Enrico – Pdl; LAFFRANCO Piero – Pdl; LAINATI Giorgio – Pdl; LANDOLFI Mario – Pdl; LEHNER Giancarlo – Popolo e Territorio; LORENZIN Beatrice – Pdl; MAGGIOLI Marco – Lega Nord; MALGIERI Gennario – Pdl; MANCUSO Gianni – Pdl; MANTINI Pierluigi – Udc; MARINI Giulio – Pdl; MERLO Giorgio – Pd; NAPOLI Osvaldo – Pdl; NASTRI Gaetano – Pdl; NICOLUCCI Massimo –Pdl; NIRENSTIN Fiamma – Pdl; NUCARA Francesco – Pri; ORSINI Andrea – Popolo e Territorio; PAGANO Alessandro – Pdl; PANIZ Maurizio – Pdl; PETRENGA Giovanna – Pdl; PIANETTA Enrico – Pdl; PICCHI Guglielmo – Pdl; PIZZOLANTE Sergio – Pdl; POLLEDRI Massimo – Lega Nord; RAISI Enzo – Fli; RIVOLTA Erica – Lega Nord; ROCCELLA Eugenia – Pdl; SAVINO Elvira – Pdl; CAPAGNINI Umberto – Pdl; SISTO Francesco Paolo – Pdl; SPECIALE Roberto – Pdl; TERRANOVA Giacomo – Pdl; TORAZZI Alberto – Lega Nord; TORRISI Salvatore – Pdl; VENTUCCI Cosimo – Pdl; VERNETTI Gianni – Api; ZACCHERA Marco – Pdl

Senato della Repubblica
ALLEGRINI Laura – Pdl; AMATO Paolo – Pdl; BALBONI – Alberto – Pdl; BALDASSARRI Mario – Fli; BALDINI Massimo – Pdl; BARBIERI Emerenzio – Pdl; BIANCONI Laura – Pdl; BODEGA Lorenzo – Lega Nord; BOLDI Rossana – Lega Nord; CAGNIN Luciano – Lega Nord; CALABRO’ Raffaele – Pdl; CARRARA Valrio – Io Sud; CARUSO Antonio – Pdl; CASELLI Esteban Juan – Pdl; CASOLI Francesco – Pdl; CASTELLI Roberto – Lega Nord; COMPAGNA Luigi – Pdl; COSTA Rosario Giorgio – Pdl; CURSI Cesare – Pdl; D’ALI’ Giampiero – Udc; DE FEO Diana – Pdl; DELOGU Mariano – Pdl; DIGILIO Egidio – III polo; DIVINA Sergio – Lega Nord; ESPSOSITO Giuseppe – Pdl; FLERES Salvo – Coesione Nazionale Forza del Sud; FLUTTERO Andrea – Pdl; FOSSON Antonio – Udc; GALLONE Maria Alessandra – Pdl; GARAVAGLIA Massimo – Lega Nord; GASPARRI Maurizio – Pdl; GERMONTANI Mario Ida – III polo; LATRONICO Cosimo – Pdl; LEONI Giuseppe – Lega Nord; MALAN Lucio – Pdl; MARITATI Alberto – Pd; MASSIDDA Piergiorgio – Pdl; MONTI Cesarino – Lega Nord; MORRA Carmelo – Pdl; MURA Roberto – Lega Nord; NESSA Pasquale – Pdl; OLIVA Vincenzo – gruppo misto; PALMIZIO Elio Massimo – Pdl; PARAVIA Antonio – Pdl; PICCHETTO FRATIN Gilberto – Pdl; PICCIONI Lorenzo – Pdl; PINZGER Manfred – Udc; PISCITELLI Salvatore – Io Sud; PISTORIO Giovanni – gruppo misto; PITTONI Mario – Lega Nord; POSSA Guido – Pdl; QUAGLIARIELLO Gaetano – Pdl; RAMPONI Luigi – Pdl; RIZZI Fabio – Pdl; RIZZOTTI Maria – Pdl; SACCOMANNO Michele – Pdl; SALTAMARTINI Filippo – Pdl; SANTINI Giacomo – Pdl; SCARABOSIO Aldo – Pdl; SCARPA BONAZZA Aldo – Pdl; SERAFINI Gianmarco – Pdl; SPEZIALI Vincenzo – Pdl; STIFFONI Piergiorgio – Lega Nord; THALER AUSSERHOFER Helga – Udc; TOMASSINI Antonio – Pdl; VACCARI Gianvittore – III polo; VALDITARA Giuseppe – Pdl; ZANETTA Valter – Pdl; ZANOLETTI Tomaso – Pdl

Fonte originale: The Alternative Information Center

Fonte lista parlamentari: Campoantimperialista


Majer-Zlitan Massacre by NATO (Eng-Ita-Esp)

Posted: August 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Guerre & Strategie, Libia, Massacri, Mondo arabo, Video | No Comments »

Riceviamo da LibyanFreePress e pubblichiamo
http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/08/10/zlitan-massacre-by-nato/

Press Conference by Moussa Ibrahim

on Majer-Zlitan Massacre by NATO (August 9, 2011)

Libia, Majer-Zlitan: la NATO massacra 85 civili, di cui 33 bambini, 32 donne, 20 uomini. “Per motivi umanitari” come ci spiegano i nostri “politici-burattini” nelle mani dell’usurocrazia finanziaria e bancaria mondiale.

Il popolo della Libia di Jamahiriya e di Tripoli sappia però che non tutti in Europa sono così stupidi da non aver capito il complotto/cospirazione contro la Libia ed i popoli/Nazioni del mondo, e faremo il possibile per diffondere la Verità sul crimine che si sta compiendo ai danni della Libia e di tutti noi.

Ognuno ha il suo ruolo, ognuno fa la sua parte: buona fortuna fratelli della Jamahiriya ancora libera (Nota redazionale di LibyanFreePress)

Libia acusa a la OTAN de asesinar a 85 civiles a Majer-Zlitan


Europa in cambio di Africa

Posted: August 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Africa, Archivio generale, Movimenti Nazionali | No Comments »

Europa in cambio di Africa

Jacinta Ryan ,  freelance

In questi mesi abbiamo assistito all’assalto del NORD AFRICA da parte della NATO (USA) che con l’aiuto  dei media a contratto,   ha fatto passare dei chiari  e  semplici colpi di stato come legittime rivoluzioni popolari!

I risultati riportati dalle Multinazionali che hanno commissionato questa guerra  sono notevoli:

1)      Adesso possono far mettere una base al loro esercito militare, la Nato,  in Nord Africa e iniziare così la colonizzazione dell’Africa

2)      Hanno messo le mani sul tesoro di Gheddafi e sul suo petrolio

3)      Hanno aumentato l’indebitamento dei Paesi Europei in modo da renderli più  “ a buon mercato” e quindi poterli “svendere” per poter così recuperare i prestiti fatti.

4)      Infatti stanno  “vendendo” ad un prezzo stracciato l’EUROPA alla CINA in cambio dell’AFRICA dalla quale la stanno  buttando fuori

Insomma si vendono Paesi come  l’Italia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna  dopo averli indebitati ben bene, per andare a prendere Paesi ricchi  e poi ci vengono a dire che si parte per proteggere i civili!

Quando la Nato parte per proteggere i civili vuole dire   che parte per andare  a prosciugare un Paese e ad indebitarlo!

Ovviamente la NATO non è altro che l’esercito delle grosse Multinazionali (che più che Multinazionali sono MultiAmericane) petrolifere o di armi che si trovano a Wall Street, le quali sono le Vere Padrone del Mondo  e che decidono  di volta in volta dove andare a fare i loro “prelievi”.

A quel punto la NATO parte e i Governi che la compongono non possono che obbedire, aumentando i loro debiti. Così alla fine di ogni guerra i Governi sia della NATO che dei Paesi conquistati si trovano con i debiti aumentati (per acquistare armi e pagare la guerra) e le multinazionali ovvero multi americane  sono i cassieri che riscuotono!

E ovviamente per “convincere” l’opinione pubblica che le guerre sono “giuste”,  si ricorre di volta in volta  a delle scuse:

-          Quando è per combattere il comunismo che avanza

-          Quando è per combattere un tiranno che uccide il suo popolo

-          Quando è per combattere Al Quaeda (che a seconda delle situazioni diventa nemico o alleato)

Le scuse si trovano sempre e si fanno perorare dai media “lavatori di cervelli”.

E intanto il popolo bue ci crede e  deve far fronte alle  crisi  dei propri Governi vedendosi  diminuire i servizi sociali, le pensioni, gli stipendi, i posti di lavoro. Ovviamente gli stipendi e i benefits dei politici aumentano, non diminuiscono mai, perché è un lavoro molto difficile dover fare il politico che vuole “bene” al proprio Paese…….

E poi ci vengono a raccontare tante barzellette!  Questa in poche parole è la verità!

E se un giorno il popolo bue si svegliasse? E se vedesse che magari è molto meglio dare in appalto il Governo a chi si fa il mazzo ogni giorno? Magari a turno? A normali cittadini che conoscono i veri bisogni del Paese?

MANDIAMO A CASA QUESTI TRADITORI DEL PROPRIO PAESE E AFFAMATORI DEL POPOLO.

LORO CI TENGONO SEMPRE SEPARATI CON LA STORIA DEL PARTITO POLITICO, PERCHE’ UNITI SAREMMO PERICOLOSI!

MA LORO ANCHE SE SI FANNO VEDERE ETERNAMENTE IN LITIGIO TRA LORO, IN REALTA’  SONO SEMPRE UNITI, UNITI PER MANTENERE LE LORO POLTRONE E I LORO VANTAGGI! PASSANO DA UN PARTITO ALL’ALTRO SENZA VERGOGNA, L’IMPORTANTE E’ RESTARE AL POTERE.

ABOLIAMO TUTTI I PARTITI E FORMIAMO IL PARTITO DEL POPOLO, UNITO PER LA PROPRIA NAZIONE E IL BENESSERE DEL POPOLO!

a cura di Jacinta Ryan


Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Posted: June 25th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Complotti inglesi, Garibaldi massone, Garibaldi mercenario, Guerre & Strategie, Massoneria, Risorgimento, Storia | No Comments »

Giuseppe Garibaldi, mercenario dei due mondi

Per mettere un pietra tombale sul ‘mito’ Garibaldi

giugno 25, 2011 – sitoaurora


I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, eper il 150° anniversario dallo sbarco a Marsala e dalla proclamazione della cosiddetta ‘Unità d’Italia’, pur con tutto lo stantio corteo di corifei e apologeti, non hanno suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questi eventi non sono diventati occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.
Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Anzi, il ‘General Intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica. Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.
La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.
Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo.
Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; oltre che per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Era insomma il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo, ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Perciò, i processi produttivi connessi richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico.
La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.
Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà’? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico. Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano?
Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei cantori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi.
La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di certe ‘storiche’ contemporanee venete che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita missione (covert operation),venne accolto presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito‘ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx.
Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentandola guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. “Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la Farroupilha si rovesciò. Annegarono sedici dei trenta componenti dell’equipaggio, tra cui gli amici Mutru e Carniglia; il nizzardo fu l’unico italiano superstite.” Dimostrando, così, il suo vero valore sia come comandante militare, che come comandante di nave. Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua.
Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente più interessante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, al soldo dell’Uruguay, provocò la guerra civile brasiliana. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, sia grazie ai consigli di un carbonaro suo sodale, tale Anzaldo (1), e sia perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.(2) Ma alla fine la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale. “Il diplomatico inglese William Gore Ouseley lo assolda assieme ad altri marinai per fare razzie e impedire i traffici marini degli stati latinoamericani. Erano tutti vestiti con camicie rosse.” Tentò di pubblicare il ‘Legionario Italiano’, ma la sua distribuzione venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini ‘veniva visto come il demonio’. E’ grazie agli articoli di quel giornale, da lui stesso pubblicato,
che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Tra l’altro, l”anticlericale’ Garibaldi, nel 1847 scrisse al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Qualche anno dopo, l’eroe dei due mondi venne richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l’‘emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankees.(3)
Coloro che richiesero l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente furono due siciliani, Francesco Crispi e Giuseppe La Farina. Crispi venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo.
Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese.
Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi‘. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Landi. In compenso era presente una squadra della Royal Navy, la Argus e l‘Intrepid, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, di cui almeno 19 inglesi. In realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione; tra giugno e agosto, infatti, sbarcò in Sicilia un’armata anglo-piemontese di 21000 soldati, per lo più mercenari anglo-franco-piemontesi, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Il corpo era costituito, in maggioranza, da carabinieri e soldati piemontesi, momentaneamente posti ‘in congedo’ o ‘disertori’ riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione, e anche da qualche migliaio di ex zuavi francesi, che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Anche nei pressi di Pachino, sbarcò un piccolo corpo di spedizione garibaldino, costituito da 150 uomini, che trasportavano in Sicilia i quattro cannoni acquistati a Malta dagli sponsor inglesi dell’invasione. Inoltre, erano presenti dei veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi; si trattava di un misterioso reggimento di uomini in divisa nera, comandati da tal John Dunn. Infine, i 21000 invasori furono protetti da ben quaranta tra vascelli e fregate della Mediterranean Fleet della Royal Navy.
Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e l’8.vo battaglione cacciatori napoletani, del 15 maggio, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di feriti, i garibaldini vennero letteralmente sbaragliati, subendo circa 30 morti e 100 feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero sì abbandonare il campo, ma perché il comandante di Palermo, generale Landi, aveva loro negato l’invio di rifornimenti e di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo. L’armata di Landi, di circa 16000 uomini, era accampato nei pressi di Calatafimi, ma il generale napoletano preferì ritirarsi e rinchiudersi a Palermo.
A Palermo, il 28 maggio 1860, dopo due gironi di scontri presso Porta Termini, nell’allora periferia della capitale siciliana, contro un centinaio di soldati napoletani, i garibaldini entrarono in città. Il comandante della guarnigione borbonica, Generale Lanza, sebbene avesse il comando di ben 24000 uomini e fosse sostenuto dall’artiglieria della pirofregata Ercole, li fece invece asserragliare nel palazzo del governatore, e quando parte delle truppe napoletane respinsero i garibaldini, arrivando a cento metri dal posto di comando di Garibaldi, ricevettero l’ordine di ritirata dal Lanza stesso, che l’8 giugno decise di consegnare la città agli anglo-garibaldini. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo. Il 31 maggio, a Catania, sebbene i garibaldini occupassero la città, nell’arco di ventiquattrore vennero sloggiati dalle truppe napoletane comandate da Ruiz-Ballestreros. Ma anche costui ricevette l’ordine di ritirata dal comandante della piazza di Messina, generale Clary, che a sua volta, col pieno appoggio del corrotto e fellone ministro della guerra di Napoli, Pianell, abbandonò Messina il 24 luglio. Rimase a resistere la cittadella, che cadde quando cedette anche Gaeta.
L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva,  incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui, il 20 luglio, la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 120 morti tra i napoletani guidati dal Colonnello Beneventano del Bosco, le ‘camicie rosse’ al comando del primo luogotenente di Garibaldi, Medici, subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario, e dopo che la pirocorvetta ex-napoletana Veloce, ribattezzata Tukory, al comando del disertore Amilcare Anguissola, bombardasse parte delle truppe napoletane schierate sulla spiaggia. Inoltre, le navi napoletane, lasciarono che il corpo anglo-piemontese sbarcasse alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.
Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo. Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ‘soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana (pirofregata Ettore Fieramosca, pirocorvette L’Aquila e Fulminante) evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio, a bordo dei piroscafi Torino e Franklin (battente bandiera statunitense), di sbarcare il 18 agosto, a Mileto Porto Salvo, in Calabria. La guarnigione di Reggio si arrese senza sparare un colpo, mentre il generale napoletano Briganti venne fucilato a Mileto dalla sua truppa, per fellonìa. Dal reggino in poi, fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: i suoi ufficiali fecero sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opponevano allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica.
Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.
In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 300000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.
La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa(4); poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa(5), subita qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Poco dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America. Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.
Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni(6); la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo forse legato al battaglione Vega della X.ma MAS, e che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia’ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.
Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.

Garibaldi e Saint Simon
Rendiamoci conto di una cosa; Garibaldi non agiva in quanto massone, ma in quanto agente dell’impero inglese. Tra l’altro come afferma Lucy Riall, Garibaldi era una aderente alla setta cristologica di Saint Simon. Ora, come spiega benissimo lo Storico dell’Economia Paul Bairoch, la setta cristologica (nemica del papato) guidata dal guru Saint Simon, aveva come scopo occulto il favoreggiamento dell’imperialismo londinese. Nel saggio di Bairoch, ‘Economia e Storia Mondiale’ Garzanti, a pag. 38 si può leggere:
Quel che i protezionisti francesi (…) chiamarono ‘Coup d’état’ fu rivelato da una lettera di Napoleone III al suo ministro di stato. Ciò rese pubblici i negoziati segreti, che erano cominciati nel 1846, con l’incontro a Parigi tra Richard Cobden (apostolo inglese del libero scambio, legato all’industria inglese) e Michel Chevalier, seguace di Saint Simon e professore di economia politica. Il trattato commerciale tra Inghilterra e Francia venne firmato nel 1860 (notare la data), e doveva durare 10 anni. Fu trovato il modo di eludere la discussione al parlamento (francese), che probabilmente sarebbe stata fatale per il progetto di legge. Perciò un gruppo di teorici riuscì a introdurre il libero scambio in Francia e, di conseguenza, nel resto del continente, contro la volontà della maggior parte di coloro che guidavano i diversi settori dell’economia. La minoranza a favore del liberoscambismo, che era energicamente sostenuta da Napoleone III (un vero utile idiota, NdR) , il quale era stato convertito a questa dottrina durante le sue lunghe permanenze in Inghilterra e che vedeva le implicazioni politiche del trattato. Il trattato anglo-francese, che fu rapidamente seguito da nuovi trattati tra la Francia e molti altri paesi, condusse a un ‘disarmo’ tariffario dell’Europa continentale… Tra il 1861 e il 1866, praticamente tutti i paesi europei entrarono in quella che fu definita ‘la rete dei trattati di Cobden’.”
Garibaldi, seguace della setta di SaintSimon, a sua volta legata ai circoli dominanti inglesi, effettuò l’azione contro il Regno delle Due Sicilie, con il preciso scopo sia di possedere un’Isola (la Sicilia) strategica sia sul piano geo-economico che geo-strategico, ma anche di eliminare un concorrente, Napoli, che aveva le carte in regola per non cadere nella rete di Cobden. Il resto, sulle gesta di Garibaldi, dell’assassino schiavista Nino Bixio, ecc., è solo fuffa patriottarda italidiota.

Alessandro Lattanzio, 24/6/2011

http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/25/giuseppe-garibaldi-mercenario-dei-due-mondi-2/

Note
1) Anzaldo morirà in circostanze oscure, durante il viaggio di ritorno in Italia. L’accompagnava il solo Garibaldi.
2) Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ‘spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Brown, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ‘spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ‘spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
3) C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
4) Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
5) Dove al comando di una delle squadre italiane vi era l’ammiraglio Giovanni Vacca, ex comandante della marina napoletana, che aveva tradito consegnando la sua nave, il pirovascello ‘Monarca’, ai soliti inglesi.
6) Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!


Siria: come è veramente

Posted: June 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Siria | No Comments »

Biggest Syrian Flag Raised in Mass Rally

in Damascus Stressing National Unity,

Rejection of Foreign Interference


Jun 15, 2011 – Sana

DAMASCUS, (SANA) –Hundreds of thousands of the Syrian people on Wednesday raised the biggest Syrian flag at al-Mezzeh Highway in Damascus in a response to a campaign launched by Syria’s youths and in an expression of their deep national belonging and their rejection of any foreign interference in Syria’s affairs.

The 2300-meter long and 18-meter wide flag was held by masses of the Syrian people who came to participate in “Raise with us the Biggest Syrian Flag” youth campaign.

Al-Mezzeh Highway was packed with the young people who started to flock to the place hours ago to take part in raising the flag.

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Arab students who are studying at the Syrian universities are also participating in raising the biggest Syrian flag campaign.

Thousands of balloons colored with the Syrian flag’s colors were set off in the sky over al- Mezzeh Highway, while youth chants called for national unity and the independence of Syria’s national decision.

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Popular, civil and social activities participating in the campaign stressed that they bet on the internal unity, diversity, vitality and creativity of the Syrian people.

They also highlighted that they are the ones who decide their destinies and draw the future of their homeland, adding that they will not allow anyone to tamper with Syria’s national unity.

The Syrian people can form their national, modern and contemporary program away from any custodies or interferences, they added.

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SANA correspondent said that an overwhelming national sentiment prevailed the crowds of young people as the Syrian flag was raised, and some people cried agitated by this gathering national scene.

The campaign media coordinator, Rabie Dibeh, told SANA that the campaign started with the Syrian national anthem and observing a moment of silence to honor the civilian and army martyrs.

He added that the activity is held on behalf of the Syrian people with all their segments as an expression of the national unity and a rejection of foreign interference attempts in the Syrian internal affairs.

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Dibeh underlined that the invitation for participating in the campaign was addressed to all the Syrians in general so as to give a message that the Syrian people are committed to their principled national and pan-Arab stances under the leadership of President Bashar al-Assad and that they fully reject any forms of foreign interference.

Around 8000 young people, who came from all the Syrian provinces, participated in raising the flag, according to Ghiath Tafnekji, one of the campaign’s organizers.

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He pointed out that this was the largest ever raised Syrian flag with a length of 2300 meters symbolizing the 23 million Syrians living in Syria.

The 81-year old man, Abu Ahmad, and his wife expressed pride of the new generation of the Syrian youth who rushed to support their Homeland inspired by their awareness and national unity to stress rejection of all attempts to undermine Syria’s stability and security.

For his part, Nidal al-Abdullah said “the participation of thousands of the Syrian people in raising the flag proved the unity of the Syrian society despite the difference in our viewpoints, ideas and demands still we live together in one country.”

Ahmad al-Ali and some of his friends came from Aleppo province to participate in this popular event to stress that Homeland is much more important than anything.

The 18-year old student Yara Dibo left the preparation for her secondary school examinations to share the thousands of Syrian people their love to Syria and its leadership, adding that “the Syrian unity is the only way for victory”.

Mohammad Kana’an Turjman, 87 years old, said “I used to come to where the youth gather for one month to help them sewing the flag,” stressing that it is a spontaneous initiative to condemn violence and crimes committed by the armed terrorist groups.

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The child Rand Qadamani, 12 years old, said chanting Syrian and national songs while raising the flag made her proud of her people and army.

Bashar al-Ali, member of Syrian youth group on the Facebook, said “Syria will come out much stronger than ever thanks to the Syrian Army and the Syrian youth who always work to figure out new techniques to spread their voice to the outside world.

Footballer Obeida Tuleimat of al-Karama Club said that he came from Homs to participate in raising the longest flag although the flag will move to all the Syrian cities, pointing out that he will participate in carrying the flag in every city.

Tuleimat said that Syrian national unity was reflected through the participants of the campaign regardless to their backgrounds.

A Lebanese lady who is married to a Syrian citizen said that she wanted to participate in the event to thank Syria and its leader for supporting the Lebanese Resistance, considering that the steadfastness of Syria has prevented the region from wars, chaos and division.

Tamer Abdul Salam, who suffers from cerebral palsy, found a way to express his feelings, carrying a small Syrian flag. Tamer’s father said “my son is watching the events just like every one of us and he understands and expresses his own feelings in his way.”

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Suleiman Audi, a man from Palestinian origin, said ” my friends and I have waited so long to seize the opportunity and go out to the street to express our rejection of what is going on in Syria, the country which embraced the Palestinians and opened its doors for us to study and work just as the Syrian citizens…some parts asked us to stay aside, but we can not watch and see the terrorists and the conspirators speechlessly.”

Medical teams from the Syrian Red Crescent also participated in the campaign. The Organization’s staffs got ready early in the morning for any emergency cases.

Head of First Aid, Firas al-Naqib said that no accidents happened during the event except for some sunburn cases which had been promptly cured.

The organizers and participants started to extend the flag on the ground and take their place, expressing their love to their homeland spontaneously. They kissed the flag and chanted slogans for Syria’s unity.

http://www.sana.sy/index_eng.html


“BELLA”

Posted: June 24th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Amore per la Vita, Archivio generale, Pro Life, Video | No Comments »

La bellezza, la speranza e l’amore

di mettere al mondo un figlio,

nonostante le avversità della vita



«Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i “tuoi” progetti sulla “tua” vita».
Nel 2006 è uscito un film co-prodotto da Usa e Messico, che ha vinto il “Festival del Film di Toronto”, sotto la regia di Alejandro Gomez Monteverde, intitolato “Bella. Una persona può cambiare la tua vita per sempre”.

Lo si può acquistare in DVD in lingua italiana presso “Multimedia San Paolo”. Invito tutti a vederlo e a farlo vedere. È un film anti-abortista in positivo, vale a dire: non mostra le brutture negative dell’aborto, ma la bellezza e la gioia di evitarlo e dare alla luce una creatura umana. In breve è un sì alla vita.

Testimonianza dell’attore Eduardo Verástegui:

“E’ un film che celebra la vita, che celebra i nostri valori, la nostra cultura, la nostra musica, la nostra cucina e molto altro ancora”. L’attore rivela poi di avere una speranza: “La gente nel vedere le pellicole da noi prodotte alla Metanoiafilms – in questo caso ‘Bella’ – ne esce ispirata, colma d’amore, di fede e speranza”.[…]“Dopo 10 anni di carriera mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, ma non sapevo cosa fosse. Mi sentivo in un labirinto senza uscita; volevo usare l’uscita di sicurezza ma non sapevo dove si trovasse, mi sentivo vuoto”. In un’intervista rilasciata in spagnolo nel luglio dello scorso anno all’Eternal Word Television Network, Verástegui ha sottolineato che per lui è chiaro “lo scopo della mia vita, della nostra vita. Non sono stato chiamato o non sono nato per essere un attore, non sono stato creato per essere famoso, ricco, ingegnere, medico, di successo. Sono stato chiamato ad essere santo”.

La storia che viene narrata è la seguente: un giovane campione di foot ball, di nome José, investe con la sua automobile, per distrazione colpevole, una bambina e la uccide. Sconta 4 anni di carcere e uscitone porta sempre dentro di sé il rimorso di coscienza di aver ucciso, praeter intenzionalmente, una creatura innocente, che stava attraversando la strada.

Per fortuna fa parte di una famiglia “tradizionale” messicana, allegra, sana, lavoratrice e molto religiosa (come da noi “occidentali” non ce ne è più), che lo aiuta a superare il trauma. Il fratello maggiore, che i suoi genitori avevano adottato quando pensavano di non poter avere figli, ha aperto un Ristorante molto qualificato a New York, e José ne diventa lo “chef”.

Lavora nello stesso ristorante una giovane donna di nome Nina, che ha perso il padre a dodici anni ed ha dovuto aiutare da sola la madre caduta in depressione per la dipartita del marito: è anch’essa vittima della vita, non ha né Fede né Speranza. Rimane incinta e abbandonata e in più viene licenziata dal Ristorante del fratello maggiore di José.

José, forte della sua triste esperienza, ma risolta con l’aiuto della Fede e della gioia di una sana famiglia accanto a lui, si impietosisce e dopo aver fatto conoscere la giovane ragazza-madre a suo padre, sua madre e al fratello minore, che si prepara serenamente e gioiosamente al matrimonio, decide di adottarne la figliola. La giovane ragazza madre ritrova la Fede, le Speranza e la Carità soprannaturale, dopo aver evitato l’aborto e aver messo al mondo una creatura di Dio.

Il film è molto ben recitato, e mostra ciò che manca all’occidente edonista e individualista, come all’ovest ateo-materialista e collettivista per poter affrontare serenamente la vita con tutti i suoi drammi: la Fede, la Speranza e la gioia spirituale di una sana vita di famiglia, una Speranza soprannaturale nella Provvidenza, il non pensare solo a sé, al denaro, ai propri problemi ingigantendoli.

Il film è un ottimo antidoto alla attuale società nichilistica, complicata e disperata, che sa soltanto distruggere e non ha più la forza e il coraggio di credere, sperare, costruire e amare (a fatti e non a parole) Dio e il prossimo. Dimenticarsi un po’ di sé e pensare con Fiducia all’avvenire aiuta tutti, mentre il voler pianificare la propria esistenza, come se tutto dipendesse da noi, evitare ogni sofferenza, ogni intralcio è la via che conduce alla disperazione e al fallimento.

La frase con cui inizia il film è significativa e profonda: «Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti sulla tua vita». In effetti, essa va sempre diversamente da quanto abbiamo stabilito. Allora Fede, Speranza e Carità ci aiutano a costruire qualcosa di limitato e finito, ma pur sempre di positivo e ci impediscono di distruggere la vita nostra e altrui, come la post-modernità ci insegna e quasi ci spinge a fare.

Soprattutto i giovani hanno bisogno di questi esempi, poiché sono i più vulnerabili e le prede più facili del nulla che offre il mondo contemporaneo. Tornare all’essenziale, al semplice, al vero e al profondo: questo è il messaggio del film, che può essere riassunto dalla seguente bellissima preghiera di san Francesco d’Assisi:

«Signore, fa di me uno strumento della tua Pace. Dove è odio che io porti l’amore. Dove è offesa che io porti il perdono. Dove è l’errore che io porti la verità. Dove è tristezza che io porti la gioia. Dove è il dubbio che io porti la Fede. Dove è la discordia che io porti l’unione. Dove è il peccato che io porti la grazia. Dove son le tenebre che io porti la Luce. Signore, fa che io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare; di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato quanto di amare. Poiché è dando che si riceve; perdonando si è perdonati; ascoltando, si trova comprensione. Morendo a se stessi, si resuscita a vita eterna» (Preghiera semplice).

24 febbraio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/bella_film_antiabortista.htm


Abominio e depravazione umana

Posted: June 17th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Corruzione dell'etica, Depravazioni contro natura, Etica, Massoneria, Sodomiti | No Comments »

Avanti tutta verso il peggio…

di Francesco Lamendola – 14/06/2011 -  Arianna Editrice

Domenica 12 giugno si è tenuto, a Roma, l’ormai abituale appuntamento con il Gay Pride, la giornata mondiale del cosiddetto orgoglio omosessuale.

E mentre barbuti giovanotti si scambiavano ostentatamente i loro baci sulla bocca, politici e amministratori intervenivano, approvavano, benedicevano: tutti insieme appassionatamente, uniti e solidali nel deprecare il razzismo e l’omofobia di ieri e nell’inneggiare alle presenti e future meraviglie della sedicente liberazione sessuale.

Il mattino del giorno dopo, alle otto (e cioè in una fascia oraria in cui si può stare ben certi che nessuno, e specialmente gli studenti, l’avrebbe seguita), andava puntualmente in onda, su Rai 3, una delle eccellenti trasmissioni di Rai Educational dirette da Giovanni Minoli, nella fattispecie dedicata al dramma della marina italiana nella seconda guerra mondiale.

Più che sotto il profilo tecnico della storia militare, nel quale venivano dette cose risapute e anche alcune delle solite versioni di comodo, il programma era eccezionalmente interessante per la presenza di alcune interviste a personaggi che fecero la guerra sul mare o a studiosi di quella generazione, che l’hanno accostata anche dal punto di vista culturale e ideale.

Sembra quasi incredibile che vi fosse una intera generazione di Italiani che, dal comandante all’ultimo marinaio, nutriva sentimenti di così profonda abnegazione, di un tale senso del dovere, di una così limpida dirittura morale: persone che preferivano andare a fondo con la propria nave, piuttosto che subire l’onta del disonore (eccezion fatta per l’umiliante pagina dell’8 settembre, quando gran parte della Regia marina si consegnò al nemico, ma in quel caso per obbedire a uno scellerato ordine del sovrano, cui aveva giurato fedeltà assoluta).

Si potrebbe dire che la classe 1925 (ossia di quanti, nel 1943, erano atti alla chiamata alle armi) sia stata l’ultima cresciuta con un forte senso del dovere, con un grosso spirito di sacrificio: senso del dovere e spirito di sacrificio che rifulsero, nonostante l’inettitudine o, peggio, il tradimento dei comandi, così per gli equipaggi delle «belle navi che non tornarono», come per i fanti delle divisioni impegnate a El Alamein, armati di bottiglie incendiarie contro i giganteschi carri armati britannici, o come per gli aviatori che salivano sui loro mediocri apparecchi per tentare di difendere, uno contro dieci, uno contro venti, i cieli della Patria e proteggere le nostre città dai selvaggi, deliberati bombardamenti dei sedicenti liberatori.

Si dirà che molto, nell’educazione ricevuta da quelle generazioni, era frutto di retorica malsana e di patriottismo esasperato: ed è vero; ma come non si deve gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, così non sarebbe giusto negare che, in quella educazione, vi fossero anche sentimenti validissimi e nobilissimi, primo fra tutti il senso del dovere da compiere, a qualunque costo, in qualsiasi circostanza, senza invocare facili scusanti e senza nascondersi dietro cavilli burocratici o scrupoli morali dell’ultima ora.

Si dirà anche che la dittatura fascista sfruttò il senso del dovere di quei ragazzi, i ragazzi di Capo Matapan e di El Alamein, nonché la loro giovanile inesperienza, per mandarli al macello; ma non si dovrebbe dimenticare che quello stesso “sfruttamento”, se c’è stato, è stato perpetrato anche sui i ragazzi del ’99 sulle sponde del Piave, o, prima ancora, ad Adua, a Custoza, a Novara: e mai nessuno si è sognato di accusare di plagio i governi dell’Italia risorgimentale, o di quella umbertina, o di quella della prima guerra mondiale.

Strano, vero? Si direbbe che i signori critici democratici si ricordino che i ragazzi sono stati mandati allo sbaraglio, a morire a vent’anni sopra i reticolati nemici, solo quando si offre l’occasione di addossare ogni colpa ed errore possibili a Mussolini e al fascismo; mentre si usa un metro totalmente diverso quando si tratta di valutare l’opera di altri governi.

E anche oggi, quando ormai già una quarantina di nostri militari hanno lasciato la vita sulle montagne o nelle valli del’Afghanistan, in una guerra di cui non si capisce il senso né lo scopo, tranne il fatto che non la si vuole nemmeno chiamare “guerra”, ma si preferisce, mentendo, definirla “operazione di pace”: anche oggi non si odono voci ad accusare il governo di aver giocato con gli ideali e con la vita dei nostri ragazzi, mandandoli allo sbaraglio…

Abbiamo fatto l’esempio dei nostri soldati in guerra perché, in guerra, vengono al pettine tutti i nodi sensibili di una società; e, in particolare, viene al pettine il tipo di educazione che i giovani hanno ricevuto in tempo di pace.

Se l’educazione, come è stato per i nostri giovani fino al 1943, viene costruita intorno ai valori basilari del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, si potrà stare ceri che quei ragazzi, anche in guerra, cercheranno dare il meglio di se stessi, così come avevano saputo dare il meglio di se stessi nella famiglia, nello studio, nel lavoro.

Non c’erano i figli di papà, allora, né i bamboccioni che si fanno mantenere fino ai trentacinque o quarant’anni: chi non aveva voglia (o, naturalmente, la possibilità) di studiare, andava in fabbrica, in bottega o nei campi; e contribuiva fin da ragazzo al mantenimento della propria famiglia, mentre imparava pure a farsi carico dei fratelli e delle sorelle più piccoli.

Il senso dell’onore era fatto anche di questo: non pretendere dalla vita più di quanto si sia disposti a dare; non scambiare i propri genitori per dei distributori automatici di soldi e di comodità; non tirare a campare nello studio e nel lavoro, ma impegnarsi quanto meglio si può, e non solo per la paura della bocciatura o del licenziamento, ma proprio per una intima esigenza morale, per potersi guardare allo specchio senza arrossire.

Altro che rivendicare sempre nuovi diritti, altro che pretendere sempre nuove libertà, come avviene oggi: senza mai dare nulla in cambio se non disprezzo per i genitori, per gli insegnanti, per la società intera; altro che sbandierare con orgoglio la propria omosessualità ed esibirsi in baci e abbracci davanti ai fotografi della stampa e della televisione, magari mezzi nudi, magari truccati come femmine di strada…

Certo, ogni società ha le generazioni che si merita: esse crescono respirando nell’aria i valori dominanti, prima ancora di riceverli sotto forma di esplicito insegnamento.

Ma oggi, c’è ancora qualcuno che stia insegnando qualcosa a qualcun altro?

A noi sembra di no.

Non i genitori, che non osano mai dire di no ai figli e che, se talvolta lo fanno, si vedono trascinati in tribunale come dei criminali, ad esempio perché si sono rifiutati di mantenere ancora i figli nullafacenti che fingono di studiare all’università, fuori corso da un decennio e oltre.

Non gli insegnanti, screditati, intimiditi, frustrati, che ormai promuovono tutti e regalano gli otto, i nove e i dieci a degli studenti che, fino a una generazione fa, avrebbero preso sì e no un sei o un sette; e che non si fanno scrupolo di diplomare sistematicamente degli asini integrali.

Non i dirigenti scolastici, ridotti a burocrati che non alzano mai il naso dalle carte (o al computer), che non entrano mai nelle classi, che non dialogano mai con gli studenti, che non si interessano minimamente di cosa e come insegnino i loro professori, purché compilino i registri con diligenza ed espletino in modo puntuale tutte le altre formalità di natura cartacea o informatica.

Non i sacerdoti, che hanno una tale paura di perdere l’ultima, tenue presa sulla società, da mandare ormai giù tutto, dalla messa rock alle fedeli in chiesa con la minigonna; che si prestano a celebrare matrimoni in un contesto sempre più farsesco, pur di non farsi sfuggire gli ultimi parrocchiani disposti a sposarsi in chiesa; che dicono sì alla pillola, alle coppie di fatto, all’aborto e all’eutanasia, per non mostrarsi da meno dei laici irriducibili, né più oscurantisti dei loro predecessori dell’epoca conciliare.

Non gli adulti, che si disinteressano totalmente dei bambini, tranne che dei loro figli, e anche quelli tendono a tenerseli buoni con innumerevoli concessioni a qualunque capriccio; che considerano più importante concentrarsi sull’acquisto dell’ultimo modello di automobile o dell’ultimo capo di moda firmato, piuttosto che ricordarsi dei nipoti, dei figliocci di battesimo o di cresima, dei figli degli amici, a parte qualche costoso regalo per i compleanni e le feste comandate.

Nessuno insegna più; e, del resto, per insegnare, nonché per trasmettere valori, ideali e buoni esempi, bisogna pur avere uno straccio di idea di cosa si dovrebbe trasmettere alle nuove generazioni: ma noi non l’abbiamo, abbiamo solo lo sguardo rivolto alla produzione, ai consumi, all’economia, insomma al portafoglio: e, per il resto, zero, il deserto più assoluto.

Gli effetti nefasti di questo vuoto educativo si vedono ovunque: dalla famiglia al lavoro, dalla politica alla cultura, dallo spettacolo allo sport.

E che cos’altro è l’ultimo scandalo di Calciopoli, con le partite addomesticate e le scommesse truccate, se non l’ennesima manifestazione di questo vuoto educativo, di questo nulla morale di cui noi siamo gli artefici?

Del resto, il fatto che non ci scandalizziamo più, che non riusciamo a indignarci, ma ci limitiamo a scuotere le spalle con rassegnazione o, peggio, con indifferenza, non è forse la prova di quanto sia ormai diffuso il male, come un tumore in piena metastasi?

Perché, in un organismo sano, una qualche reazione c’è sempre, davanti all’evidenza della malattia; quando l’organismo non reagisce più, allora vuol dire che la partita è persa.

Eppure, non possiamo rassegnarci a sprofondare sempre di più nella palude del nulla, di un edonismo idiota, di un nichilismo distruttivo.

Abbiamo bisogno di un nuovo ethos; abbiamo bisogno di ricostruire, là dove per decenni abbiamo solamente abbattuto, calpestato e deriso ciò che esisteva prima.

È toppo facile ironizzare sulla seriosità di un libro come «Cuore», accusando De Amicis di retorica patriottarda; irridere il tono apodittico del «Catechismo» di Pio X, sostenendo che era solo una forma di indottrinamento becero, di lavaggio del cervello; scherzare perfino sulla stampella di Enrico Toti, dicendo che l’Italia non ha bisogno di simili erori.

Di che cosa avrebbe bisogno, allora, l’Italia, secondo questi signori che sanno solamente gettare nel cestino della storia tutto ciò che è tradizione, senso dell’onore, rispetto della parola data e degli impegni presi, culto dell’onestà e ripudio del suo contrario?

Non si è inneggiato abbastanza ai diritti più sfrenati, alle libertà più demenziali, perfino all’orgoglio verso ciò di cui ci si dovrebbe piuttosto vergognare?

Non si è ancora ubriachi di parole d’ordine sempre più logore e vuote, sempre più simili a dei mantra per esorcizzare la propria cattiva coscienza?

Siamo arrivati a un bivio e dobbiamo scegliere.

O ci poniamo l’obiettivo di ricostruire il senso e la dignità della persona umana; il rispetto per l’altro e per la natura tutta; la gioia di accordare la nostra libertà con ciò che è giusto, buono e necessario non per noi soli, ma per il mondo in cui viviamo: oppure continuiamo la nostra pazza corsa verso il dissolvimento e l’autodistruzione.

Non resta molto tempo da perdere; ne abbiamo perso anche troppo; e non è più ora di chiacchiere, ma di agire.

A chiacchiere sono tutti bravi, tutti intelligenti, tutti convincenti; intanto, però, la casa sta andando a fuoco e non c’è nessuno che corra con un secchio d’acqua in mano.

Fin dove vogliamo arrivare?

Vogliamo scoprire se si può scendere ancora più in basso, quando pareva proprio che avessimo ormai toccato il fondo?

Ricominciare da zero è cosa che richiede non solo coraggio e tenacia, ma anche un profondo senso di umiltà: l’umiltà di chi sa di aver sbagliato.

Saremo capaci di trovare questo coraggio, questa tenacia e, soprattutto, questa umiltà che nasce dalla consapevolezza dell’errore?

Non sarà facile: non siamo stati abituati allo spirito di sacrificio, né al senso dell’onore; peggio ancora: siamo stati abituati a ridere di queste cose e a considerarci furbi quando correvamo dietro al successo ad ogni costo, ai piaceri prima di tutto il resto.

Ma si può sempre imparare: si dice che, quando l’acqua arriva a bagnare il sedere, o si impara a nuotare o si va a fondo.

Dobbiamo imparare a nuotare, se vogliamo salvarci.

E se vogliamo lasciare qualcosa in eredità ai nostri figli, dando loro almeno qualche ragionevole prospettiva per il futuro.

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39159


PROPAGANDA SIONISTA…

Posted: June 9th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Israel Lobby, Sionismo | No Comments »

…a spese dei contribuenti e di chi paga il canone Rai-tv..


Fonte: http://www.segretariatosociale.rai.it/

~

Oggetto: Presentazione del libro

“Per la Verità, per Israele”

giovedì 16 giugno

ore 17:30

alla Rai di Via Asiago 10, Roma

~

Cari amici, ho ancora viva nella mente e nel cuore l’emozione del 7 ottobre quanto siamo riusciti a realizzare la maratona oratoria “Per la Verità, per Israele”. In quella giornata abbiamo portato l’attenzione dei media internazionali sul fatto che da anni ormai una rete di falsificazioni ha avvolto lo Stato d’Israele fino a rendere letteralmente impossibile l’informazione e il giudizio, e soprattutto in maniera così pervasiva da mettere in pericolo la vita di Israele stesso e con essa anche l’intera sfera della moralità internazionale e della nostra, dell’Europa, in particolare. Il nostro prezioso lavoro non è andato sprecato! Sono felice di comunicarti che grazie all’iniziativa e all’impegno di Carlo Romeo e del Segretariato Sociale della Rai è stato pubblicato il libro con la raccolta di tutti gli interventi della manifestazione. Desidero invitarti alla presentazione di quello che voglio chiamare “il nostro libro” che si svolgerà giovedì 16 giugno alle ore 17:30 presso la Sede Rai di Via Asiago 10, Roma.
Con l’augurio di poterti abbracciare ti rinnovo il mio sincero grazie,
Fiamma

*** On. Fiamma NIRENSTEIN  Vicepresidente della Commissione Esteri
CAMERA dei DEPUTATI
Palazzo Marini 4
Via del Pozzetto 105, 00186 Roma
uff. 06.6760.6805
fax 06.6760.6752
www.fiammanirenstain.com

Siamo lieti di invitarLa alla presentazione del libro:

“Per la Verità , per Israele. Mille voci al Tempio di Adriano”

giovedì 16 giugno 2011, ore 17:30 presso la RAI

via Asiago 10, Roma – Sala A

Interverranno:

Alain Elkan, scrittore e giornalista

Farid Ghadry , presidente del Reform Party of Syria

Fiamma Nirenstein , giornalista, vice presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati

Riccardo Pacifici , presidente della Comunità Ebraica di Roma

Enrico Pianetta , presidente dell’Associazione parlamentare di amicizia Italia – Israele

Eugenia Roccella , sottosegretario al Ministero della Salute

Carlo Romeo , RAI, responsabile del Segretariato Sociale

Francesco Rutelli , presidente dell’Alleanza per l’Italia

Ai presenti sarà consegnata una copia del libro

RSVP: e-mail: [email protected], tel. 06-6760.6805 cell. 393-8058906

Fonte: http://www.segretariatosociale.rai.it/


Siria. Si infittisce il giallo della blogger lesbica Amina Arraf

Posted: June 8th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Siria | No Comments »

Siria. Si infittisce il giallo della blogger lesbica Amina Arraf

8 Giugno 2011 – di Federico Cenci – AgenziaStampaItalia

La foto di Jelena Lecic, rubata dalla sua utenza facebook, è stata spacciata dai media internazionali per quella di Amina Arraf, personaggio probabilmente di fantasia dei servizi occidentali (ndr).
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(ASI) Negli ultimi due giorni i media internazionali riprendevano una notizia iniziata a circolare con insistenza ma della quale si ignora la fonte: un commando armato e composto da tre uomini a volto coperto avrebbe rapito nella notte tra lunedì e martedì scorsi, in pieno centro di Damasco, una tale Amina Arraf, blogger siriana dichiaratamente omosessuale che – si è detto e scritto – sarebbe sgradita al Presidente Bashar Al-Assad.
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Prima di esser costretta dal commando a salire a bordo di un’auto dell’azienda romena Dacia - su un cui finestrino campeggiava un adesivo con il ritratto del Presidente (mossa non propriamente strategica da parte di uomini che, si presume stando ai passamontagna, volevano nascondere la propria identità) - Amina Arraf sarebbe riuscita a gridare all’indirizzo del padre (anche se altri media sostengono di un amico), il quale avrebbe poi dato l’allarme.
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La vicenda inizia in queste ore, tuttavia, ad assumere sempre più i contorni di un giallo, alimentando dubbi sulla veridicità del rapimento e persino dell’esistenza di questa giovane dissidente anti-Assad. Andy Carvin, giornalista della National Public Radio statunitense ed esperto di Internet, sospetta che nessuno di quelli che hanno scritto del caso abbia mai conosciuto la blogger o l’abbia intervistata.
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Egli ha chiesto a tutti i suoi contatti su Twitter (quasi 50 mila, tra i quali molti professionisti dell’informazione) se qualcuno l’avesse mai conosciuta di persona, ottenendone solo risposte negative. Inoltre, l’unica persona – sedicente amica di Amina Arraf - intervistata da alcuni organi di informazione (Times, BBC e Al Jazeera), di nome Sandra Bagaria, ha voluto precisare di aver avuto con la donna esclusivamente contatti tramite posta elettronica (l’importante dettaglio non era emerso in precedenza).
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Ad infittire il caso, le dichiarazioni alla stampa di un pubblicitario inglese, Julius Just, per informare che la ragazza ritratta nelle foto uscite sui giornali non è Amina Arraf, bensì la sua ex moglie: Jelena Lecic. La stessa donna ha contattato il suo ex marito quando ha sfogliato i giornali, pregandolo di intervenire per sciogliere l’equivoco. “Voglio solo specificare che quella donna ritratta nelle foto sono io”, le dichiarazioni di Jelena Lecic, che ha inoltre sottolineato che quelle immagini erano contenute nella sua utenza Facebook.
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Inspiegabilmente, quelle stesse foto sono poi apparse sulla pagina Facebook di Amina, qualche ora dopo il presunto rapimento di cui sarebbe stata vittima.
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E’ proprio da qui, infatti, che il Guardian (primo mezzo stampa a farle circolare) pare abbia preso le discusse foto.
Un altro caso di macchinazione mediatica occidentale applicata nei turbolenti territori del Medio Oriente?
Cui prodest?
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Mavi Marmara: Anniversario di un Crimine Contro l’Umanità

Posted: May 31st, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Giornalismo storico, Israele, Killeraggi, PDF, Palestina, Sionismo, Storia, Video | No Comments »


Le Guerre Saud-Israeliane

Posted: May 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Geopolitica, Guerre & Strategie, Israel Lobby | No Comments »

Le guerre segrete dell’alleanza saudita-israeliana

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 28 maggio 2011

Un vecchio proverbio cinese dice: la crisi può essere un’opportunità per qualcuno.

Tel Aviv, Washington e la NATO stanno approfittando degli sconvolgimenti nel mondo arabo. Non solo lottano contro le legittime aspirazioni del popolo arabo, ma stanno manipolando la geopolitica del mondo arabo nella loro strategia per il controllo dell’Eurasia.

Conflitti settari in Egitto: un mezzo per indebolire lo stato egiziano
L’Egitto è governato da una giunta contro-rivoluzionaria. Nonostante la crescente ostilità del popolo egiziano, il vecchio regime è ancora in vigore. Eppure, le sue fondamenta stanno diventando sempre più instabili, mentre il popolo egiziano diventa sempre più radicale nelle sue richieste.
Come nell’era Mubarak, il regime militare di Cairo permette il diffondersi del settarismo in Egitto, nel tentativo di creare divisioni nella società egiziana. Nei primi mesi del 2011, quando gli egiziani hanno preso d’assalto gli edifici governativi, si scoprirono i documenti segreti che dimostrano come il regime fosse dietro gli attacchi contro la comunità cristiana in Egitto.
Recentemente, i cosiddetti  estremisti salafita hanno attaccato le minoranze egiziane, tra cui i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Attivisti e leader della comunità copta e sciita egiziani puntano il dito contro la giunta militare di Cairo, Israele e Arabia Saudita.
La giunta militare egiziana, Tel Aviv e Al-Saud fanno tutti parte di una minacciosa alleanza. Questo raggruppamento è la spina dorsale della struttura imperiale degli Stati Uniti nel mondo arabo. Sono al servizio di Washington. Prevarranno fin quando gli Stati Uniti domineranno nel sud-ovest dell’Asia e in Nord Africa.
Gli al-Saud cooperano con Washington in Egitto, per instaurare un governo apparentemente islamico. Ciò avviene tramite i partiti politici che gli al-Saud hanno finanziato e contribuito ad organizzare. I cosiddetti nuovi movimenti salafiti ne sono gli esempi principali. Sembra, inoltre, che i Fratelli Musulmani o almeno branche di essi, siano stati cooptati.

L’alleanza saudita-israeliana e la politica della divisione
I legami degli al-Saud con Tel Aviv sono diventati, negli ultimi anni, sempre più visibili e pervasivi. Questa alleanza segreta israelo-saudita esiste nel contesto della più ampia alleanza Khaliji-Israele. L’alleanza con Israele è stata instaurata attraverso la cooperazione strategica tra le famiglie regnanti dell’Arabia Saudita e degli sceiccati arabi del Golfo Persico.
Insieme, Israele e le famiglie dominanti Khaliji, formano la prima linea di Washington e della Nato contro l’Iran e i suoi alleati regionali. L’alleanza agisce anche per la destabilizzazione della regione per conto di Washington. Le radici del caos nell’Asia del sud-ovest e in Nord Africa è sempre questa alleanza Israele-Khaliji.
In linea con gli USA e l’UE, l’alleanza formata da Israele e dai governanti Khaliji ha operato per creare divisioni etniche tra arabi e iraniani, divisioni religiose tra musulmani e cristiani e divisioni confessionali tra sunniti e sciiti. E’ la “politica della divisione” o “fitna“, che è anche servita a mantenere al potere le famiglie dominanti Khaliji, e Israele al suo posto. Israele e la famiglie dominanti Khaliji non potrebbero sopravvivere senza la fitna regionale. Gli al-Saud e Tel Aviv sono gli autori della divisione tra Fatah ed Hamas e dell’allontanamento di Gaza dalla Cisgiordania. Hanno cooperato nella guerra del 2006 contro il Libano, al fine di schiacciare Hezbollah e i suoi alleati politici. Arabia Saudita e Israele hanno, inoltre, collaborato nel diffondere il settarismo e la violenza settaria in Libano, Iraq, Golfo Persico, Iran e ora l’Egitto.
Israele e le monarchie Khaliji aiutano Washington nel perseguire il suo obiettivo di neutralizzare, in ultima analisi, l’Iran e i suoi alleati, così come qualsiasi forma di resistenza contro gli Stati Uniti, in Asia sud-occidentale e in Nord Africa. Ecco perché il Pentagono ha pesantemente armando Tel Aviv e gli sceiccati Khaliji. Washington  sta anche creando, in Israele e nei sceiccati arabi, gli scudi anti-missili volti contro l’Iran e la Siria.

Iranofobia
L’alleanza tra gli sceiccati Khaliji e Israele è stato strumentale nella creazione dell’ondata di Iranofobia nel mondo arabo. L’obiettivo finale dell’Iranofobia è trasformare l’Iran, agli occhi dell’opinione pubblica araba, in un nemico del popolo arabo, in modo da distrarre l’attenzione dai veri nemici del mondo arabo, ossia le potenze neo-coloniali che occupano e controllano territori arabi.
L’Iranofobia è un’operazione psicologica, uno strumento della propaganda. L’obiettivo strategico è isolare l’Iran e riconfigurare il panorama geo-politico dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Inoltre, l’Iranofobia è stata utilizzata dalle famiglie regnanti Khaliji, dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita e al Bahrain, come pretesto per la repressione dei loro popoli, che chiedono libertà e diritti democratici negli sceiccati.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano, un insieme di clienti dei Khaliji-USA e alleati di Israele, ha anch’essa usato l’Iranofobia e la “politica della divisione“, per cercare di aggredire Hezbollah e i suoi alleati politici libanesi. L’obiettivo è  indebolire e minare i legami libanese-iraniano e siriano-libanese. L’Alleanza del 14 Marzo, controllata soprattutto dal Movimento Futuro di Hariri, ha importato in Libano i cosiddetti combattenti salafiti di Fatah al-Islam, con l’obiettivo di usarli per attaccare Hezbollah. Il Movimento Futuro ha anche avuto un ruolo nel progetto israelo-saudita-statunitense di destabilizzazione della Siria e del suo allontanamento dal Blocco della Resistenza.

Mahdi Darius Nazemroaya è specializzato in Medio Oriente e Asia Centrale. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG).

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/05/28/le-guerre-segrete-dellalleanza-saudita-israeliana/


Obama, la guerra finanziaria e l’eliminazione di Dominique Strauss-Kahn

Posted: May 28th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Guerra finanaziaria, Poteri Occulti | No Comments »

Obama, la guerra finanziaria

e l’eliminazione di Dominique Strauss-Kahn

di Thierry Meyssan – 26/5/011

DSK, lo zimbello della farsa.

Non si può capire la caduta di Dominique Strauss-Kahn senza inserirlo nel contesto del progetto che incarnava la creazione di una nuova valuta di riserva internazionale, in programma per oggi 26 maggio 2011. Paradossalmente, un progetto atteso dagli stati emergenti, come pure dalla finanza apolide, ma rifiutata dai complesso militar-industriale israelo-statunitense. Thierry Meyssan alza il velo sul colpo di mano di Obama, per non dovere mantenere gli impegni assunti.

I francesi hanno assistito con stupore all’arresto negli Stati Uniti del loro leader politico più popolare, Dominique Strauss-Kahn. L’ex ministro dell’Economia, l’uomo che era diventato l’alto funzionario più pagato del mondo (stipendio base annuo, bonus esclusi e spese: 461510 USD) e che era sul punto, si diceva, di avvicinarsi alla presidenza della Repubblica. Questa personalità calorosa, nota per il suo appetito a tavola e a letto, a volte accusato di fare politica con dilettantismo mentre amava prendere del tempo per godersi la vita, è accusato di aver violentato selvaggiamente una cameriera in un albergo di Manhattan.

Per sei giorni, il francesi sono rimasti attaccati ai loro teleschermi a guardare inebetiti l’accanimento giudiziaria nei confronti un uomo che erano abituati a considerare come il rimedio possibile, dopo il disastroso quinquennio di Nicolas Sarkozy. La sua caduta è stata anche la fine delle loro illusioni.

Lo spettacolo di questo destino spezzato assomiglia a una tragedia greca. Il detto romano “Arx tarpeia Capitoli proxima” torna sulle labbra: la Rupe Tarpea, dove i condannati a morte venivano lanciati nel vuoto, era così vicina al Campidoglio, luogo simbolo del potere e degli onori.

Indipendentemente da ogni considerazione sulla sua innocenza o colpevolezza, il maltrattamento di una simile elevata personalità non può che causare ansia tra i semplici cittadini: se questi non riescono a difendersi, come possiamo sperare di farlo se fossimo accusati noi come lui?

Ascesa e caduta

Ma i francesi sono un popolo politicizzato, nutrito dalle lezioni di Machiavelli, senza averlo mai letto, si sono affrettati a mettere in discussione la fondatezza delle accuse contro il loro concittadino, DSK. Il 57% di loro, secondo i sondaggi, non crede a questa sordida storia che i media statunitensi si dilettano a raccontare. Alcuni hanno cominciato a immaginare gli scenari di possibili manipolazioni, mentre altri si chiedevano “Cui bono?” (A chi giova?).

In questo gioco, il primo nome che viene in mente è quello di Nicolas Sarkozy. Come non pensare a quando ci si ricorda che è diventato presidente presentando una denuncia contro il suo principale rivale, Dominique de Villepin, e trascinandolo in un caso rocambolesco di documenti falsi. Allora perché non un nuovo complotto per far fuori un nuovo concorrente?

E non importa che i due uomini avevano bisogno l’uno dell’altro per preparare i prossimi vertici internazionali, né che erano entrambi asserviti al Signore Supremo degli Stati Uniti. Sappiamo che i peggiori crimini richiedono il sangue di amici o meglio, dei parenti.

Inoltre, i francesi ignorano i legami di DSK [1], come hanno ignorato quelli di Nicolas Sarkozy, quando l’hanno eletto [2]. Mai la stampa li aveva informati che negli anni ’90, durante la sua traversata del deserto politico, è stato assunto come professore alla Stanford University da una certa Condoleezza Rice. Non sapevano che lui e i suoi luogotenenti Pierre Moscovici e Jean-Christophe Cambadelis erano responsabili del finanziamento del partito socialista e della Fondation Jean-Jaurès dal National Endowment for Democracy la facciata legale della CIA [3]. Non hanno seguito i suoi numerosi lavori e contratti con i think tank atlantisti, la German Marshall Fund of the United States [4] o il Bilderberg Group [5]. In definitiva, non sanno nulla del suo impegno per l’integrazione della Francia e dell’Europa in un mercato unico transatlantico, dominato dagli Stati Uniti.

I francesi non conoscevano i suoi stretti legami con Israele. Guidava, in seno al Partito Socialista il Circolo Blum, dal nome di un ex primo ministro ebraico. Questa discreta e potente lobby sorveglia, lontano dalla scena politica, tutti coloro che vorrebbero contestare il progetto sionista. Così fa cadere delle teste, come il politologo Pascal Boniface, che ha evidenziato carattere elettoralmente controproducente del supporto a Tel Aviv, in un paese dove il 10% della popolazione è di cultura araba. DSK ne se cache pourtant pas. DSK non copre ancora. Afferma senza mezzi termini: “Credo che ogni ebreo della diaspora e della Francia dovrebbe fornire un aiuto a Israele. É perciò importante che gli ebrei si assumano delle responsabilità politiche. Insomma, nelle mie funzioni e nella mia vita quotidiana, attraverso tutte le mie azioni, cerco di apportare la mia modesta pietra all’edificio di Israele“. Strano per qualcuno che è in corsa per la presidenza francese. Poco importa, è così gioviale.

Tuttavia, nulla è stato risparmiato a Dominique Strauss-Khan e a coloro che lo amano: mentre lui è stato posto in custodia cautelare, poi in detenzione, senza aver mai la possibilità di parlare, il Procuratore di New York ha fatto distribuire ai media un atto d’accusa dettagliato.

Vi si legge la descrizione freddamente clinica dei reati imputati: “L’imputato ha tentato di avere, con la forza, sesso orale e anale con una terza persona; l’imputato ha cercato, con la forza, di avere rapporti vaginali con una terza persona, l’imputato ha forzato una terza persona a un contatto sessuale; l’imputato rapito una terza persona; l’imputato ha costretto una terza persona al contatto sessuale senza consenso; l’imputato ha intenzionalmente e senza giustificati motivi, toccato i genitali ed altre parti intime di una terza persona, al fine di umiliare la persona e abusare di lei, e al fine di soddisfare i desideri sessuali dell’accusato.
Questi crimini sono stati commessi nelle seguenti circostanze: Il sottoscritto dichiara di essere stato informato da qualcuno conosciuto dall’ufficio del procuratore che l’ha accusato di 1) aver chiuso la porta della stanza e impedito la denunciante di lasciare questa sala, 2) di essersi seduto sul petto della denunciante, senza il suo consenso, 3) ha cercato di rimuovere con la forza i collant di questa persona e di toccarle i genitali con la forza, 4) costretto la bocca della denunciante a toccare il suo pene per due volte, 5) aver commesso questi atti usando la forza fisica.

Tutto questo sventolato per giori sul telegiornale delle 20h, con grande dettaglio, sotto gli occhi spalancati di genitori che rientrano dal lavoro, e di fronte a bambini terrorizzati che abbassano il loro naso sul loro piatto di minestra.

Lo shock culturale

Nessuno sa chi è il più traumatizzato: l’economista brillante che avrebbe salvato l’umanità dalla crisi finanziaria, viene improvvisamente ridotto al rango di criminale infame, o le persone che aspiravano al riposo e stavano pensando a scegliere un leader, e si vedono costrette ad osservare ancora una volta la violenza degli Stati Uniti.

A questo proposito, i francesi sono in cerca della scuse al sistema giuridico anglo-sassone che scoprono. Certo, avevano già visto queste parodie di giustizia nella serie televisiva, ma non hanno mai pensato che ciò fosse vero. E il sistema extragiudiziale, Guantanamo e le prigioni segrete, di cui non hanno mai voluto saperne. Alcuni commentatori hanno tentato di spiegare la durezza della polizia e del primo giudice come il desiderio di trattare allo stesso modo i potenti e i deboli. Eppure, tutti hanno letto le opere di famosi sociologi che dimostrano che in questo sistema iniquo il denaro regna, e la giustizia è di classe.

I francesi, inoltre, hanno accettato acriticamente le critiche anglo-sassone. Tutto questo è colpa della stampa francese, si poteva leggere, che non ha mai indagato sulla vita sessuale sfrenata di Strauss-Kahn, in nome del rispetto della sua privacy. Tuttavia, continuano i puritani, colui che seduce apertamente le donne, e anche la stampa, a volte sbandano, è un potenziale stupratore. “Chi ruba un uovo, ruba un bue!“. Sulla copertina, Time Magazine presenta DSK e altri come lui, come un maiale. Nessuno ha rilevato che l’imputato era il direttore del FMI a Washington, da 3 anni senza che la stampa anglosassone, che impartisce lezioni, abbia indagato sui suoi presunti vizi occulti.

L’accusa aveva aperto il sospetto, tutti si ricordano, ma un pò più tardi, che nel 2002 DSK aveva cercato di abusare una bella giornalista, Tristane Banon. Quando lei aveva chiesto una intervista, era stata invitata in un appartamento privato, situato nel quartiere storico del Marais, a Parigi. Aveva accolto la giovane donna in un grande loft, privo di mobili ad eccezione di un letto. E siccome questa bellezza non cedeva al libertino, l’aveva picchiata.

Forse a New York, questa violenza aveva travolto l’uomo galante, e l’aveva trasformato in un criminale?

Nulla permette di immaginarlo, tanto più che DSK non è un celibe frustrato. E’ sposato con una star televisiva, Anne Sinclair, che era la giornalista favorita dai francesi, prima di abbandonare il suo lavoro per accompagnarlo nella sua carriera. I francesi l’hanno ritrovata al tribunale, quando Dominique Strauss-Kahn è apparso, ancora più bella e volitiva, nonostante gli anni in più. Nipote di un grande mercante d’arte, ha una fortuna familiare notevole. Senza esitare, è venuta da Parigi per pagare un milione di dollari di cauzione e offrire cinque milioni di dollari in garanzie bancarie aggiuntive. In quesl momento, questa donna di denari era pronta a cedere tutto per salvare il marito dalle grinfie laceranti della giustizia degli Stati Uniti. Era tanto più ammirevole. É lei che non si alterava per le sue buffonate, e che amava accompagnarlo alla Chandelle, un club per scambisti parigini.

In ogni nazione degna di questo nome, non si sarebbe sopportato vedere una celebrità che puntava ad essere eletta presidente e incarnare il paese, apparire ammanettato tra i poliziotti dell’FBI e gettato nella parte posteriore di un’auto, come un delinquente, esposto in tribunale senza essersi potuto fare la barba. Probabilmente si sarebbe assediata l’Ambasciata USA, cantando inni patriottici. Non in Francia. Qui si ammirano troppo gli “americani“. Li si contempla come il il coniglio è ipnotizzato dal cobra. Ed è difficile ammettere che non si è al centro del mondo, chese c’è complotto, non è nato sulle rive della Senna, ma sulle rive del Potomac.

Il sequestro

DSK è colpevole di stupro o è vittima di un complotto? Basta pensarci per risolvere la questione.

L’imputato avrebbe passato la notte con una ragazza squillo. Avrebbe violentato la cameriera al brunch della mattina, e poi presumibilmente è andato tranquillamente a fare colazione con sua figlia, una studentessa della Columbia University. Infine, avrebbe preso il suo aereo prenotato da alcuni giorni per incontrarsi con la Cancelliera Angela Merkel a Berlino. Era comodamente seduto in uno aereo della Air France, quando è stato arrestato, dieci minuti prima del decollo.

Secondo l’equipaggio, gli agenti del Nucleo vittime speciali (della serie Law and Order SVU [6]) non hanno chiesto ai loro omologhi dell’aeroporto di procedere all’indagine, ma hanno insistito nel farlo loro stessi, nonostante il rischio di arrivare troppo tardi. Per evitare che DSK non fosse preavvertito, hanno chiesto che si disturbassero i telefoni in quella zona dell’aeroporto, il tempo necessario al loro arrivo [7]. Tuttavia, tale interferenza non era responsabilità di una squadra normale. Questa è proprio una questione di sicurezza nazionale.

Quando l’indagato è stato preso in custodia, è stato escluso da qualsiasi contatto esterno se non con i suoi avvocati, come prevede la legge negli Stati Uniti. Ma quando la giudice Melissa Jackson l’ha preso in custodia, è stato nuovamente isolato dall’esterno. Senza motivo. Il fermo era stato spiegato necessario, perché il convenuto poteva fuggire in Francia, con la quale lo Stato di Washington non ha concluso alcun trattato di estradizione, e che ha protetto un altro imputato accusato di stupro, il regista Roman Polanski. Questa decisione non è stata presa per isolare l’imputato e impedirgli di influenzare i testimoni. Ma il giudice ha deciso di farlo rinchiudere a Rikers Island, una delle più grandi prigioni del mondo, con 14.000 detenuti, e uno delle più sordide. Un inferno sulla Terra. “Per la sua protezione”, lo si è poi premiato con una camera singola e tenuto in isolamento.

Insomma, per 10 giorni, l’amministratore delegato del FMI è stato sequestrato. Per 10 giorni, il funzionamento delle istituzioni internazionali è stato bloccato per la mancanza della sua firma. Per 10 giorni, i problemi dell’euro e del dollaro, il crollo della Grecia, e molte altre questioni, sono rimasti in sospeso a causa del capriccio di polizia, giudici e guardie carcerarie.

Secondo la giurisprudenza degli Stati Uniti DSK, che non ha precedenti penali ed è domiciliato a Washington, non avrebbe dovuto essere tenuto in custodia cautelare, ma avrebbe dovuto essergli concessa la libertà. Probabilmente ha rapidamente analizzato la situazione. Attraverso uno dei suoi avvocati, è riuscito a mandare al FMI una lettera di dimissioni. Il giorno dopo, contro ogni previsione, un nuovo giudice ha aderito alla sua richiesta di libertà vigilata. Non era, infatti, più utile tenerlo in custodia poiché il FMI aveva recuperato la sua capacità di agire.

Christine Lagarde saluta tutti coloro che hanno creduto alle promesse fatte da Washington al signor Zhou.

Christine Lagarde, Ministro francese dell’Economia, che ha fatto carriera negli Stati Uniti difendendo gli interessi del complesso militare-industriale [8], punta a succedere all’accusato nella direzione del FMI, nonostante le grida di sdegno di Russia e Cina.

In realtà, il secondo suo avvocato, Benjamin Brafman, non è venuto a vederlo in prigione e non ha partecipato alla seconda udienza. La star dei tribunali di New York si era recata precipitosamente in Israele. Ufficialmente per celebrare una festa religiosa in famiglia [9]. Ma per chiedere il suo onorario tasse, il signor Brafman non ha dovuto accontentarsi di accendere i fuochi del Lag Ba’omer, ma ha dovuto negoziare con il suo cliente.

Il progetto Zhou

Perché schierare dei mezzi hollywoodiani per bloccare il FMI per 10 giorni? Due risposte sono possibili, e possono essere collegate.

In primo luogo, il 29 marzo 2009, il governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan ha sfidato il predominio del dollaro come valuta di riserva. Deplorando che il progetto dell’economista John Maynard Keynes, di creare una moneta internazionale (il Bancor), non è stato raggiunto alla fine della seconda guerra mondiale, ha proposto di utilizzare i Diritti Speciali di Prelievo del FMI per giocare questo ruolo [10].

Zhou Xiaochuan non ha detto la sua ultima parola.

Cedendo alle pressioni, gli Stati Uniti accettano la triplicazione delle risorse del FMI e il rilascio, da parte del FMI, dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del valore di 250 miliardi dollari, nel corso del vertice del G20 a Londra, del 2 aprile, 2009. Hanno anche accettato il principio di un Consiglio di Stabilità Finanziaria, cui saranno associati i grandi stati emergenti.

Questa idea è stata discussa al vertice del G8 a L’Aquila (Italia), l’8 luglio 2009. Spingendo il pedone più lontano, la Russia propose di non accontentarsi di una moneta virtuale, ma di stamparla. Dmitrij Medevedev, che aveva fatto coniare simbolicamente prototipi di questa moneta, ne mise alcune sul tavolo. Da un lato c’erano i volti degli otto capi di Stato e dall’altra la valuta, recava la scritta in inglese “Unity in Diversity” [11].

Il progetto è presentato agli esperti della Divisione Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite. Il loro rapporto, a cui partecipa il professor Vladimir Popov della New Economic School di Mosca, è studiato il 25 aprile 2010 in una riunione congiunta del FMI e della Banca mondiale [12].

Il processo dovrebbe concludersi oggi, 26 maggio 2011, in occasione del vertice G8 di Deauville (Francia). Il dollaro ha cessato di essere la moneta di riferimento sullo sfondo dell’insolvenza del governo federale degli Stati Uniti. Washington avrebbe rinunciato al finanziamento della sua superpotenza militare con il debito, per perseguire la propria ristrutturazione interna.

Il dinaro libico, la prima (e ultima?) valuta nel mondo garantita dall’oro e dai Diritti Speciali di Prelievo del FMI. Nel 2000, il colonnello Gheddafi aveva sognato di creare una moneta pan-africana basato sull’oro, ma non era giunto a fare avanzare la sua idea. Sempre nel 2009, si era spontaneamente impadronito del progetto Zhou e l’aveva unilateralmente adattato al suo paese.

Il granello di sabbia

Purtroppo, durante gli ultimi mesi di questo processo, le iniziative politiche e militari hanno sconvolto questo piano. Alcuni stati, tra cui Russia e Cina, sono stati truffati. L’arresto di DSK dimostra che Washington ha agito in mala fede e che le sue concessioni miravano a guadagnare tempo.

Anche se i dettagli esatti dell’idea progettata da Dominique Strauss-Kahn di creare questa nuova valuta di riserva sostenuta dai Diritti Speciali di Prelievo del FMI sono segreti, sembra che la Libia stesse giocando un ruolo chiave: a titolo esperimentale, la Banca Centrale della Libia era la primo a decidere di basare la propria valuta, il dinaro, sull’oro e poi sul DSP. La cosa è tanto più importante poiché la Libia ha un fondo sovrano tra i meglio dotati del mondo (è anche un po più ricco di quello della Russia).

Tuttavia, entrando in guerra contro la Libia, Francia e Regno Unito hanno congelato teoricamente i beni non solo della famiglia Gheddafi, ma dello Stato libico. Peggio, Parigi e Londra hanno inviato dei dirigenti della banca HSBC a Bengasi, per creare una Banca Centrale dei ribelli della Libia e tentare di sequestrare dei beni nazionali [13]. Senza che si sappia se Nicolas Sarkozy e David Cameron si siano lasciati rapire dal loro potere o abbiano agito su istruzioni dai loro mandanti a Washington, il fragile edificio progettato da Dominique Strauss-Kahn è crollato.

Secondo i nostri contatti a Tripoli, al momento del suo arresto, DSK stava partendo per Berlino per trovare una soluzione con la Cancelliera Angela Merkel. Doveva poi partire con un emissario della Merkel per negoziare con i rappresentanti del colonnello Gheddafi, e forse con lui direttamente. La firma del leader libico era necessario per sbloccare la situazione.

Vi è ora una guerra finanziaria di proporzioni senza precedenti: mentre la situazione economica degli Stati Uniti vacilla e il dollaro potrebbe facilmente diventare carta straccia, l’accordo approvato al G8 e al G20, attuato dal FMI in coordinamento con la Banca mondiale e la comunità bancaria internazionale di cui DSK era il campione, è sospeso. Il predominio del dollaro è intatto anche se più artificiale che mai; questo dollaro che gli stati emergenti volevano relativizzare, ma su cui il complesso militare-industriale israelo-statunitense consolida il proprio potere.

In questo contesto chi è un uomo d’onore?

Thierry Meyssan

Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre (Fandango, 2003).
Fonte originale: Komsomolskaja Pravda (Russia)

Traduzione di Alessandro Lattanzio per

http://www.voltairenet.org/article170084.html

[1] «Dominique Strauss-Kahn, l’uomo “Prezzemolo” del FMI», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 5 ottobre 2007.
[2] «Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 19 luglio 2008.
[3] «La NED, vetrina legale della CIA», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 6 ottobre 2010.
[4] «Le German Marshall Fund, un reliquat de la Guerre froide?», Réseau Voltaire, 5 ottobre 2004.
[5] «Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 9 aprile 2011.
[6] Serie televisiva di Dick Wolf per la NBC, trasmesso in Italia con il titolo di Law & Order: Unità vittime speciali.
[7] «Les derniers mots de DSK avant son arrestation», Michel Colomès, Le Point, 19 maggio 2011.
[8] «Avec Christine Lagarde, l’industrie US entre au gouvernement français», Réseau Voltaire, 22 giugno 2005.
[9] «Strauss-Kahn’s lawyer to Haaretz: Former IMF chief will be acquitted», par Chaim Levinson, Haaretz, 22 maggio 2011.
[10] «La Cina inizia ad allontanarsi dal dollaro», Rete Voltaire, 22 Maggio 2009
[11] «La Russie et la Chine proposent une monnaie commune globale», Réseau Voltaire, 11 luglio 2009.
[12] «Plan de réforme du système financier international» (Estratto del rapporto «World Economic and Social Survey 2010: Retooling Global Development»), Christina Bodouroglou, Nazrul Islam, Alex Julca, Manuel Montes, Mariangela Parra Lancourt, Vladimir Popov, Shari Spiegel e Rob Vos Réseau Voltaire, 6 luglio, 2010.
[13] «La rapine del secolo: l’assalto dei volontari ai fondi sovraini libici» e «Dietro l’attacco alla Libia: le strategie della guerra economica», Manlio Dinucci, Rete Voltaire, 22 aprile e 2 maggio 2011.


Goldstone ha ritrattato sotto minaccia?

Posted: May 12th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Crimini contro l'umanità, Israel Lobby, Palestina, Sionismo | 1 Comment »

GOLDSTONE HA RITRATTATO SOTTO

MINACCIA I CRIMINI DI ISRAELE?

testo a cura di Gianluca Freda – Blogghete

Premessa del prof. Antonio Caracciolo - Redatto da Gianluca Freda, pubblichiamo il testo che segue e che appare contemporaneamente in più siti. Con la la presunta “ritrattazione” di Goldstone si mira a far ritirare dall’ONU il rapporto omonimo. Si vuol ripetere la manovra fatta dopo Durban I, quando fu equiparato sionismo e razzismo. Ma mentre a tutti resta nota (e valida) quella famosa dichiarazione, rimangono ignoti i maneggi che ne causarono il ritiro. In Londra, pochi giorni fa, si è pure tentato di intimidire un gruppo di relatori che hanno dato inizio ad un dibattito sulla natura del sionismo e sull’essenza dell’ebraicità, partendo proprio dalle pressioni esercitate su Goldstone. Noi crediamo che sia giunto il tempo di interrogarci seriamente su cosa il sionismo è in realtà. A 150 dall’Unità d’Italia, ci sembra togliere ogni valore all’idea di Risorgimento se si pretende di coniugarlo o imparentarlo con il sionismo, che resta inguaribilmente un movimento immigratorio, di carattere coloniale e razzista, finalizzato alla pulizia etnica della Palestina. Ad essere contrari a questo disegno furono proprio le comunità ebraiche che erano presenti in Palestina prima dell’immigrazione sionista, cioè a far data dal 1882 e con le accelerazioni del 1917 (Balfour) e del 1948 (Nabka). L’evento londinese dimostra che ciò che si vuol impedire è proprio qualsiasi tentativo di approfondimento dell’essenza dell’ebraicità e della natura del sionismo, nonché della sua estraneità al giudaismo, come in circa 300 pagine ben descrive Jakob Rabkin in un libro tradotto anche in italiano e poco noto e pubblicizzato. A questo post, seguirà fra qualche giorno, un ampio resoconto della discussione londinese.  (AC)

“Se avessi saputo prima quello che so adesso, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso”. Con queste parole, scritte lo scorso 1° aprile su un articolo del Washington Post, Richard Goldstone avrebbe “ritrattato” (almeno così ci è stato raccontato dai media mainstream) le accuse di crimini contro l’umanità rivolte ad Israele per le stragi compiute dall’IDF (l’esercito israeliano) durante l’attacco a Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009. Ma si è trattato davvero di una ritrattazione? E che cosa ha spinto Goldstone a compiere questa imprevista marcia indietro?

Leggendo l’articolo di Goldstone sul Washington Post, pubblicato il 1° aprile scorso (una data simbolica?) si può innanzitutto notare che esso, più che una vera e propria ritrattazione sugli scempi compiuti da Israele contro i civili di Gaza, contiene soprattutto alcune insistenti precisazioni sugli speculari (secondo Goldstone) crimini di guerra perpetrati da Hamas. I lanci di razzi effettuati da Hamas vengono posti sullo stesso piano dei bombardamenti al fosforo bianco compiuti da Israele, con un’operazione che sa di deriva propagandistica più che di corollario agli accertamenti compiuti nel corso della missione ONU, di cui Goldstone era a capo. Una propaganda dai connotati arcinoti, della quale è impossibile non riconoscere a prima vista la matrice.

Goldstone non ritratta affatto le sue precedenti conclusioni sull’intervento israeliano, deprecando anzi la scarsa collaborazione offerta dalle autorità di Israele nel corso delle indagini, nonché la lunghezza e la scarsa trasparenza dei processi intentati contro i militari accusati di azioni criminali contro i civili (come lo sterminio di 29 membri della famiglia al-Samouni all’interno della loro abitazione di Gaza). Ma allo stesso tempo, con mastodontica contraddizione, egli esprime una generica fiducia nella “correttezza” e nella “trasparenza” delle indagini che Israele sta adesso iniziando a condurre (o più probabilmente a fingere di condurre) contro l’operato dei propri militari. Ad esempio, la posizione di Israele riguardo lo sterminio della famiglia al-Samouni – cui era dedicata una corposa sezione del rapporto – è che tale massacro sarebbe stato causato dall’”errata interpretazione di un’immagine proveniente da un drone”. Goldstone si dice “fiducioso” che l’ufficiale che aveva scorrettamente interpretato l’immagine venga riconosciuto colpevole di negligenza. Non è chiaro su cosa egli basi la propria fiducia, trattandosi di un processo che l’IDF conduce contro l’IDF, con risultati che non è avventato definire prevedibili. E’ esattamente lo stesso modello di procedura investigativa avviata dopo il massacro della Mavi Marmara ed è davvero difficile capire come sia possibile nutrire “fiducia” verso un imputato che giudica se stesso e non ammette di essere giudicato da altri che da se stesso. Né è chiaro cosa Goldstone intenda per “trasparenza”, visto che le indagini non sono pubbliche e che Israele non si sogna nemmeno di condividere le prove raccolte con osservatori esterni e indipendenti.

Nell’articolo, Goldstone fa anche notare che mentre Israele si sarebbe impegnato ad avviare indagini sugli eventi del 2008-2009, Hamas non avrebbe invece fatto nulla per accertare le eventuali responsabilità dei propri esponenti. Il che sarebbe, in verità, un’ottima ragione per ringraziare Hamas di aver risparmiato all’opinione pubblica un’indagine-farsa contro se stessa, i cui esiti non sarebbero stati difficili da immaginare. Che Hamas apprezzi le pantomime processuali molto meno del governo israeliano, era cosa già nota. Manca ovviamente nell’articolo – né era lecito attendersela – qualunque considerazione sul problema di fondo: e cioè sul fatto che le aggressioni israeliane contro i civili palestinesi non andrebbero valutate singolarmente e di volta in volta come se si trattasse di azioni isolate; esse andrebbero invece inquadrate nell’ottica della lunga storia di massacri perpetrati da Israele contro la Palestina, la cui ricorrenza e la cui brutalità è impossibile definire accidentale se trasposta su una prospettiva di lungo periodo.

Insomma, più che come una ritrattazione motivata e articolata, l’articolo di Goldstone sul Washington Post si presenta come una scomposta sequela di affermazioni improbabili e apodittiche, scritta frettolosamente ricopiando alla rinfusa i pretesti più grevi del razzismo omicida dell’entità sionista. Occorre chiedersi: cos’è che ha spinto Goldstone a pubblicare una non-smentita così traballante e sospetta?

La risposta è piuttosto nota sulla stampa estera, assai meno in Italia, dove tutto ciò che può nuocere alla politica del sionismo o rivelarne le trame viene segregato nel limbo del non detto e non scritto e ricoperto da una coltre di ossequiante silenzio.

Il 15 aprile del 2010, il quotidiano Jerusalem Post pubblicava un articolo nel quale si rendeva conto di un’escalation di ostilità delle collettività ebraiche nei confronti di Richard Goldstone. L’articolo spiegava: “Il giudice Richard Goldstone, a capo di un’indagine sui crimini di guerra che ha fatto infuriare Israele e le comunità ebraiche del mondo, non potrà partecipare al bar mitzvah di suo nipote che si terrà a Johannesburg il prossimo mese, stando a quanto afferma un giornale sudafricano”. Il bar mitzvah (bat mitzvah per le ragazze) è “la cerimonia ebraica con cui si celebra il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (12 anni e un giorno per le femmine, 13 anni e un giorno per i maschi) e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica”. Si tratta di un evento molto sentito nelle comunità ebraiche, un’occasione in cui ogni famiglia ha, fra le altre cose, la possibilità di far risaltare la propria composizione numerica, la propria rilevanza sociale e dunque il proprio potere nell’ambito della collettività.

L’articolo del Jerusalem Post continuava: “Goldstone non sarà presente alla cerimonia religiosa di suo nipote in seguito ad un accordo tra la famiglia, l’Organizzazione Sionista del Sud Africa (SAZF) e la sinagoga Beith Hamedrash Hagadol di Sandton, dove la cerimonia verrà celebrata, stando al giornale sudafricano Jewish Report. [...] Il capo della SAZF, Avrom Krengel, ha detto che, riguardo al problema, la sua organizzazione “si è confrontata” col rabbino capo, con la beit din (corte rabbinica) e con altri soggetti, aggiungendo che la federazione si è interessata del problema “con la massima forza, visto che noi rappresentiamo Israele””. Il rabbino Moshe Kurtstag, capo della beit din locale dichiarava: “So bene che nella shul [sinagoga] ci sono sentimenti molto forti, c’è molta rabbia [riguardo alla partecipazione di Goldstone]. Ho anche sentito che la SAZF voleva organizzare una protesta all’esterno della shul, c’erano progetti di ogni tipo. Ma penso che alla fine la ragione abbia prevalso”.

E’ da notare che questo evidente ricatto contro Goldstone nasce e si sviluppa in seno alla stampa ebraica sionista. L’attacco parte dal giornale ebraico sudafricano Jewish Report, viene ripreso dal Jerusalem Post e subito dopo dal London Jewish Chronicle e dalla Jewish Telegraphic Agency. Solo successivamente la notizia verrà ripresa da altre fonti, quali il New York Times e Al Jazeera.

E’ anche da notare che la SAZF, nelle sue dichiarazioni, cerca ipocritamente di farsi passare per mediatrice, come se fosse intervenuta a proteste già iniziate e si fosse messa alla ricerca di una risoluzione pacifica della questione. In realtà era stata proprio la SAZF, nella persona del suo capo Avrom Krengel, la fonte da cui erano partite le minacce e la campagna diffamatoria.

Nel mese di aprile 2010, in molte sinagoghe sudafricane, i rabbini tennero sermoni sul caso Goldstone. Se da una parte si affermava il diritto di Goldstone a partecipare senza interferenze al bar mitzvah del nipote, dall’altro lo si additava senza esitazione come un nemico del popolo ebraico. Un esempio, fra i tanti, è quello del sermone tenuto dal rabbino Yossi Goldman, presidente dell’Associazione Rabbinica Sudafricana, presso la sinagoga Sydenham di Johannesburg. Goldman, da un lato, difendeva “il diritto di Goldstone di entrare nella sinagoga”; aggiungeva però che Goldstone “non avrebbe dovuto essere contato nel minyan” [il quorum di dieci uomini ebrei richiesto per certe preghiere] e suggeriva che a Goldstone avrebbe dovuto essere negata l’Aliya [l’onore di essere chiamato alla Torah], spiegando che “tale privilegio può andare perduto a seguito di comportamenti inappropriati”. Goldman, inoltre, accusava Goldstone di essere un nemico del popolo ebraico e di aver tradito la memoria di sua nonna. Steven Friedman, professore di scienze politiche presso l’università di Rhodes, in Sudafrica, dichiarava: “C’è l’establishment dietro questi attacchi. [...] C’è l’evidente tentativo, da parte della Federazione Sionista, di diffamare Goldstone”.

Alan Dershowitz, avvocato costituzionalista americano – lo stesso che aveva spinto la DePaul University di Chicago a licenziare Norman Finkelstein, il quale aveva denunciato come il libro di Dershowitz, “The Case for Israel”, fosse in buona parte scopiazzato da altri testi di infimo livello – definiva Goldstone “un uomo molto malvagio”, “un traditore del popolo ebraico” e “un essere umano spregevole”.  I ministri del governo israeliano, come vuole la consuetudine, denunciavano Goldstone come antisemita. Shimon Peres lo definiva “un omuncolo, privo di qualunque senso della giustizia”.

Alla fine di maggio del 2010 comparve sul sito ebraico Forward un articolo a firma di un certo Leonard Fein. L’autore dell’articolo affrontava, più che altro, una generica questione di costume, lamentandosi di come fossero cambiati, nel corso del tempo, alcuni caratteri delle celebrazioni religiose ebraiche. Nello specifico, l’autore deprecava le interferenze esterne che contribuiscono oggi a definire chi viene e chi non viene invitato ad alcune cerimonie religiose, come il bar mitzvah. L’articolo faceva nuovamente riferimento al caso Goldstone, affermando che la situazione di Goldstone “si era alla fine risolta – con una luce verde concessa in ritardo e con una certa riluttanza – e la giornata era poi trascorsa in modo piacevole”. Non specificava, però, in quale modo Goldstone fosse riuscito a placare i suoi persecutori.

La questione viene chiarita da questo articolo del Guardian, in cui si legge: “Richard Goldstone, ex capo di una commissione internazionale sui crimini di guerra, è stato costretto ad incontrarsi con i leader ebraici sudafricani per ascoltare la loro rabbia riguardo al rapporto dell’ONU in cui egli accusava Israele di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’incontro, che non è stato Goldstone a richiedere, è in realtà la condizione affinché gli venga consentito di partecipare al bar mitzvah di suo nipote a Johannesburg”.

Cosa si siano detti Goldstone e i capi del sionismo sudafricano durante quella riunione, non è dato sapere, ma non è difficile immaginare. Goldstone è sempre stato profondamente legato ad Israele e nel corso della sua indagine sull’aggressione contro Gaza aveva mantenuto un livello di obiettività che, paradossalmente, aveva fatto risaltare con maggiore evidenza le atrocità compiute dagli israeliani. Ormai 75enne e al termine della sua carriera, Goldstone non ha voluto essere ricordato come un “nemico del popolo ebraico” e si è piegato ai voleri delle organizzazioni sioniste per non lasciare un marchio sul proprio nome che avrebbe esposto la sua stessa famiglia a ricatti e ritorsioni. La sua “ritrattazione” è tanto vaga, disarticolata e priva di logica quanto il suo rapporto era dettagliato e argomentato. Una ritrattazione che non conta e non vale nulla, soprattutto se non si esclude che potrebbe senz’altro essere stata ottenuta attraverso un ricatto odioso, di tale squallore umano – pretendono le malelingue… – che solo un’organizzazione sionista potrebbe essere stata in grado di concepire. Sulla base dell’articolo pubblicato da Goldstone, il governo israeliano, per bocca di Netanyahu e del vice Primo Ministro Moshe Ya’alon, sta continuando a fare pressione affinché Goldstone chieda una ritrattazione dei contenuti del rapporto alle stesse Nazioni Unite. In ogni caso, vista la vacuità della “marcia indietro” di Goldstone, contrapposta all’estrema precisione delle accuse presenti nel rapporto, appare al momento piuttosto improbabile che le Nazioni Unite possano prendere le richieste dei sionisti in qualsivoglia considerazione.


Fonte: http://www.blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=822:gianluca-freda&catid=31:scio-scio-scioa&Itemid=46

Altri siti e blogs che hanno pubblicato questo testo:

  1. Alsalto
  2. Apocalypse Time
  3. Arianna Editrice
  4. Civium Libertas
  5. Cloroalclero
  6. Comedonchisciotte
  7. Espedito Gonzales
  8. Francesco Ferrari
  9. Gruppo Falastin
  10. Il Corrosivo di Marco Cedolin
  11. Il Francotiratore
  12. Informare per Resistere
  13. Libri Senza Censura
  14. Media Activism Group
  15. Oltre la Coltre
  16. Palestina libera!
  17. TerraSantaLibera.org (qui)
  18. TerraSantaLibera.com/wordpress
  19. TerraSantaLibera.wordpress.com
  20. Web Nostrum
  21. Zcommunications

Accordo Fatah-Hamas

Posted: May 4th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Palestina, Video | No Comments »

Palestina verso governo unitario



La Palestina si avvia verso la riconciliazione. I rappresentanti di Fatah, Hamas e altre 11 fazioni palestinesi hanno firmato al Cairo un accordo che apre la strada alla nascita di un governo unitario di transizione. Esecutivo che dovrà condurre i palestinesi all’appuntamento con la storia: ossia la seduta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui a settembre potrebbe essere proclamato uno Stato palestinese.

L’accordo sarà formalizzato oggi alla presenza del presidente dell’Anp Mahmud Abbas e del leader di Hamas Khaled Meshaal. Prevede, inoltre, il rilascio di diversi prigionieri detenuti nelle rispettive carceri a Ramallah e Gaza.

Il premier israeliano Netanyahu ha esortato Abu Mazen ad annullare la firma. Quell’accordo, ha detto, ‘‘assesta un duro colpo al processo di pace’‘.

http://it.euronews.net/

REDAZIONALE: MA DI QUALE “COLPO AL PROCESSO DI PACE ” VA CIANCIANDO KIPPA’ BIBI???  SE VERAMENTE TIENE TANTO ALLA  PACE, COSA DELLA QUALE SE NE E’ SEMPRE FREGATO, PENSI PIUTTOSTO A SMOBILITARE LE SUE COLONIE DI FANATICI EBREI-SIONISTI CHE OCCUPANO I TERRITORI PALESTINESI.

Fonte: http://www.webnostrum.com/2011/05/04/accordo-fatah-hamas/

Fonte: http://terrasantalibera.wordpress.com/2011/05/04/accordo-fatah-hamas/