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Bossi: “Era tutto preparato, è un Paese di m…

Posted: April 24th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Lega Nord, Politica Italiana, Poteri Occulti | Tags: , , | No Comments »

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Tre procure insieme non si era mai visto, qualcosa non quadra…

Como, 24 apr. (TMNews) – Per Umberto Bossi le inchieste che riguardano la Lega sono “preparate”.

Parlando a un comizio a Como, Bossi in un passaggio ha detto: “Poi, che non sia tutto preparato… Mah. Basta vedere. Tre procure insieme, non si era mai visto. Napoli, Reggio Calabria, Milano si mettono insieme per vedere le cose dentro la Lega. Figurati un po’”.

“Evidentemente – ha aggiunto – qualcosa non quadra… oppure è un Paese di merda. Paese in cui a Reggio Calabria avanzano il tempo di pensare alle beghe della Lega, con tutta la mafia che hanno. Questa roba puzza”.

“Adesso dicono – ha detto poco prima riferendosi, senza nominarlo, all’ex tesoriere Francesco Belsito – che era legato alla ‘ndrangheta, ma allora i servizi segreti che ci stanno a fare? Possibile che nessuno si sia sentito in dovere di dire cambia l’amministratore? Invece tutti zitti zitti. E’ chiaro che uno pensa che l’han tenuto dentro per fare pasticci, non potendo agganciare me”.

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Link originalea TMNews – Agenzia Giornalistica Multicanale

Reloaded by EspeditoGonzales

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Italiani, codardi inutili e schiavi: Mario Monti ha vinto! – Merlino (Movimento della Rete) fuori dai denti – (7 Video)

Posted: March 6th, 2012 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Appelli, Archivio generale, Complotti, Denunce, Guerra finanaziaria, Massoneria, Merlino, Movimento della Rete, NWO, Poteri Occulti, Resistenza, Ribellioni popolari, Usura & Usurocrazia, Video | Tags: , , , , , | No Comments »

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Merlino: Movimento della Rete

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Disobbedienza Civile! Civil disobedience! Desobediencia Civil!

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Gli italiani sono inutili e schiavi Mario Monti ha vinto!

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Italiani PIZZA MAFIA E MANDOLINO..Antonio Pappalardo che fine ha fatto?

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Governo massone delle Banche-Riunione di gabinetto

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Signoraggio Bancario Un enorme truffa

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MOVIMENTO DELLA RETE manifestazione del 25 marzo 2012

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Giorgio Napolitano, Mario Monti, il Mercato delle Armi, la Germania gode!

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Terra Santa Libera Network
supporta Mauro Merlino ed il Movimento della Rete

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Published by TerraSantaLibera.org

at http://terrasantalibera.wordpress.com/2012/03/06/gli-italiani-sono-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-video/

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Reloaded by Espedito Gonzales

at http://espeditogonzales.altervista.org/2012/03/06/italiani-codardi-inutili-e-schiavi-mario-monti-ha-vinto-%e2%80%93-merlino-movimento-della-rete-fuori-dai-denti-%e2%80%93-6-video/

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Il progetto Eurasiatico, una minaccia al Nuovo Ordine Mondiale

Posted: October 12th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Eurasia | No Comments »

Elena Ponomareva Strategic Culture 09/10/2011

Si potrebbe essere tentati di considerare il documento del premier russo Vladimir Putin, “Un nuovo progetto per l’integrazione del Eurasia: Il futuro in divenire“, che è stato pubblicato sulle Izvestia del 3 ottobre 2011, come un programma tracciato sommariamente da un concorrente delle elezioni presidenziali; ma dopo un controllo, sembra essere solo una parte di un quadro più ampio. L’articolo di opinione, ha momentaneamente acceso ampie polemiche in Russia e all’estero, ed ha evidenziato lo scontro di posizioni in corso sullo sviluppo globale…
Indipendentemente dalla interpretazione dei dettagli, la reazione dei media occidentali al progetto di integrazione presentato dal premier russo, è uniformemente negativo e riflette con estrema chiarezza una ostilità aprioristica verso la Russia e le iniziative che avanza. Mao Zedong, però, era solito dire che affrontare la pressione dei propri nemici è meglio che essere in una condizione in cui non si preoccupano di tenerti sotto pressione.
Aiuta a capire perché, al momento, i titoli in stile Guerra Fredda spuntano costantemente sui media occidentali e perché la recente presentazione dell’integrazione eurasiatica di Putin, è percepita dall’Occidente come una minaccia. La spiegazione più ovvia è che, se attuato, il piano diverrebbe  una sfida geopolitica al nuovo ordine mondiale, al dominio della NATO, del FMI, dell’Unione europea e degli altri organismi sovranazionali, e al primato palese degli Stati Uniti. Oggi, una sempre più assertiva Russia suggerisce, ed è pronta ad iniziare a costruire, un’ampia alleanza basata su principi che forniscono una valida alternativa al neoliberismo e all’atlantismo. E’ un segreto di pulcinella, che in questi giorni l’Occidente sta mettendo in pratica una serie di progetti geopolitici di vasta portata, per riconfigurare l’Europa sulla scia dei conflitti balcanici e, sullo sfondo della crisi provocata in Grecia e a Cipro, assemblare il Grande Medio Oriente sulla base di cambiamenti di regime in serie, in tutto il mondo arabo e, come progetto relativamente nuovo, la realizzazione del progetto per l’Asia, il cui recente disastro in Giappone, è stata una fase attiva.
Nel 2011, l’intensità delle dinamiche geopolitiche è senza precedenti dal crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, con tutti i principali paesi e organismi internazionali che vi contribuiscono. Inoltre, l’impressione attuale è che la forza militare, in qualche modo, sia diventata uno strumento legittimo nella politica internazionale. Solo pochi giorni fa, Mosca ha attirato una  valanga di critiche dopo aver posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che potrebbe autorizzare la replica dello scenario libico in Siria. Come risultato, l’inviata permanente degli USA all’ONU, S. Rice, ha rimproverato la Russia e la Cina per il veto, mentre il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha dichiarato che “è un giorno triste per il popolo siriano. E’ un giorno triste per il Consiglio di Sicurezza“. Durante l’acceso dibattito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 5 settembre, il rappresentante siriano ha redarguito Germania e Francia, ed ha accusato gli USA del genocidio perpetrato in Medio Oriente. Dopo di che, S. Rice ha accusato la Russia e la Cina di sperare di vendere armi al regime siriano, invece di stare dalla parte del popolo siriano, e ha abbandonato precipitosamente la riunione, e l’inviato francese Gérard Araud ha rilevato che “Nessun veto può cancellare la  responsabilità delle autorità siriane, che hanno perso qualsiasi legittimità uccidendo il proprio popolo“, lasciando l’impressione che uccidere i popoli, come in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e Libia, dovrebbe essere un privilegio della NATO.
I “partner” occidentali di Mosca si indignano quando la Russia, di concerto con la Cina, pone ostacoli sulla strada del nuovo ordine mondiale. La Siria, anche se un paese di notevole valenza regionale, giunge ad emergere nell’ordine del giorno solo fugacemente, ma l’ambizioso piano di Putin per l’intera Eurasia – “per raggiungere un più alto livello di integrazione – una Unione Euroasiatica” – avrebbe dovuto aspettarsi di evocare le preoccupazioni profonde e durature dell’Occidente. Mosca sfida apertamente il dominio globale da parte dell’Occidente “suggerendo un modello di una potente unione sovranazionale che può diventare uno dei poli del mondo di oggi, pur essendo un efficace collegamento tra l’Europa e la dinamica regione Asia-Pacifico“. Senza dubbio, il messaggio di Putin che “la combinazione di risorse naturali, di capitale e di forte potenziale umano, renderà l’Unione Euroasiatica competitiva nella gara industriale e tecnologico e nella corsa al denaro degli investitori, in nuovi posti di lavoro e negli impianti di produzione all’avanguardia” e che “insieme con altri protagonisti e istituzioni regionali come l’Unione Europea, USA, Cina e l’APEC, garantirà la sostenibilità dello sviluppo globale“, sembra allarmante per i leader occidentali.
Né il crollo dell’URSS e del mondo bipolare, né la conseguente proliferazione di “democrazie” filo-occidentali, ha segnato un punto finale nella lotta per il primato mondiale. Ciò che seguì fu un periodo di interventi militari e rovesciamenti di regimi sfidanti, con l’ausilio della guerra dell’informazione e l’onnipresente soft power occidentale. In questo gioco, l’Eurasia rimane il primo premio in linea con l’imperativo geopolitico di John Mackinder, per cui “Chi governa l’Est Europa comanda l’Heartland, chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo, chi governa l’Isola-Mondo controlla il mondo“.
Alla fine del XX secolo gli USA sono diventati il primo paese non eurasiatico a combinare i ruoli di potenza più importante del mondo e di arbitro finale negli affari eurasiatici. Nel quadro della dottrina del nuovo ordine mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso, vedono l’Eurasia come una zona di importanza fondamentale per il loro sviluppo economico e crescente potere politico. Il dominio globale è un obiettivo dichiarato apertamente e costantemente perseguito della comunità euro-atlantica e dalle sue istituzioni militari e finanziarie – la NATO, il FMI e la Banca Mondiale – insieme con i media occidentali e le innumerevoli ONG. Nel processo, l’establishment occidentale rimane pienamente consapevole del fatto che, nelle parole Z. Brzezinski, il “primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico è sostenuta“. Sostenere la “preponderanza“, a sua volta, significa assumere il controllo di Europa, Russia, Cina, Medio Oriente e Asia Centrale.
L’aperta egemonia occidentale in Europa, Asia centrale e, quindi, in Medio Oriente e anche in Russia, conta quale risultato indiscutibile degli ultimi due decenni, ma al momento la situazione appare fluida. Gli osservatori occidentali, cinesi e russi prevedono un fallimento imminente del modello di globalizzazione neoliberista integrata nel nuovo ordine mondiale, ed è in arrivo il tempo, per la classe politica, di adottare una visione.
Aprendo nuove opportunità per proteggere gli originali modelli di sviluppo nazionali dalla pressione atlantista, e per mantenere una reale sicurezza internazionale, il nuovo progetto di integrazione di Putin mantiene una promessa importante, per la Russia e i suoi alleati, e presenta quindi ai nemici della Russia un problema serio. Né la Russia, né alcun altra repubblica post-post-sovietica può sopravvivere nel mondo di oggi da sola, e la Russia come attore chiave geopolitico dell’Eurasia, con una potenzialità economica, politica e militare senza precedenti in tutto lo spazio post-sovietico, può e deve, giocare l’offerta di una architettura mondiale alternativa.
L’allergia dell’Occidente al piano di Putin è dunque spiegabile, ma, a prescindere dalla opposizione che il progetto può incontrare, la debolezza di alcuni dei suoi elementi, e la potenziale difficoltà nel metterlo in pratica, il progetto di integrazione eurasiatica nasce dalla vita nello spazio geopolitico e culturale post-sovietico ed è affine alle attuali tendenze globali. Sopravvivere, conservando le basi economiche e materiali dell’esistenza nazionale, mantenendo vive le tradizioni e costruendo un futuro sicuro per i figli, sono gli obiettivi che le nazioni eurasiatiche possono realizzare solo se rimangono allineate con la Russia. In caso contrario, l’isolamento, le sanzioni e gli interventi militari le attendono…

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Fondazione per la Cultura Strategica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora


L’Italia faccia come l’Islanda, esca dall’euro

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Guerra finanaziaria, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

Loretta Napoleoni:

“L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro”

Antonella Loi – 15/9/2011 – Tiscali: Economia

“Sa che potrebbe essere il giorno in cui la Grecia andrà in bancarotta?”. Curioso che il libro di Loretta Napoleoni, economista e consulente di terrorismo internazionale, compaia proprio oggi in libreria. Un testo, Il contagio (edito da Rizzoli), che fotografa l’attuale situazione internazionale nella quale anche l’Italia di qui a poco potrebbe trovarsi – drammaticamente – ad essere protagonista. L’esigenza (leggasi l’urgenza) è quella di uscire dalla fase del “non ritorno”. Come? La soluzione c’è, dice Napoleoni: l’Italia, d’accordo con l’Europa, scelga il “default pilotato”. Il resto è puro accanimento terapeutico che rischia semplicemente di procrastinare una situazione rischiosa non solo per il nostro Paese ma per l’intera zona euro.
Professoressa, significa che l’Italia come altri Paesi cosiddetti “Piigs” dovrebbe fallire?
“Il problema dell’euro è che, a livello europeo, non esiste né un protocollo né una regola per l’uscita temporanea o permanente di uno Stato dalla moneta unica. Il che significa che la Grecia, ma anche gli altri paesi Piigs come l’Italia sono in balia dei sentimenti del mercato, per quanto riguarda il mantenimento del proprio debito. Significa che se i mercati, come sta succedendo con la Grecia, improvvisamente decidono che questi Stati non sono in grado di ripagare il debito, non c’è una regola su come uscire. Cioè, l’euro non può andare in bancarotta se la Grecia va in bancarotta. Ecco perché parlo di un default volontario pilotato e della creazione di una serie di regole che permettano ad alcuni paesi di uscire temporaneamente dall’euro per riprendersi economicamente, anche in termini di convergenza, tornando entro quei parametri necessari per starci dentro. Seguire insomma l’esempio dell’Islanda che ha fatto un default pilotato e volontariamente è uscita dal mercato dei capitali, ha cioè dichiarato il default e si è messa al lavoro per ripianare i debiti”.
Un caso che sembra rimanere isolato.
“Sì, infatti. Si pensi all’Argentina che è andata in default da un giorno all’altro perché i mercati hanno girato le spalle. L’Islanda però ha una situazione migliore dell’Italia perché non ha l’euro come moneta. E il problema è proprio questo. Nel senso: come usciamo dall’euro? Come possiamo staccarci senza creare un terremoto all’interno di tutta l’Europa? Barroso ha detto: mantenere l’euro è una lotta di sopravvivenza per tutti i Paesi. E ha ragione. Infatti nelle ultime tre settimane in Germania e anche in Olanda dentro le banche si lavora per produrre una proposta, una legislazione che permetta di uscire dalla moneta unica”.
Cosa succederebbe all’Italia se optasse per il default volontario?
“Se facesse quello che ha fatto l’Islanda, un’uscita pilotata dall’euro, succederebbe che l’Italia dovrebbe garantire la metà del debito nazionale che è nelle mani degli italiani e delle banche italiane, cioè 2.850 miliardi di euro. Questo si può fare con una patrimoniale secca che colpisca con un 5 per cento su quell’1 per cento della popolazione, cioè quelle 70 famiglie che detengono da sole il 45 per cento della ricchezza nazionale. Basterebbe questo per garantire il debito interno. Dopodiché per quanto riguarda il debito esterno, quello che è in mano alle banche straniere, su quello bisognerà fare una ristrutturazione. Si rinegozia come è successo per esempio a Dubai. Io ti pago 45 centesimi per ogni euro e si stabilisce un programma di pagamento nei prossimi 5 o 6 anni e mano a mano si paga. Dopodiché l’uscita dall’euro permetterebbe di tornare alla lira che si svaluterebbe immediatamente dando una spinta alle esportazioni e più competitività”.
Perché allora tutto ciò non avviene?
“Perché è una decisione che deve essere presa di concerto con il resto dei paesi europei. Ma è difficile che avvenga perché se l’Italia decide di fare il default pilotato c’è il problema delle banche francesi che hanno una grandissima esposizione nei nostri confronti. L’uscita dell’Italia dall’euro senza un supporto da parte delle altre nazioni, per quanto riguarda le loro economie e le loro banche, potrebbe causare il crollo degli istituti di credito. Quindi la situazione è complessa, però non così complessa da non poter essere risolta. Serve un accordo a livello europeo, ma neanche se ne parla”.
Una questione lessicale: il “debito pubblico” adesso si chiama “debito sovrano”. E’ curioso che questo avvenga proprio quando gli Stati sono più in balia della speculazione dei mercati.
“Il fatto che gli Stati siano in balia dei mercati è una percezione sbagliata e di propaganda. I mercati hanno fatto il loro mestiere. Anzi in un certo senso i mercati sono stati spinti dagli Stati ad acquistare, almeno negli ultimi 12 mesi, i titoli del debito sovrano che non valgono nulla. E non parlo solo dei titoli italiani, ma anche degli altri, vedi i titoli francesi: rendimenti pari a zero. Quindi c’è una sorta di accordo degli Stati con le banche, secondo cui tu compri i miei titoli anche se guadagni zero ed io prometto che ti proteggerò dal crollo dell’euro. Cioè esiste una condizione di mutua convenienza però relativa a una tragedia. Quindi io non direi che la colpa è dei mercati e degli speculatori.
E allora di chi è?
“Dei politici che hanno permesso la creazione di un sistema di questo tipo e loro stessi hanno abusato di questa situazione. Quindi oggi il cittadino dovrebbe essere indignato, come accade in Spagna, non con i banchieri ma con i politici”.
Nel suo libro scrive che “il malessere del modello occidentale è ormai una pandemia”. Dagli Indignados in avanti il “contagio” è inevitabile?
“Sì. Per esempio si prenda una situazione tipo quella dell’Italia, che vende parti del Paese ai cinesi. E i cinesi mica vengono gratis. Il premier quindi vende invece di tassare quelle 70 famiglie che dovrebbero farsi carico della soluzione del problema: ecco questo dovrebbe far indignare la popolazione. Perché si parla della mia vita, della mia democrazia. Poi non è solo Berlusconi, chiariamolo questo. Tutti i Paesi europei vengono gestiti in questo modo. Tutti i politici europei oramai governano come se la democrazia fosse una loro impresa. Si dimenticano la voce del popolo. Noi siamo molto vicini ai fratelli africani, come scrivo nel libro. Loro si sono  ribellati a un malgoverno dittatoriale. Le nostre non sono forme di governo dittatoriali, però sono delle oligarchie quindi tutti ci indigneremo a poco a poco. E’ inevitabile”.
Eppure noi motivi per indignarci ne avremmo già abbastanza. Perché allora fino ad oggi Spagna, Israele, Gran Bretagna sì e Italia no?
“In Italia non c’è ancora la consapevolezza. Lo spagnolo negli ultimi dodici mesi ha progressivamente preso sempre più consapevolezza della situazione economica. E questo perché c’è stata una degenerazione della situazione economica: in Spagna siamo al 43 per cento della disoccupazione giovanile e inoltre gli spagnoli hanno un senso civico più attento del nostro. La vicinanza storica con il franchismo è importante: loro apprezzano di più la democrazia e ci credono di più, sono meno cinici. E capiscono anche che per mantenerla in piedi bisogna difenderla attraverso la voce della strada che è l’unica che il popolo ha. Ma oggi la crisi economica è arrivata anche in Italia e le misure di austerità che ha preso Zapatero le prenderà anche il nostro governo. Insomma, c’è un ritardo temporale relativo proprio alla consapevolezza”.

Fonte: Tiscali: Economia


Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Guerra finanaziaria, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

Arriva il FMI, ovvero il bacio della morte

Debora Billi – 14/9/2011 – Crisis?What Crisis?

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti.
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso, “Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario Internazionale. Qui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni. Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

Font: Crisis?What Crisis?


L’Islanda esce dal FMI

Posted: September 16th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Liberazione Finanziaria, Usura & Usurocrazia | No Comments »

L’ISLANDA ESCE DAL FMI !



E’ una data storica per l’Islanda. La nazione scandinava esce oggi ufficialmente dal Fondo Monetario Internazionale riappropiandosi della sua Sovranità Nazionale.

Lo ha comunicato poche ore fa lo stesso premier islandese Johanna Siguroardottir.

In tempi di presunti salvataggi nazionali portati avanti con ricette neoliberiste, di annullamenti di sovranità monetarie nazionali e di politiche di tagli violenti alle strutture amministrative ed economiche dei singoli stati, il piccolo stato scandinavo ha deciso di proseguire fermamente nella strada intrapresa oltre un anno fa, attraverso un imponente consenso dell’opinione pubblica nazionale, generalmente formata ed informata su temi così delicati e importanti.

Come riportano diversi servizi della tv pubblica islandese Ruv, l’FMI ha portato a termine la sua sesta revisione dell’economia nazionale islandese a Washington, ritenendo non necessario continuare il proprio lavoro sull’isola dell’Atlantico. L’FMI concluderà quindi le operazioni in Islanda, e la lascerà.

Il Primo Ministro islandese Johanna Siguroardottir ha annunciato la partenza dei funzionari in una conferenza stampa nella cittadina di Iono nei giorni scorsi, aggiungendo che la ricostruzione economica islandese è sulla retta via, con miglioramenti in corso e risultati ottenuti prima del previsto. Ha inoltre detto che la ricostruzione islandese dopo il collasso bancario del 2008 “è andata oltre ogni aspettativa”

Il Ministro delle Finanze Steingrimur J. Sigfusson ha preso parte alla conferenza sostenendo che la stabilità finanziaria islandese sarebbe nuovamente ristrutturata.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio Arni Pall Arnason ha parlato in maniera più personale, dicendo che molte persone erano preoccupate della cooperazione tra FMI e Islanda, che il loro welfare state – altro elemento di vanto e di efficienza – sarebbe stato tagliato duramente e che sarebbero state prese misure drastiche, basate sui diktat classici utilizzati dal Fondo Monetario nei suoi interventi in Estremo Oriente e in Sudamerica. Army crede che la ragione per la quale tutto questo non si è verificato in Islanda è perché i prestiti forniti dall’FMI al governo Islandese hanno permesso a quest’ultimo di prendere più tempo per fissare budget e obiettivi.

L’arrivo del FMI in Islanda come è noto fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il FMI avrebbe chiuso l’Islanda in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del FMI viene quindi vista con ottimismo da gran parte dell’opinione pubblica.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di BCE, FMI o World Bank, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione, e un coinvolgimento dell’opinione pubblica nazionale tra le più alte d’Occidente. (asi)

http://www.newsbox.it/

http://luniversale.splinder.com/post/25536978/lislanda-esce-dal-fmi


Il Movimento Nazionale Ungherese Resiste al Nuovo Ordine Mondiale dei Banchieri

Posted: September 8th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale | No Comments »

National Hungarian Movements Resist Banker’s New World Order

All across the world as a natural result of common sense, honor, integrity, dignity, right, justice and duty, national popular movements are treading the Third Path, the straight path to the power of the free people beyond the left and right paths of slavery and deception

The New World Order of the Banking Elite is sometimes referred to as the Jew World Disorder because of the heavy presence of jewish-extremist Zionist elements at the centers of power: U.S. State Department, Hollywood, globalist news media networks, and other institutions of wicked power.
These wicked elites and their stooges now stand naked in front of the world with their desperate attempts to grab Africa’s wealth by way of Al-Qaida mercenaries, the resistance against the oppression is growing and borders are dropping away in mutual respect and common cause.

Muammar Qaddafi has provided the exemple not only for his Libyan people, but also the world wide common cause on the straight path, with all those seeking an ideological third way beyond indirect and direct dictatorship, beyond capitalism and communism, finding in The Green Book the solutions to obtaining true freedom, positive nationalism, true socialism, natural justice and universal peace.

His daughter Aisha is now leading the battle against Al-Qaida in North Africa and will rally to her side all the good women of the world, as well as those men who have honor and integrity in defending their families and future generations from the destruction and suffering which have engulfed all states to varying degrees, with military intervention and terrorism being the favored choice if installing their puppets failed.

The Hungarian People, have been enslaved to a racist anti-Hungarian Jewish mafia, to which Sarkozy of France belongs. Hungarians are force fed pornographic television during day light hours to corrupt the Hungarian youth who are renowned world wide for their handsome beauty.

Yet as the videos below show, not all Hungarians have embraced the shallow Wallmart consumerism of the Zionist elite and take care of their diet, not only in terms of food but also of their minds: tuning in to truth news media such as jovonk.info and preparing themselves to defend their families, tribes and nation.

Hungary is one of the rare nations located in Europe that still has a distant memory of tribes, which give strength to community, and have thus been set for destruction by the New World Order which seeks to break down all pure natural links and strengths of the human being, those links which provide resistance or even immunity to the plans and desires of the wicked elite to dominate, control and destroy all Goyim.

Marriage, family, straight religious values devoid of fanatical extremism, the middle path, tribes, values, morals, integrity, honor, loyalty, honesty, courage, all these are some of the traits which the New World Order seeks to eliminate.

However, we are now facing the final last stage for the battle between good and evil, where the honest masses of the world on the one side, are standing up to the cowardly elites on the other, who seek to restrict their freedom, seize their assets, indoctrinate their minds or even assassinate their bodies.

In this battle, which is waged by the elites by means of falsehood and fire, the resistance is using truth and water, and is unified by mutual respect between people of all faiths, colors, and classes, who see unity in common cause toward a new Jamahiriyan world where all power, wealth and arms are in the hands of the people, and not in the hands of the monopolistic regimes, banks and terrorists.

Hungarians are urged to join any of the “Harmadik Ut (3.ut)” third path movements in Hungary, and to assist jovonk.info in translations — the Hungarian truth news portal already having English, French, German, Russian, Slovak, Romanian and Serbian languages in addition to Hungarian.

As Mathaba has only some limited Spanish, Portuguese, Russian and Arabic language sections thus far, and Jovonk.info is doing a great job of translating Mathaba World News into Hungarian, we will consider the Hungarian news portal as the Hungarian Mathaba and direct Hungarian language readers toward it.

For more information about Mathaba — Media Active To Help All Become Aware — see www.mathaba.net/about — and to support our work see the many options at www.mathaba.net/support.

For more information about the Hungarian National Movement web portals please see www.hungarizmus.info and visit the Hungarian news portal at www.jovonk.info

Fonte: Mathaba

I falsi miti dell’antiamericanismo “di sinistra”

Posted: September 7th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Falsi Miti, Sinistra | No Comments »

I falsi miti dell’antiamericanismo “di sinistra”

di Enrico Galoppini – EuropeanPhoenix.net – 11 settembre 2011

In Italia, in Europa, in Occidente, essere bollati come “antiamericani” comporta l’esclusione dal consesso delle “persone rispettabili”, se non addirittura una vera morte civile. Eppure c’è stata un’epoca, che culminò con la guerra nel Vietnam, nella quale essere “antiamericani” costituiva addirittura un vezzo, una moda ‘ribellistica’.

A quella generazione di “contestatori” delle “marce per la pace” e “per i diritti” (nate negli stessi Usa e poi esportate in Europa!), ha fatto seguito quella del “riflusso”, del “ritiro nel privato”, dove spopolano i “benpensanti”, tra cui non pochi sono quelli affluiti dai ranghi dei “delusi del Sessantotto”. Ma le porcherie commesse in giro dall’America non sono affatto terminate con la fine della devastazione del Vietnam, perciò un atteggiamento ostile verso l’America e i suoi comportamenti è fisiologico e si ripresenta attuale ad ogni generazione.

Per questo, a gestire tale sentimento provocato essenzialmente dall’azione nefanda degli Stati Uniti stessi, è stato incoraggiato un ‘monopolio del dissenso’, in mano ad alcuni ‘guru’ d’orientamento “radical” che si esprimono e pubblicano in inglese, cosicché in Italia e in Europa i loro omologhi “di sinistra” sono perlopiù dei diffusori delle elaborazioni, tutt’al più parafrasate, di alcuni “opinion leader alternativi” d’Oltreoceano e d’Oltremanica verso i quali nutrono un particolare timore reverenziale. Insomma, nessun “antiamericanismo” è lecito ai “confini dell’Impero” se non reca il beneplacito di qualche esponente del pensiero “radical”[1]. Ciò è particolarmente chiaro se si osserva la marginalizzazione di quell’“antiamericanismo di destra” che, frutto di una cultura “tradizionalista” e/o di un sentimento filo-fascista, è stato sistematicamente escluso dal novero delle idee “ammesse in società”. Se “tu vò fa l’antiamericano”, parafrasando Carosone, devi essere “libertario”, “radical (chic)”, “di sinistra”, altrimenti non si può!

Eppure, un “antiamericanismo di destra” avrebbe più senso di uno di “sinistra”, se non altro perché la guerra contro l’America l’ha combattuta l’Italia fascista[2], e, soprattutto, perché essendo gli Stati Uniti la “terra promessa” della Democrazia, della Libertà e dei Diritti umani, col relativo tipo umano e il modello di società che vi s’instaura, una critica sensata all’americanismo potrebbe prendere le mosse solo da un punto di vista “tradizionale”, ordinato dall’alto in base ai principi d’ordine spirituale.

Non abbiamo detto volutamente “un punto di vista tradizionalista”, poiché un conto è inserirsi nel solco di una Tradizione regolare, viva e operante, un altro considerarsi “guénoniano”, “evoliano”, “gurdjeffiano” eccetera, leggendo solo libri su libri e per questo autoelevandosi al rango di “uomo differenziato”… Dal punto di vista di una Tradizione regolare come quella islamica, l’America risulta necessariamente un’aberrazione, il punto finale di quella “caduta”, o “regresso”, che l’uomo – sia come individuo che come collettività – deve inesorabilmente esperire prima della “fine dei tempi” e della nuova Età dell’oro che deve far seguito. Questo per puntualizzare che anche un’insistenza su un carattere “di destra” dell’“antiamericanismo” è una forzatura, essendo “destra” e “sinistra” due facce dell’unica medaglia liberal-democratica, o “moderna”.

Ma questo è un punto che eventualmente andrà sviluppato in un altro articolo, qui interessandoci una rapida disamina dei “miti” di un “antiamericanismo di sinistra” che non ha alcun senso se si ama andare al fondo delle cose e non ci si accontenta dell’apparenza, tanto per agitarsi un po’ contro qualcosa o qualcuno.

Innanzitutto va specificato che l’atteggiamento sano è quello di chi è “per” qualcosa, non “contro” qualcosa. Dall’alba del mondo, i grandi costruttori di civiltà si sono sì battuti contro delle storture, delle deviazioni, delle condizioni intollerabili e “innaturali”, ma solo per “raddrizzare” la situazione e riportarla conforme all’ordine naturale delle cose. Si pensi all’opera del Profeta Muhammad, che dovette – all’inizio seguito da uno sparuto manipolo – combattere contro un disordine su tutti i piani, in primis spirituale, addirittura emigrando a Yathrib (poi Medina), tanto erano “invivibili” le condizioni a Mecca.

Con l’”antiamericanismo”, in specie quello “di sinistra”, va detto invece che si è di fronte ad un atteggiamento meramente negativo, non sapendo del resto cosa proporre di realmente “alternativo” all’America e al suo modello di “civiltà”.

Di fronte ad una simile superficialità, l’America stessa ovviamente ringrazia ed offre un seppur minoritario proscenio a dei sedicenti “oppositori”, che comunque, a causa delle loro idee che non mettono a repentaglio l’andazzo generale, i fondamenti della “civiltà moderna”, hanno un loro pubblico che va a vedere i loro film, legge i loro libri, ascolta i loro discorsi eccetera.

Ma questo pubblico “antiamericano di sinistra” fondamentalmente ama l’America, il che al fondo non sarebbe sbagliato – a patto che si “ami” anche tutte le altre “culture” – perché l’odio è un veleno che obnubila la capacità di discernimento e, soprattutto, è quanto di più antispirituale vi possa essere. Tuttavia questo tipo di “opinione pubblica”, privo di un orizzonte tradizionale, protesta contro gli Stati Uniti e l’Occidente a causa delle “ingiustizie” da essi perpetrate, ma, si faccia attenzione, solo certe “ingiustizie” e non altre, ovvero quelle che risultano tali ad un metro di giudizio “democratico”, “egualitario”, “umanitario”.

Questa sorta di “coscienza critica dell’America” s’incarna in un tipo umano lacerato tra amore e odio verso la “Terra dell’Utopia”: un amore di fondo, messo però a dura prova da puntuali e ripetute “delusioni”… Pertanto il desiderio di chi contesta l’America da questa posizione non è quello di vederla sparire, assieme alla sua parodistica “civiltà”, bensì di vederla “migliorare”, d’incoraggiarne quelle tendenze insite nelle roboanti e ipocrite “dichiarazioni di principio” che fanno andare in brodo di giuggiole gli utopisti d’ogni risma.

Per essi gli Stati Uniti, anche se mettono a ferro e fuoco il mondo intero e lo traviano con ogni raggiro ed artificio, alla fine hanno sempre una “missione” da compiere, sono animati fondamentalmente da “buone intenzioni”; così la colpa dei crimini commessi in giro per il mondo è sempre di qualche “cattivo” che pregiudica un’impresa altrimenti “buona”: dai “Padri fondatori” al “Bill of Rights”, dall’ “I have a dream” di Luther King alla “Nuova frontiera” di Kennedy, dalla “clintonite” della sinistra bombardatrice di Belgrado all’obamiano “Yes we can”.

Quest’atteggiamento di voler vedere comunque al fondo dell’impresa americana un qualcosa di perfettibile perché fondamentalmente buono, deriva dal comune approccio utopistico che affratella i sognatori di “mondi migliori possibili”. Per essi la realtà non conta nulla: come vi erano solo “compagni che sbagliano” vale l’assunto per cui l’America compie sempre degli “errori”.

Non deve quindi sorprendere che anche gli “antiamericani di sinistra” alla fine si esaltino per il “vento di libertà” che, a distanza di vent’anni da quello che spirò sui Paesi del blocco sovietico, sta spazzando via le “dittature” del mondo arabo e islamico. Questa sedicente “sinistra antiamericana” stregata dal divo Obama, imbevuta fino al midollo di retorica “libertaria”, è la miglior cassa di risonanza del nuovo ‘verbo’ che accompagna la cosiddetta “primavera araba”, sui abbiamo già detto la nostra[3].

Tornando alla fondamentale subalternità di chi critica l’America da una posizione “democratica”, non può non colpire come da decenni venga assicurato senza un barlume di dubbio che… “l’America è finita”! Di nuovo, l’osservazione della realtà – che fa a cazzotti con le utopie – induce a ben altre considerazioni, poiché l’America non solo si espande militarmente conquistando progressivamente porzioni del pianeta che prima non controllava[4], ma il suo “modello” si allunga a macchia d’olio, addirittura oltre le conquiste dirette, il che rappresenta la vittoria più chiara, nonché un segno di “vitalità”, anche se va detto che è solo la conquista materiale che assicura definitivamente all’americanismo le menti e i cuori.

Così, sulla stessa falsariga onirica, “l’America ha perso in Afghanistan”, “l’America ha perso in Iraq” e via illudendosi, perché non si vorrà certo credere che il “caos” colà vigente non sia un esito voluto da chi ha tutto l’interesse, mentre ogni aspetto della vita dei locali deve diventare impossibile, a costruirsi le sue basi militari per la prossima conquista e a predare il Paese conquistato di ogni sua ricchezza, specialmente mineraria e monetaria (per non parlare del mercato mondiale della droga, che dev’essere sempre controllato). Il sospetto è addirittura che le “perdite americane in Iraq” e altrove che questi “antiamericani” brandiscono con tanto di contatori elettronici sui loro “siti alternativi” siano causate da un misurato e sotterraneo ‘sostegno’ alle forze delle varie “resistenze”, affinché il “caos” frutto delle “violenze” si protragga indefinitamente.

Prima di procedere in questa disamina dell’“antiamericanismo democratico” va anche specificata una cosa: che esso si fa largo nelle convinzioni delle persone in misura differente, a seconda delle rispettive sensibilità. Non è dunque un pacchetto “tutto compreso”. Qui stiamo esaminando i differenti aspetti che, singolarmente o cumulativamente, caratterizzano l’atteggiamento di chi critica l’America da posizioni “democratiche”, “umanitarie”, non tradizionali, ma va da sé che vi è chi si beve un paio di bicchieri di questa propaganda e chi invece si ubriaca del tutto.

Discretamente forte, in questo senso, è il ‘cocktail’ che va sotto il nome di “antimperialismo”. Ma per chiarire con un esempio i diversi livelli di penetrazione di questo sentire “critico” verso l’America e i suoi comportamenti, si consideri che è raro che una stessa persona straveda per Kennedy, Clinton, Obama e si reputi “antimperialista”. L’antimperialismo implica infatti un tipo di avversione all’America di tipo meno edulcorato ed ipocrita, ma non per questo è esente da gravi abbagli, i quali derivano in definitiva dal medesimo errore di base di tutti quanti: la negazione di Dio, del Creatore di tutte le cose al quale tutte sono sottomesse, che ha provvidenzialmente e misericordiosamente comunicato ad ogni forma vivente il modo per riuscire in questa vita e nell’altra. Ma anche questo potrà essere l’argomento di un successivo articolo, perché va chiarito dove sta l’inganno dei continui e plateali appelli a “Dio” da parte dei capi della potenza più antispirituale al mondo (“God bless America!”).

Ciò premesso, a proposito dell’”antimperialismo” va detto che esso presuppone l’individuazione degli “imperialisti”, ovvero di quegli Stati che si espandono ai danni di altri per costruire i loro “imperi”. L’”Antimperialismo” deriva però – come osservato – da una visione del mondo di tipo “laico”, da cui l’equivoco sul termine “Impero”, un istituto i cui fondamenti sono eminentemente spirituali: da tale equivoco nasce il successo delle teorie di Hardt e Negri su un fantasioso “Impero americano” tra i ranghi degli “antiamericani di sinistra”. Ma anche parlare di “Impero inglese” non ha alcun senso, l’Inghilterra essendo stata la punta di lancia della diffusione della “democrazia” e del “parlamentarismo” in società in buona parte “tradizionali” fino all’impatto violento con gli “esportatori di bene”[5]. “Imperi” veri erano invece quello russo, quello austro-ungarico, quello tedesco, quello ottomano, quello giapponese ecc., tutti con sovrani di “diritto divino” e tutti spazzati via da chi li ha sostituiti con la “democrazia” e “l’autodeterminazione dei popoli” (che tanto piace agli “antimperialisti”!).

Inoltre, chi si pone su posizioni “antiamericane” da un punto di vista “antimperialista” è esposto alla possibilità di commettere l’errore madornale di considerare tutte le potenze in grado di avere un peso a livello planetario o regionale parimenti “imperialiste”, senza individuare piuttosto il “nemico principale”. Così troviamo di volta in volta “antimperialisti” (anche “di destra”) che stanno coi tibetani contro “l’imperialismo cinese”, coi ceceni contro “l’imperialismo russo” eccetera. Intendiamoci: non vogliamo dire che l’azione della Cina o della Russia sia esente da ‘peccato’, ma se si vuol “fare politica” come affermano gli “antimperialisti” si deve scegliere una volta per tutte chi è “il nemico principale”, anche perché solo altre potenze possono concretamente opporgli una forza in grado di contrastarlo. Fatto salvo il fatto che non si è ancora capito come gruppuscoli più che marginali possano effettivamente “fare politica”, ovvero incidere sulla realtà, con un qualche costrutto (cosa significa, all’atto pratico, “stare con la Cina”, “stare con la Russia”?). Ma, ripetiamo, è il loro punto di vista “laico” e perciò “antitradizionale” che non fornisce loro gli strumenti interpretativi atti a far comprendere che una “opposizione all’America” in grado d’incidere non può muovere da una denuncia dei suoi “crimini”, bensì da una puntuale messa in discussione dell’americanismo, alla luce di una salda tradizione spirituale[6].

All’interno del panorama degli “antiamericani di sinistra”, a riprova che i riferimenti di fondo, per tutti quanti costoro, sono di tipo “laico”, “democratico” e anti-spirituale, vi sono inoltre quelli che sebbene scorgano chiaramente un “nemico principale”, l’America, auspicano una “modernizzazione” in tutto il mondo, a colpi di “sviluppo”, ed è per questo che leggiamo nelle analisi di costoro critiche feroci al “feudalesimo tibetano”[7]. Non sia mai detto che un popolo si possa governare come meglio crede! Quand’anche ai tibetani piacesse vivere sotto il loro “clero” e non sotto i cinesi “modernizzatori”, non si capisce quale pena dovrebbe dare ciò ad un “antimperialista” comodamente seduto nel suo studiolo zeppo di testi marxisti. È semmai vero – e qui sta la ragione di un timore circa certe “proteste in Tibet” – che vi sono alte probabilità che un Tibet sottratto al controllo cinese in men che non si dica passerebbe armi e bagagli all’America, mettendo a disposizione il suo territorio per l’ennesima enorme base Usa-Nato…

Come si vede, dall’esistenza di “antiamericani” pro-Tibet ed anti-Tibet si deduce che il problema di fondo di tutti quanti è la mancanza di un orientamento spirituale: gli uni sono anticinesi viscerali perché la Cina è “antidemocratica”, una “dittatura” (e anche perché le SS compirono la spedizione in Tibet!); gli altri sono filo-cinesi perché aborriscono il “feudalesimo” e considerano la Cina il miglior esempio di “democrazia (popolare)” e di “progresso” sin qui realizzato (mentre il Tibet rappresenta il “regresso”). La confusione, dunque, regna sovrana.

Gli stessi “antimperialisti”, poi, forse per consolarsi di fronte alla costante avanzata dell’America e dell’americanismo (mentre ripetono che “l’America ha perso”!), hanno elevato alcuni fatti o situazioni a veri e propri “idoli”. Per non girare troppo attorno alla questione e proporre un esempio paradigmatico, citiamo il caso di Cuba. Quest’isola, da decenni, rappresenta meglio del Chiapas del “subcomandante Marcos” o della “resistenza palestinese” (che ormai è in mano agli “islamici”, per cui non piace più tanto ai “laici” di casa nostra)[8], la quintessenza dell’“antimperialismo”.

Il sistema instaurato a Cuba piace agli “antimperialisti”, perché a loro parere esso rappresenta la miglior forma di “democrazia” realizzata, “laica” e “progressista”. Anche con quell’orgoglio “nazionalistico” che, chissà perché, gli stessi “antimperialisti”, e ancor di più i “critici democratici dell’America” più morbidi, non degnano di alcuna considerazione quando si tratta di valutare la triste situazione in casa loro. Anzi, ogni ripresa nazionalistica in patria – e non mi riferisco all’attuale “classe dirigente”! – porterebbe con se delle “derive ”, dei “rigurgiti di fascismo” e simili iatture… Quando con ogni probabilità, un sano “amor di patria”, da trascendere poi in vista di un Impero (altrimenti è fatica sprecata), potrebbe essere l’unica via d’uscita – politica, s’intende – alla dissoluzione di civiltà in atto, se ormai non è “troppo tardi”.

È vero che Cuba ha aiutato alcune realtà del centro e del sud America a smarcarsi dalla opprimente tutela degli “yankee”, ma la sua sussistenza anche oggi che non vi è più lo sponsor sovietico dà da pensare, come la misurata e gestibile “guerriglia” antiamericana in Afghanistan, in Iraq ecc. Anche in questo caso qualche dubbio è lecito: possibile che se gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di rovesciare Stati di una certa forza e rilevanza in ogni dove, non siano capaci di togliere di mezzo il governo cubano ad essi inviso? O, piuttosto, non è che lo si lascia esistere per poi avere la scusa di affermare che ogni situazione che sfugge di mano nel continente americano è un “complotto di Fidel Castro”? Cuba, insomma, embargata com’è, e perciò “innocua”, usata come “scusa” in un senso o nell’altro: per rovesciare capi di Stato bollati come “comunisti” (Allende, ad esempio) o, nel caso in cui non vi si riesca, per giustificare il fallimento dell’azione sovvertitrice tentata a più riprese (vedasi il caso del Venezuela).

Cuba, probabilmente in un certo senso fa comodo agli Stati Uniti così com’è, come spauracchio, sopravvalutata nella sua forza da chi ne ha fatto un parodistico luogo di pellegrinaggio dai “rivoluzionari in cachemere” d’Occidente, che anelano a “liberazioni” solo ad un elementare livello socio-politico.

A Cuba, per di più, sorge una celebre base militare statunitense, quella di Guantanamo, che gli “antiamericani di sinistra” hanno denunciato senza posa da quando pare essere diventata la “prigione degli islamici”. Eppure c’è qualcosa che non torna: da Guantanamo pare essere transitato il capo dei “ribelli libici”! Non è un po’ strano? E nessuno trova niente da ridire, per primo il governo cubano! Ora, che il governo italiano non fiati sulla presenza di oltre cento basi ed installazioni militari Usa-Nato sul suolo patrio non desta sorpresa, ma che Cuba, simbolo dell’”antimperialismo” e dell’“antiamericanismo”, non profferisca parola su una cosa del genere è in effetti inspiegabile. La nostra impressione è che si sia stabilita una sorta di quieto vivere, che probabilmente ha per oggetto centrale proprio l’esistenza della base di Guantanamo, la quale, più che essere il “cattiverio” in cui rieducare i “mujahidin” acciuffati dallo Zio Sam, sembra un luogo in cui “formare” i quadri militari e logistici per la sovversione del mondo arabo-islamico alla quale assistiamo sotto lo slogan di “Primavera araba”[9].

Inoltre, il “mito di Che Guevara”, e sottolineo il “mito” che ne è stato fatto – ridotto a marchio per il concerto del 1° maggio dove al suono di cantanti larvatamente “antiamericani” va in scena il festival dell’ ‘alternativamente corretto’ – per le sue connotazioni “ribellistiche” ha ben poco a che vedere con il ripristino di un ordine naturale delle cose di cui oggi v’è un estremo bisogno. Come abbiamo già scritto, una “ribellione” che sfocia nel “ribellismo” è foriera solo di ulteriori sciagure[10]. E anche il “ribellismo”, di cui l’icona del “Che” è una delle più venerate, è un atteggiamento, o meglio una condizione esistenziale, messa a disposizione, specialmente tra i giovani, dal “mondo moderno”[11].

Un ultimo elemento va infine citato tra quelli che compongono il quadro di riferimento dell’”antiamericanismo di sinistra”: la valutazione delle “dittature di destra”. Che esse siano state incoraggiate e sostenute dall’America, non v’è dubbio, tuttavia una retorica imbalsamata ripete che la Spagna sotto Franco, i Colonnelli greci, le giunte militari sudamericane eccetera siano state dei meri burattini in mano alla Cia. Che molti di questi personaggi, in varia misura (la Spagna franchista aveva anche degli elementi “in ordine” dal punto di vista tradizionale, e non ospitava basi americane) si siano prestati ad un opera di asservimento della loro nazione ai diktat delle corporation americane, non v’è dubbio, e che essi abbiano fatto sparire in vari modi moltissimi oppositori con la scusa della “lotta al comunismo”, è altrettanto vero. Pertanto, essi non suscitano alcuna particolare simpatia.

Ma queste “dittature militari”, definite “fasciste” dal solito coro di “antiamericani” che assumono acriticamente gli impulsi culturali provenienti da Hollywood[12], sono state però mantenute in piedi fintantoché ha fatto comodo al loro padrone; poi sono state gettate nel cestino e al pubblico ludibrio: si pensi a Pinochet, prima potentissimo, poi ridotto come oggi vediamo l’altrettanto ex potentissimo Mubarak; oppure alla giunta militare argentina, fatta fuori dopo la sconfitta nella guerra della Falkland/Malvinas; oppure a Noriega, altro “dittatore di destra”, che all’improvviso diventa “pazzo”, il che giustifica un massacro statunitense a Panama. Gli esempi di questo tipo possono sprecarsi anche in Africa, ma ci fermiamo qui, perché quel che ci preme è rilevare che alla fine gli Usa e l’Occidente sovente controllano materialmente e, soprattutto, a livello psicologico, sia i “rivoluzionari” che i “conservatori”: i primi illusi circa le magnifiche sorti “progressiste” e del loro Paese e dell’umanità, i secondi ingannati sulla loro indispensabilità nel mantenimento di un “ordine” che in realtà è un vero disordine se valutato alla luce di riferimenti tradizionali autentici, rappresentati dalla Parola divina consegnata nel Libro sacro dell’Islam e dall’esempio virtuoso del Suo Inviato (nonché dalla pratica pia dei Compagni, dei Seguaci e sei Seguaci dei Seguaci, oltre che dall’opera dei Sapienti divinamente ispirati e dai Maestri che provvidenzialmente esistono per indicarci che la Tradizione è una realtà viva ed operante).

La verità è che ogni società ha bisogno, per poter prosperare, sia dei suoi “progressisti” che dei suoi “conservatori”, o meglio di uomini che sappiano essere simultaneamente “progressisti” e “conservatori”, capaci di vivere allo stesso tempo le istanze alla conservazione e al cambiamento senza che la tradizione venga  ingessata in ogni minimo dettaglio né stravolta nei suoi assunti fondamentali.

L’America, invece fa piazza pulita di tutto: dove arriva con la sua potenza materiale e la sua forza di persuasione degli animi, alternativamente privilegia gli uni o gli altri, le tendenze dei liberal-democratici “soddisfatti” o “dinamici”, illudendoli di averla vinta sull’odiata controparte sociale e politica; ma alla fine, per gli uni e gli altri, spogliati della loro tradizione e della loro identità, ridotti ad ombre di se stessi, non resta che un’unica grande valle di lacrime che se non potranno certo spengere le fiamme dell’Inferno che li attende basteranno per annegare, qui in terra, in un mare di nichilismo.

[1] Il che ricorda un analogo fenomeno, quello delle critiche al Sionismo ammesse solo se recanti l’imprimatur di qualche pensatore ebreo strombazzato dai soliti “media”.

[2] Una versione completamente plagiata dai vincitori della Seconda guerra mondiale ed interiorizzata ben bene dai vinti ripete che “dichiarare guerra all’America fu una pazzia”. Come se il senno di poi non avesse chiarito che gli Stati Uniti – coi loro sodali inglesi e sionisti – mirano sin dalla loro costituzione a dominare il mondo intero: ma per agire ‘indisturbati’ continuano a raccontare – nei documentari ‘storici’ di loro fabbricazione quotidianamente diffusi da canali tematici e non – che altri (i “cattivi” sconfitti) volevano fare quello che in realtà intendono fare loro (“i buoni” vincitori)!

[3] Cfr. “Primavera araba” o “fine dei tempi”?, Europeanphoenix.net, 6 aprile 2011: http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=40&catid=8#_ftn21

[4] Tra Ottocento e inizio Novecento è stato asservito il continente americano (e di nuovo negli anni Cinquanta e Sessanta), poi si è passati alla conquista di una parte dell’Europa (1945), dell’ex “Europa Orientale” (a partire dal 1989-1991, con la coda della guerra all’ex Jugoslavia del 1998-99) e del Vicino Oriente (a partire dal 1991: guerra in Iraq), con l’11 settembre 2011 che segna la fase d’avvio della conquista totale – anche e soprattutto sul piano dei valori – del mondo islamico (Afghanistan, Iraq, Libia…).

[5] Si pensi all’India, letteralmente devastata e ridotta alla fame dall’Inghilterra, e, dopo l’indipendenza, amputata con la creazione di Pakistan e Bangladesh allo scopo di aizzare un perpetuo stato di belligeranza tra indù e musulmani.

[6] Ai “crimini” degli uni verranno sempre opposti, dagli avversari, per giunta più forti mediaticamente, i “crimini” degli altri (un razzetto di Hamas, per la maggioranza lobotomizzata, sarà sempre più deprecabile di “Piombo Fuso”!)… Cosicché le denunce degli “antimperialisti”, oltre che non centrare il problema alla radice (cioè l’americanismo, il “mondo moderno”) non riescono nemmeno a raggiungere un pubblico di dimensioni minimamente consistenti su cui, eventualmente, basare una concreta e fattiva azione politica.

[7] Questi stessi autori, nei decenni passati, ci hanno ammorbato con le loro noiosissime e meccanicistiche interpretazioni sulle “resistenze primarie” (quelle di ‘Umar al-Mukhtâr, dell’emiro ‘abd el-Qâder ed altri), seguite da quelle ad essi gradite, guidate da elementi occidentalizzati nella misura in cui, avendo studiato in Europa, si erano convertiti al marxismo e al nazionalismo.

[8] Che questi gruppi “islamici” siano effettivamente rappresentanti di un Islam autenticamente “tradizionale” è un altro paio di maniche…

[9] D’altra parte, non si tratta di nulla di nuovo: anche i tedeschi e gli italiani vennero “rieducati” in gran quantità, così i ‘primi della classe’ furono inquadrati, dopo il 1945, in patria e fuori, nella farsesca “lotta al comunismo”.

[10] Cfr. La via dell’inferno è lastricata di… “proteste”, Europeanphoenix.net, 6 luglio 2011: http://www.europeanphoenix.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=80&catid=3&Itemid=2

[11] Sarebbe interessante indagare le origini storiche del “ribellismo” (quelle metastoriche sono insite nell’esistenza stessa dell’essere umano): intanto si noti la nutrita presenza di ebrei staccatisi dalla loro tradizione tra i ranghi del “rivoluzionarismo” moderno, politico e sociale, dei “costumi”, il che ci dà la misura del nesso tra “ribellismo” e antitradizione.

[12] Le “dittature militari” sono diventate un alibi per giustificare il fallimento della “rivoluzione” in tutto il mondo…

FONTE: EuropeanPhoenix.net


No allo Stato di Palestina. Firmato: oltre 150 parlamentari italiani

Posted: August 29th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Complotti, Israel Lobby, Palestina, Sionismo, Terra Santa | No Comments »

I PARLAMENTARI ITALIANI DANNO DIMOSTRAZIONE ANCORA UNA VOLTA DI VILTA’, SERVILISMO E DISUMANITA’.

MENTRE I NOSTRI AEREI BOMBARDANO LA LIBIA ED ISRAELE BOMBARDA GAZA, L’ITALIA E’ IN PRATICA UNA PORTAEREI EURO-YANKEE, ED I NOSTRI PARASSITI DI STATO DECIDONO PURE PER LE ALTRUI SORTI.

CI AUGURIAMO CHE LE LORO ONOREVOLI TERGA VENGANO PRESTO ADOPERATE DAGLI ITALIANI PER QUELCHE SERVONO REALMENTE: LUSTRAR SCARPE

muro di Betlemme


No allo Stato di Palestina. Firmato: i parlamentari italiani

di Emma Mancini – AIC

Lo Stato Palestinese è un pericolo per la pace. Firmato: i parlamentari italiani. Sono oltre 150, tra deputati e senatori, quelli che hanno sottoscritto la petizione lanciata dall’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele contro il riconoscimento dello Stato di Palestina il prossimo settembre alle Nazioni Unite.

Un documento che mette tutti d’accordo: gli oltre 150 firmatari coprono l’intero arco politico, dal Pdl alla Lega, dal Partito Democratico ai Radicali. Nella lettera, promossa dal direttivo dell’associazione (i deputati Enrico Pianetta – Pdl, Fiamma Nirenstein – Pdl, Gianni Verdetti – Api e la senatrice Rossana Boldi – Lega Nord) i politici italiani chiedono a Onu e Paesi europei di non procedere alla dichiarazione unilaterale dell’indipendenza dello Stato Palestinese.

“Noi, parlamentari italiani, riaffermiamo con forza il nostro impegno per una risoluzione pacifica e negoziata del conflitto tra israeliani e palestinesi, fondata sul principio di due Stati per due popoli che convivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza. Una prematura dichiarazione unilaterale, invece, non solo minerebbe il processo di pace, ma costituirebbe un affronto permanente all’integrità delle Nazioni Unite, dei trattati esistenti e del diritto internazionale. Crediamo che l’unilateralismo violi la legalità internazionale e metta in discussione il principio delle trattative tra i popoli”.

Secondo l’associazione, una dichiarazione unilaterale metterebbe a rischio l’impegno internazionale per la pace e in particolare le risoluzioni 242, 338 e 1850 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e cancellerebbe con un colpo di spugna gli attuali accordi di pace tra Israele e Palestina: “Una dichiarazione unilaterale violerebbe gli accordi già esistenti tra israeliani e palestinesi, tra cui gli Accordi di Oslo II in cui si afferma che: ‘Nessuna parte può prendere iniziative che cambino lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa del risultato dei Negoziati Permanenti’ (articolo 31)”.

Inoltre, secondo i parlamentari italiani, l’indipendenza della Palestina si tradurrebbe in un mutuo riconoscimento della legittimità di un partito come Hamas, considerato organizzazione terroristica: “Se una dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovesse essere approvata, ciò costituirebbe un riconoscimento di Hamas, oggi parte dell’esecutivo palestinese e tuttavia un’organizzazione terroristica fuorilegge nell’ Unione Europea, Stati Uniti e Canada. Tutto ciò mentre Hamas continua a opporsi ai principi base stabiliti dalla comunità internazionale: il riconoscimento del diritto di Israele a esistere, la rinuncia del terrorismo e il rispetto dei precedenti accordi internazionali”.

Per la precisione, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza fu redatta dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e stabiliva, come condizioni per il raggiungimento di una pace giusta e duratura, il ritiro militare israeliano dai Territori Palestinesi Occupati e il reciproco riconoscimento dei due Stati. La 338, dell’ottobre 1973, emessa in risposta alla Guerra del Kippur, chiedeva l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati tra le parti.

Infine, la risoluzione Onu n. 1850 del 16 dicembre 2008 chiedeva alle parti di “astenersi da ogni azione che possa minare la fiducia o pregiudicare i negoziati”. Di lì ad una settimana Israele avrebbe lanciato un attacco militare senza precedenti contro la Striscia di Gaza, l’Operazione Piombo Fuso: in 22 giorni di bombardamenti ininterrotti e di azioni via terra, cielo e mare, i palestinesi uccisi saranno 1366, tra cui 430 bambini.

Appare poco chiaro come un riconoscimento d’indipendenza possa mettere a repentaglio risoluzioni Onu mai applicate e costantemente violate dallo Stato d’Israele: il ritiro militare dalla Cisgiordania e da Gaza non si è mai verificato, la colonizzazione prosegue selvaggia, la  costruzione del Muro va avanti nonostante le stesse Nazioni Unite e la Corte Suprema israeliana abbiano dichiarato la barriera illegale sia secondo il diritto internazionale che secondo la legge interna di Tel Aviv, Gaza vive bombardamenti quotidiani. (AIC)


I parlamentari che hanno sottoscritto la petizione contro la Palestina

Camera dei Deputati
ADERENTI Irene – Lega Nord; ADORNATO Ferdinando – Udc; ARACU Sabatino –Pdl; BERNARDIO Maurizio – Pdl; BERTOLIN Isabella – Pdl; BIANCOFIORE Michaela – Pdl; BOCCHINO Italo – Fli; BOCCIARDO Mariella – Pdl; BONCIANI Alessio – Pdl; BONIVER Margherita – Pdl; CALDERISI Giuseppe – Pdl; CARFAGNA Mara – Pdl; CASINI Pierferdinando – Udc; CASTIELLO Giuseppina – Pdl; CAZZOLA Giuliano – Pdl; CERONI Remigio – Pdl; CICCIOLI Carlo – Pdl; CROSETTO Guido – Pdl; D’AMICO Claudio – Lega Nord; D’ANNA VINCENZO – Popolo e Territorio; D’ANTONA Olga – Pd; DELFINO Teresio – Udc; DELL’ELCE Giovanni – Pdl; DELLA VEDOVA Benedetto – Fli; DI BIAGIO Aldo – Fli; DI CATERINA Marcello – Pdl; DI CENTA Manuela – Pdl; DI VIRGIGLIO Domenico – Pdl; EPOSITO Stefano – Pd; FARINA Renato – Pdl; FAVA Giovanni – Lega Nord; FORMICHELLA Nicola – Pdl; FUCCI Benedetto – Pdl; GARASSANO Maurizio – Popolo e Territorio; GERMANA’ Antonio Salvatore – Pdl; GIRLANDA Rocco – Pdl; GOISIS Paola – Lega Nord; GOTTARDO Isidoro – Pdl; GRIMOLDI Paolo – Lega Nord; HOLZMANN Giorgio – Pdl; LA LOGGIA Enrico – Pdl; LAFFRANCO Piero – Pdl; LAINATI Giorgio – Pdl; LANDOLFI Mario – Pdl; LEHNER Giancarlo – Popolo e Territorio; LORENZIN Beatrice – Pdl; MAGGIOLI Marco – Lega Nord; MALGIERI Gennario – Pdl; MANCUSO Gianni – Pdl; MANTINI Pierluigi – Udc; MARINI Giulio – Pdl; MERLO Giorgio – Pd; NAPOLI Osvaldo – Pdl; NASTRI Gaetano – Pdl; NICOLUCCI Massimo –Pdl; NIRENSTIN Fiamma – Pdl; NUCARA Francesco – Pri; ORSINI Andrea – Popolo e Territorio; PAGANO Alessandro – Pdl; PANIZ Maurizio – Pdl; PETRENGA Giovanna – Pdl; PIANETTA Enrico – Pdl; PICCHI Guglielmo – Pdl; PIZZOLANTE Sergio – Pdl; POLLEDRI Massimo – Lega Nord; RAISI Enzo – Fli; RIVOLTA Erica – Lega Nord; ROCCELLA Eugenia – Pdl; SAVINO Elvira – Pdl; CAPAGNINI Umberto – Pdl; SISTO Francesco Paolo – Pdl; SPECIALE Roberto – Pdl; TERRANOVA Giacomo – Pdl; TORAZZI Alberto – Lega Nord; TORRISI Salvatore – Pdl; VENTUCCI Cosimo – Pdl; VERNETTI Gianni – Api; ZACCHERA Marco – Pdl

Senato della Repubblica
ALLEGRINI Laura – Pdl; AMATO Paolo – Pdl; BALBONI – Alberto – Pdl; BALDASSARRI Mario – Fli; BALDINI Massimo – Pdl; BARBIERI Emerenzio – Pdl; BIANCONI Laura – Pdl; BODEGA Lorenzo – Lega Nord; BOLDI Rossana – Lega Nord; CAGNIN Luciano – Lega Nord; CALABRO’ Raffaele – Pdl; CARRARA Valrio – Io Sud; CARUSO Antonio – Pdl; CASELLI Esteban Juan – Pdl; CASOLI Francesco – Pdl; CASTELLI Roberto – Lega Nord; COMPAGNA Luigi – Pdl; COSTA Rosario Giorgio – Pdl; CURSI Cesare – Pdl; D’ALI’ Giampiero – Udc; DE FEO Diana – Pdl; DELOGU Mariano – Pdl; DIGILIO Egidio – III polo; DIVINA Sergio – Lega Nord; ESPSOSITO Giuseppe – Pdl; FLERES Salvo – Coesione Nazionale Forza del Sud; FLUTTERO Andrea – Pdl; FOSSON Antonio – Udc; GALLONE Maria Alessandra – Pdl; GARAVAGLIA Massimo – Lega Nord; GASPARRI Maurizio – Pdl; GERMONTANI Mario Ida – III polo; LATRONICO Cosimo – Pdl; LEONI Giuseppe – Lega Nord; MALAN Lucio – Pdl; MARITATI Alberto – Pd; MASSIDDA Piergiorgio – Pdl; MONTI Cesarino – Lega Nord; MORRA Carmelo – Pdl; MURA Roberto – Lega Nord; NESSA Pasquale – Pdl; OLIVA Vincenzo – gruppo misto; PALMIZIO Elio Massimo – Pdl; PARAVIA Antonio – Pdl; PICCHETTO FRATIN Gilberto – Pdl; PICCIONI Lorenzo – Pdl; PINZGER Manfred – Udc; PISCITELLI Salvatore – Io Sud; PISTORIO Giovanni – gruppo misto; PITTONI Mario – Lega Nord; POSSA Guido – Pdl; QUAGLIARIELLO Gaetano – Pdl; RAMPONI Luigi – Pdl; RIZZI Fabio – Pdl; RIZZOTTI Maria – Pdl; SACCOMANNO Michele – Pdl; SALTAMARTINI Filippo – Pdl; SANTINI Giacomo – Pdl; SCARABOSIO Aldo – Pdl; SCARPA BONAZZA Aldo – Pdl; SERAFINI Gianmarco – Pdl; SPEZIALI Vincenzo – Pdl; STIFFONI Piergiorgio – Lega Nord; THALER AUSSERHOFER Helga – Udc; TOMASSINI Antonio – Pdl; VACCARI Gianvittore – III polo; VALDITARA Giuseppe – Pdl; ZANETTA Valter – Pdl; ZANOLETTI Tomaso – Pdl

Fonte originale: The Alternative Information Center

Fonte lista parlamentari: Campoantimperialista


Majer-Zlitan Massacre by NATO (Eng-Ita-Esp)

Posted: August 10th, 2011 | Author: Espedito Gonzales | Filed under: Archivio generale, Crimini contro l'umanità, Crimini di guerra, Guerre & Strategie, Libia, Massacri, Mondo arabo, Video | No Comments »

Riceviamo da LibyanFreePress e pubblichiamo
http://libyanfreepress.wordpress.com/2011/08/10/zlitan-massacre-by-nato/

Press Conference by Moussa Ibrahim

on Majer-Zlitan Massacre by NATO (August 9, 2011)

Libia, Majer-Zlitan: la NATO massacra 85 civili, di cui 33 bambini, 32 donne, 20 uomini. “Per motivi umanitari” come ci spiegano i nostri “politici-burattini” nelle mani dell’usurocrazia finanziaria e bancaria mondiale.

Il popolo della Libia di Jamahiriya e di Tripoli sappia però che non tutti in Europa sono così stupidi da non aver capito il complotto/cospirazione contro la Libia ed i popoli/Nazioni del mondo, e faremo il possibile per diffondere la Verità sul crimine che si sta compiendo ai danni della Libia e di tutti noi.

Ognuno ha il suo ruolo, ognuno fa la sua parte: buona fortuna fratelli della Jamahiriya ancora libera (Nota redazionale di LibyanFreePress)

Libia acusa a la OTAN de asesinar a 85 civiles a Majer-Zlitan